lunedì 14 luglio 2008

Il margine di una città. Una lettura del poema di F. Filia



Guardare significa essere legati immediatamente a stimoli visivi, essere immersi in un orizzonte visivo. E' la parte più rilevante della nostra componente animale, è il legame con l'ambiente. Su questo istinto si fonda la norma madre della società contemporanea. Diversa cosa è il vedere. La radice di questo verbo la ricostruisce il filologo Bruno Snell evidenziando la sua relazione semantica con i termini greci noos e idein: vedere significa conoscere le idee. In questo senso i dialoghi di Platone sono stati la prima fenomenologia dello sguardo. I filosofi e i poeti sono tali perché vedono idee, non per altro. E non sono loro a definire le idee, sono le idee stesse che si danno in immagini. Il filosofo idealista e il poeta visionario non sono tali perché scendono a fondo e sfondano il campo del semplice guardare, non sono tali perché vedono le cose come saranno alla fine del loro scorrere, ma sono tali perché vedono le cose nella loro fissità, così come già sono, anche se in apparenza sembrano scorrere. E questa loro visione non ha niente di mistico o di misterico ma è reale, più reale del reale. Questo ho pensato, meglio sarebbe dire, questo ho ricordato nel leggere il testo poematico Il margine di una città di Francesco (Filia). Filia fa parte di quei poeti campani che sentono ancora l'influenza della vicina Elea. In lui l'idea e la sua immagine la fanno da padrone. Questo poema, sulla scia di altre esperienze poetiche contemporanee (ricordo quella di De Angelis e Ortesta su tutti)nasce da un'esperienza teoretica fondamentale. La successione di questo testo in frammenti gnostici rappresenta proprio il rarefarsi graduale e parziale di quelle immagini che rispecchiano qualcosa d'immutabile. E' una vita colta per immagini o una biografia per frammenti. Ma la biografia che viene posta in evidenza non è solo quella del poeta; non si consuma tutta la vita in queso poema ma solo la sua intensa e più rilevante espressione. Ciò che Filia mette su carta è l'epifania del vedere e la successiva fenomenologia di un mondo, di una città. A partire dall'originaria ferita mortale, la regola che fa vibrare il nostro mondo a venire: "Ritorna/ lo slargo dietro casa, come una fitta di luce/ negli occhi, con questo nome capitatomi in sorte/ ripetuto all'infinito e sfaldato in lettere/ sillabe pura emissione di voce balbettio indistinto/ nulla.(frammento I)". La resistenza delle cose al tempo coincide con la scoperta della nostra mortalità. Le cose ci precedono e ci sopravvivono. Sono come spettri di luce che fuggono la nostra natura funzionale. Noi siamo accolti da quei segni. L'indizio di questo processo ce lo offre il nome, segno inequivocabile della "nostra lingua finita" ("di tutti gli esseri l'umano è il solo che nomina egli stesso i suoi simili, come il solo che Dio non ha nominato" scriveva Benjamin). Il nome è la prima frattura che si crea tra la luminosità estrema del mondo e l'ombra della nostra presenza mortale. Si può dire che il nome rischiara la nostra animalità, è la scoperta originaria della piega che distingue il guardare dal vedere. Il nome è la ferita mortale che filtra luce mentre fa sgorgare sangue. Su questo crinale si poggia il mondo, la città. Tutto il poema non è altro che un'esibizine dello spacco originario che tale assunzione comporta: "Tra una scia di luci e l'azzurro del cielo/ la vita balena di nuovo, su questo muro/ a cavalcioni, a metà del nostro morire (frammento II)". Lo strumento adottato dal poeta è quindi la vista come dimostrano le illustrazioni che accompagnano questo scritto. (Le tavole di Pasquale Coppola raffigurano occhi posti tra terra e cielo). Il margine, nominato nel titolo, è in realtà il centro. Qui c'è un rovesciamento delle categorie civili. La città è vista a partire dal suo margine, da una sbavatura del guardare. L'operazione d'invertimento di