Forum dei Bisogni. Mangiare Bere Abitare
con Giancarlo Alfano e Carmelo Colangelo
Il Paese della fame: così storici e antropologi hanno descritto l’Italia del passato. Dalla dieta a base di polenta del Settentrione padano al pane e cipolle del contadino calabrese; dalle bacche alpine del pastore alle minestre di cicoria delle campagne romane, lungo tutto lo Stivale la lotta per restare in vita è stata per secoli innanzitutto lotta contro la fame.
Quel medesimo spettro sembra oggi tornato ad abitare le nostre città, semmai assumendo il volto ancora esotico di un homeless africano o di una bag lady pachistana o cinese, ma sempre più spesso facendo spossata e macilenta la fisionomia nostrana di chi non riesce più ad “arrivare a fine mese”.
Sul modello della cattedra Saperi contro povertà, istituita da qualche anno presso il Collège de France di Parigi, anche a Napoli si costruisce una rete di saperi e di pratiche per affrontare la terna dei bisogni primari (mangiare, bere, abitare), coinvolgendo le associazioni, le scuole, la cittadinanza – ma anche l’imprenditoria e il mondo della finanza – in un progetto che attraversa, a maglie strette, la città, la regione, il Paese.
Come dire il bisogno? Come evitare che i discorsi culturali ricoprano con la patina dell’intelligenza la sconvolgente apparizione della povertà radicale? Il Forum dei bisogni si propone come un luogo di apertura e contaminazione in cui i saperi dell’economia e della politica siano animati dalle forme del pensiero e dell’immaginazione, in un’epoca in cui quei fenomeni che sembravano la piaga esclusiva del cosiddetto Terzo Mondo si stanno invece affermando anche nel Primo.
La Fondazione Premio Napoli, la cui missione è la diffusione della cultura letteraria e umanistica in generale, promuove l’interazione di percorsi formali e modelli conoscitivi differenti, validi su scala mondiale, che permettano di comprendere il bisogno e di sfidarlo, di riconoscerne la singolarità e al contempo assumerne il tratto universale, per poi tornare al reale, ciascuno identificando con più chiarezza il proprio compito in una nuova, necessaria lotta per l’eguaglianza.
Animato dunque da questo progetto, il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare inizia per quest’anno a occuparsi della Fame, prima forma di quell’inferno della esclusione che riguarda sempre più il pianeta nel suo complesso.
Tenendo insieme i saperi specialistici e settoriali con i saperi a vocazione umanistica e le arti (del discorso, della sonorità e dell’audiovisivo), il Forum vuole proporre per questo primo anno cinque appuntamenti nei quali verranno offerti il punto di vista e i progetti di chi, a vario titolo, sulla scala planetaria o su quella nazionale, sta facendo fronte alla povertà estrema.
Nel nuovo anno 2013 seguiranno altri cinque appuntamenti che affronteranno i singoli aspetti che i partecipanti al Forum riterranno utili per continuare la riflessione collettiva, a partire, semmai, dalla fondazione giuridica di questi problemi, dal loro sfondo psicologico e psichiatrico, dal lavoro artistico che tenta di elaborarli e renderli socialmente riconoscibili e nominabili.
A questo punto il Forum potrà trasformarsi in un’Agorà cittadina e regionale.
Ecco i titoli dei cinque appuntamenti su cui per questo primo anno sarà scandita l’iniziativa:
10 luglio 2012 – La fame non aspetta (Albergo dei Poveri di Napoli, ore 18.30)
4 ottobre 2012 – Pane selvaggio
23 ottobre 2012 – La scala della fame
13 novembre 2012 – Un campo che non è quello di grano
19-20 dicembre 2012 – Il nuovo abolizionismo. Sradicare la fame
Forum dei Bisogni
http://www.premionapoli.it/?page_id=645
domenica 8 luglio 2012
domenica 10 giugno 2012
Era mio padre
“Lo vedo tornare indietro, il costume
nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo
Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso
dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente,
il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un
grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino.
Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col
suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella
sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva
anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per
imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero,
quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che
l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare
quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una
maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa
e sconvolgente, non i protagonisti della
propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del
protagonista, della figura paterna che
ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel
che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come
sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: "Papà, che macchina è?", se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo
severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo
stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di
dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa,
se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a
noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere
significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che
accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando
non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto
chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò
a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente, perché le maledizioni e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono
sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz
Krauspenhaar, Fazi 2008, si
confronta, in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a
cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo
viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E
questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza
cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di
collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in
questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più
peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del
genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato,
il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte –
giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in
maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si
riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al
fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da
parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato
e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del
divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato -
in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica
con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi
inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e
oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad
arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini - si potesse trovare un
filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile
casualità che lo scrittore sente di essere (A
volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare
qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega , Karlo, ma a pensarci bene:
perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?) . Attraverso l’inseguirsi reciproco del
tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in
una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo
con la sua esistenza presente (In questo
alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il
senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria
personale e paterna. È come se padre e
figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le
altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel
caso del fratello Stefano - al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del
padre suicida, ma anche irriducibile ai due - anticipassero il finale tragico
del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente
sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e
differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino
in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e
scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di
scrittura e di anamnesi dolente e lucida, in cui i
giorni trascorrono uguali e implacabili, dove le ombre del passato e i fantasmi del
presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si
presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il
padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale
misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso
è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere
simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura,
al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente
posta dall’autore da bambino al padre: Papà,
che macchina è?
Francesco Filia
martedì 5 giugno 2012
Hyle. Selve Poetiche
HYLE E' UNA VETRINA SULLA POESIA CONTEMPORANEA ITALIANA. IL FESTIVAL CONSISTE IN TRE GIORNATE DI LETTURA NELLE QUALI VERRANNO PRESENTATE LE VOCI PIU' SIGNIFICATIVE DELLE ULTIME GENERAZIONI. L'EVENTO DIVENTERA' ANCHE UN FILM DOCUMENTARIO CON INTERVISTE AI POETI, E UN LIBRO ANTOLOGICO CON GLI STESSI AUTORI.
10 giugno 2012, ore 15-17
Lorenzo Chiuchiù, Vincenzo Frungillo, Isabella Leardini, Carla Saracino, Maria Rita Stefanini
17 giugno 2012, ore 15-17
Tiziana Cera Rosco, Franca Mancinelli, Stefano Massari, Francesca Serragnoli, Sarah Tardino
24 giugno 2012, ore 15-17
Maria Grazia Calandrone, Gianluca Chierici, Andrea Leone, Marilena Renda, Mary B. Tolusso
dove: Cubo, via della Moscova 28, Milano
10 giugno 2012, ore 15-17
Lorenzo Chiuchiù, Vincenzo Frungillo, Isabella Leardini, Carla Saracino, Maria Rita Stefanini
17 giugno 2012, ore 15-17
Tiziana Cera Rosco, Franca Mancinelli, Stefano Massari, Francesca Serragnoli, Sarah Tardino
24 giugno 2012, ore 15-17
Maria Grazia Calandrone, Gianluca Chierici, Andrea Leone, Marilena Renda, Mary B. Tolusso
dove: Cubo, via della Moscova 28, Milano
mercoledì 23 maggio 2012
I mondi
Tre punti:
vedere se stessi come una cosa estranea, dimenticare
quello che si vede, mantenere lo sguardo.
Oppure soltanto due perché il
terzo include il secondo.
Kafka
Vivere ed essere ingiusti sono una
cosa sola.
