sabato 18 settembre 2010

Chi è il carnefice



il ventre di uno squalo bianco
appena pescato in mare
squarciato
contiene resti umani

è d'obbligo il dna
per capire chi è la vittima
ma..........................
chi.........................
è...........................
il..........................
carnefice...................

sabato 11 settembre 2010

Scogliera



Corriamo nel grigio cenere della polvere e il frinire di cicale non ancora morte. Il primo scavalca il cancello, seguito dagli altri. Maglie e costumi restano impigliati tra le sbarre o si strappano, mentre la pelle è graffiata dal filo spinato. Il sangue rapprende e coagula all’aria.
Mezzogiorno è alto nel cielo, infuoca l’aria e arde la terra. Ogni cosa è conficcata nell’orizzonte. La macchia di piante e arbusti è bruciata dal sole e piegata da passi radi che creano il sentiero. L’odore pungente di rosmarino penetra le nostre narici. La nostra pelle di ragazzi è spessa e scura e i muscoli affiorano guizzanti e pronti alla prova.
Paco arriva per primo alla sommità della scogliera. Guarda in basso nel riverbero del mare, si volta nella nostra direzione e, nel silenzio del meriggio, balza in perfetto equilibrio di roccia in roccia . Noi seguiamo il percorso indicato.
Arriva nel luogo prescelto, Paco getta il telo sugli scogli e lancia le scarpe in mare, ad indicare il punto dove entrare in acqua. D’un tratto si slancia nell’aria e fende lo specchio del mare con le mani giunte e la testa e il corpo protesi. Barone lo segue e poi ogni altro respira e si tuffa nel vuoto. I corpi nuotano in apnea tra lame di luce nel blu cobalto. Risalgono e affiorano respirando a pieni polmoni. Le grida e i richiami rimbalzano tra le rocce. Inizia la conta di chi è in acqua e gli occhi si alzano su quelli rimasti sulla costa.
“Tuffati! Tuffati senza guardare!” Ora le voci della banda confondono il Piccolo. Il rito è iniziato. La banda esige la prova. Gli sguardi non confortano ma sfidano. L’impatto stordisce ma il Piccolo è in acqua. Resta solo Azzolini, esita per due volte sul ciglio da varcare e non resta che lo scherno, chi non sente la prova è fuori e si ritira nell’ombra. C’è chi rimane a fissare la propria esclusione.
I volti segnati dal sale scorgono con precisione la preda, il riccio è preso, spaccato e succhiato via. La sfida continua e l’altezza è sempre maggiore, il corpo di Paco s’inarca sicuro nel balzo più alto, un gesto descrive la traiettoria nell’aria. Un frutto di mare è sottratto al fondale e lasciato su uno scoglio a marcire. Un ultimo slancio e risaliamo gli scogli, nessuno si volta. Vivara alle nostre spalle giace nel sole.

Francesco Filia

mercoledì 8 settembre 2010

Ionica


Ionica

Se abbiamo abbattuto le loro statue
se li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo gli dèi sono morti. O terra
di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora.
Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta
nella tua aria passa un vigore di quella loro
vita e una figura d’efebo, indecisa,
immateriale, a volte corre via veloce
sull’alto delle tue colline.

(traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi, Einaudi 1968)


Ionica

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t'amano,
l'anima loro ti ricorda ancora.
come aggiorna su te l'alba d'agosto,
nell'aria varca della loro vita un èmpito,
e un'eteria parvenza d'efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

(traduzione di Filppo Maria Pontani, Mondadori 1961)


Alcuni giorni di quest'ultimo agosto li ho trascorsi in Calabria (la cosa più greca che abbiamo in Italia, a mio avviso), tra Reggio, Melito, Scilla e, in un pomeriggio al mare, mi sono tornati in mente sia la poesia di Kavafis sia il discorso di Chirone a Giasone nella Medea di Pasolini,poi è affiorato alla mente un rumore particolare, o forse è il rumore che mi ha fatto ricordare la poesia e il film, che da bambino mi incantava: la risacca delle onde tra le pietre...Ecco per me gli dèi sono lì, in quel rumore in quel silenzio ad esso sotteso...ma ormai da millenni la loro voce è flebile, la natura è diventata naturale e l'ascolto è sempre più remoto e stentato, eppure, pur non tentando un ritorno impossibile, nella lontananza qualcosa può essere ancora intercettato e reso con il linguaggio che più ci è vicino, la sfida che gli dèi ci pongono è questa in fondo.

venerdì 27 agosto 2010

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)


Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.

Com'è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

(Il mestiere di vivere, annotazioni del 22, 27 novembre 1945; 16 agosto 1950)

venerdì 20 agosto 2010

Guarda c'è un toro che vola


IL gene dice che sei impazzito
perché non è scritto
che un toro possa volare,
che una bestia possa rovesciare
il rapporto tra vittima e carnefice.
Cosa ha spaventato di più in quel salto?
La fuga, lo slancio
o la precisione con la quale
hai afferrato il punto d'appoggio,
il modo in cui il tuo zoccolo duro
ha trovato il ferro?
C'era qualcosa d'intelligente
o di disperato in quel gesto?
Sapremo imitarlo?
Che perdita per la folla,
che fallimento,
vederti prendere il volo!
Come se fossi l'essere più dignitoso
tra ragazze in bikini
speranzose
di vederti salivare sangue
nel momento della stoccata finale.
I tuoi polmoni non si sono riempiti di schiuma
ma d'aria, o magnifica bestia sovrumana.