Nietzsche
La forma della costa dopo il temporale,/ l’odore della pioggia nell’aria,
la mano/ di mio padre che mi porta/ in alto, sulla sabbia,/ se lo stupore
nomina le cose/ e le fa essere davvero, mare e casa, darsena e spiaggia, mentre
nel sole respiro la mia ansia/ quando l’infanzia cede alla memoria/ la paura,
l’origine delle parole, questo squarcio/ pieno di cose che parla dal paesaggio/
di una mattina degli anni Settanta mentre guardo/ il mio volto, nel vetro ancora
buio, apparire tra le nubi. Nel bellissimo libro I mondi, di Guido Mazzoni, Donzelli, 2010, è lo stupore che fa le cose davvero cose, senza
questo sentire fondamentale, nel senso che fonda il mondo che si apre davanti
ai nostri occhi, non c’è autentica comprensione delle cose stesse; è lo stupore
che nomina le cose, le mostra nel loro
squarcio originario, che le apre al possibile della nostra esperienza, che
non è mai nostra propriamente ma è il luogo in cui già siamo, è quella mattina degli anni Settanta che ci ha
detto definitivamente chi siamo e continua a parlarci e a interrogarci e a
pretendere una risposta, affinché la paura e l’ansia che ci hanno assaliti e
che ormai ci costituiscono trovino, se non una risoluzione, un senso, anche se
solo provvisorio, nell’incessante
accadere del divenire e di tutto ciò che lo costituisce: eventi, ricordi,
sogni, speranze, rimpianti, dolore, morte, gioia. Ciò che lo stupore vede è il
fluire incessante e cinicamente innocente
degli eventi, il loro perenne apparire e annullarsi, senza un senso e senza un
perché. L’unico perché è che non c’è nessun perché, se non l’esistere stesso,
la vita che procede incessantemente e nel suo procedere crea e distrugge, dà
forma e definisce anche noi, che propriamente non scegliamo, ma siamo agiti da
decisioni che accadano in noi come destino e, quando la patina che copre il
segreto nulla delle cose si scosta per un attimo, si mostra nella sua nudità, in
un mattino allo specchio (Avevo quasi
trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino; delle azioni irreversibili mi
avrebbero guardato dallo specchio del bagno e sarebbero state me.). Noi
siamo quell’errore, quell’ingiustizia che ci ha deciso, ma siamo
quell’ingiustizia perché vivere ed essere ingiusti è un’unica cosa per riferirci
alla frase nietzschiana in epigrafe al libro. Ma da questa verità sconvolgente
non si può distogliere lo sguardo, anzi bisogna fissarla e dimenticare, perché
solo dimenticando si può perpetuare quell’errore caotico che la vita è (Ora so che non ha senso rompere/ la miopia
che ci fa esistere, vedo diversamente/ le monadi che ci proteggono, le loro
trame nel disordine;/ seguo le macchie di luce che il sole/ getta sul
paesaggio, il cielo puro e indifferente). La vita è al tempo stesso
quest’ottusità che perpetua la perenne ruota delle generazioni e lo sguardo
cristallino che, scostando il velo del “reale”, ne coglie l’intima bellezza e
inanità. In tal senso i ricordi e i sogni, che popolano gran parte di queste
poesie, lungi dall’essere una fuga malinconica o solo una compensazione
allucinatoria del dolore e dei desideri mancati della vita, sono il luogo -
proprio perché trasformati in parole (poetiche) - in cui per un momento la vita viene a
chiarificazione, anche se parziale, di sé e se, forse, questa chiarificazione
non sempre implica un’accettazione totale della vita e del passato, trasformare
il così fu in così volli che fosse, rende comunque possibile l’abbandono autentico
alla costitutiva nullità dell’esistenza (il
peso del tempo disperso che nasce/ di
colpo fra i numeri si apre/ una pausa
tra gli eventi, e sembra tutto -/ proprio allora le voci/ che chiamano dalla
cucina e i soliti pensieri/ sono la realtà, se lo sguardo/ di tutti mi
riassorbe/ e questa luce mi annulla col suo velo.). E’ questa la paura che agita i pensieri e i sogni, la paura umana
perché riguarda noi, inumana perché il pericolo rappresenta ciò che umano non è, una minaccia oscura e silenziosa
che ci assale e si insinua negli attimi di pausa dell’esistenza e ci chiama a
sé attraverso le ombre di chi già è scomparso, ci ricorda chi siamo veramente,
cosa siamo, a nostra volta un’ombra, e che
a questa condizione non c’è rimedio. In alcuni versi sembra quasi risuonare l’antica
saggezza del sileno, meglio sarebbe non nascere e una volta nati tornare subito
da dove si è venuti, non c’è rimedio appunto, se non quello di non ricordare
più, di non essere, di annullarsi nell’incubo che ci costituisce(A volte, prima di dormire, una paura/
inumana mi attraversa e queste cose/ che non riesco a nominare/ mi riportano da
voi, quando cala/ uno stupore dal soffitto e nelle mente/ cresce l’onda del
sonno dove posso// non esistere mai più, non ricordare.).
Questa condizione è resa
linguisticamente anche grazie al “doppio pedale” del verso e della prosa
poetica. L’autore riesce ad assecondare il ritmo alterno con cui fluiscono le
immagini, che possono disvelarsi nel lampo poetico di un verso o attraverso il
più lento articolarsi della prosa, e tale alternarsi del dettato permette di
inseguire i fantasmi che ci abitano e che abitano il mondo di cui facciamo
parte, e tentare di far svelare loro gli enigmi che, dall’altra parte del reale, ci interpellano. Il mondo, anzi i mondi, si mostrano come
monadi, come centri chiusi in se stessi, delle assolute tautologie (le persone/ parlano nei vagoni in questo
lato/ del reale dove tutto risplende/ nella propria tautologia, come ogni vita.),
che si presentano nella loro costitutiva solitudine; non solo noi siamo monadi
cieche e solitarie, ma il mondo stesso lo è, perché, per rimanere nella
terminologia leibniziana, ha perso la ragion sufficiente che legava gli eventi,
le cose, i mondi tra loro, in una possibile unità, per mostrarsi nudo e in
preda al dissolversi delle cose che si perdono nel silenzio definitivo del
tempo, che l’io lirico non può far altro che dire nella parola spietata della
poesia (Ogni vita/ è solo se stessa:
questa luce/ bassa sulle case, i primi treni/ che aprono il vento e ci
sorprendono/ in una specie di torpore,/ la pastiglia nel bicchiere, gli
adolescenti,/ nel video che cantano il dolore;/ quando sembra che la mente
nasconda a se stessa il gesto di fuggire/ la mattina pura, i fatti nudi,/nel
rumore di tutti il tempo che si perde/ per essere solo ciò che siamo adesso,/
per diventare solo solitudine.) .
Francesco Filia
Francesco Filia
venerdì 11 maggio 2012
Appunti sulla gioia: La divisione della gioia di Italo Testa
La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto
a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una
strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare,
dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci
guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente
con discrezione - come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose
nella loro originaria gratuità - nella poesia italiana degli ultimi decenni,
basti solo ricordare il “partigiano della gioia” Giorgio Cesarano e il "noi che eravamo per la gioia" del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda
ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine
del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo
indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta
allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più
l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore
cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di
una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema
della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende
la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità,
il luogo in cui i commedianti, privi di
quella gioia che sanno esistere, si
stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia
di Italo
Testa, Transeuropa, 2010, colgono
quest’inquietudine, infatti, sono al
tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto
ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una
perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza
incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non
può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di
scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi,
lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre
accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte
tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il
peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e
dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere
nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e
nient’altro: ) e di condividere
questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la
persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia
solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno
mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare
al mondo non avrebbero alcun senso (eppure
quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per
noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per
essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci
separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti
alla donna amata e che ci divide da lei ( o
l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a
morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo
il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a
misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la
stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno,
uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo
in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della
solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle
cose nei luoghi che ci circondano (anche
così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la
vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la
ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al
mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare
(ancora una volta non resta/ che questo
aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/
andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un
giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da
abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/
pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione
del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e
postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in
cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak,
in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si
mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua
testa assonnata, la mia vita/ guidata
oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba
è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è
un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni
dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in
un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed
enigmatico (verso non so che cielo o
sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e
infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa
onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità è amplificata dal suono di fondo di questi
versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone
dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In
ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della
vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine
perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l'unica
condivisione possibile (e poi saranno gli
altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento
esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:).
Francesco Filia
Francesco Filia
venerdì 27 aprile 2012
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