centro e periferia, fatta in chiave sociale e politica a proposito della città di N. da molti intellettuali, qui è realizzata poeticamente. Il vero fulcro del consorzio umano è il margine, la periferia, non più il centro. Il poeta rinnega il campo visivo immediato, gli stimoli meramente animal-meccanici della sua città perché chiamato da quella ferita originaria: "Questa gioia sputata via al risveglio, quando ogni strada/ è più estranea e vicina insieme e una voce che chiama/ è quel che resta dei giochi proibiti di un bambino (frammento III)." Riabitare la propria città, quando non si è più cittadini, significa conquistare un nuovo spazio. In questo Filia si dimostra vicino a quegli autori che concepiscono l'arte non come semplice provocazione ma come costruzione. C'è in questi versi la consapevoelzza che questo gesto è possibile solo compiendo una svolta antropologica, traducendo il caso in necessità. A chi più rischia, più è richiesto (per parafrasare un vecchio detto filosofico). Questa sembra la scommessa sottintesa. Questo l'angolo etico proposto. Nessun cambiamento è consentito se non questo. Ogni cambiamento consentito dipende da questo. "Dimoro nella lesione di ogni cosa" scrive Filia e s'addentra nel deserto: "Vuoto logico di questo terrazzo aperto/ su di un balzo di palazzi e voci rabbiose./ Le labbra si schiudono ancora nella gioia/ di nominare le cose i volti lo spazio/ che si stringe intorno alla gola,/ nelle pietre di questa città che continua/ a crollarmi addosso da millenni (frammento XVIII)." Si cercano le direttive dello spazio, e sono le immagini e le idee delle cose che le offrono. Le linee che perimetrano lo spazio cadono sul foglio verticalmente mortificando l'articolazione vitale del verbo: "Città verticale nutrita dalle sue viscere vuote/ cunicoli e rifugi, occhi che difendono il territorio/ porzione sottratta e vita ripresa varco/ dove sopravvivere. (frammento XXVIII)" E ancora :"Città nuova di entroterra e anni luce/ dal mare, sagome scolpite nell'aria./ Architetture sospese, crepe/ nel cemento armato attendono/ questa pausa nel dolore di viali/ e binari non ancora morti tra macerie/ e un rantolo di voce di vita/ di niente. (frammento XXXIII)" Questo frammento ha una potenza unica che sembra raccogliere la città in un solo guasto. Tutti i suoi mali sono presenti meglio che in qualsisai cronaca o romanzo: terremoto, sangue gratuito, corruzione, tutto torna in un solo istante. Qui riesce in pieno il patto: il poeta scompare, scompaiono i mali, resta evaso il deserto, lo spazio appare. La poesia non fa che registrare la visione, esula da schemi metrici e da rime. La poesia non bisogna più nominarla. Lo spazio è il solo risultato, il margine è lo spazio. L'unica soluzione possibile all'esondazione dello sguardo è espandere la ferita, insistere nel vedere: creare un margine. In questo nuovo spazio le cose abbandonano la loro funzione, anche se non scappano dalla storia. Si tratta di riportate tutto allo stupore originario; se qualcuno ti avrà nominato tu non potrai che rispondere: "Non hai voluto fiori da cogliere ma guanti/ per proteggere il tatto nel giardino chiuso/ nella trasparenza di questo chiostro./ Abbiamo sentito lo stesso dolore in fondo alla vita/ Solo ora comprendo, in questo silenzio condiviso/ la necessità del tuo nome. Carmen. (frammento XXXII)" La donna capitata in sorte ha il nome giusto. Accompagna in silenzio perché le parole facilmente si confondono. Bisogna preservarle. Quel nome, altro indizio finito, è lo stare accanto che traduce il vuoto in pieno. E' presenza carnale ma anche canto. Ciò che si trova alla fine è l'in-sistere, nel canto. L'unico dono reale è lo spazio: "Ricostruisco il passato negli occhi di mia figlia./ Con cocciuta ossessione scavo i giorni/ i minuti, di quest'eterno presente. Ecco la fine delle ore./ L'alba, nelle mani strette, mi lascia accanto/ a questa culla a intuire l'inizio di una vita/ mio secondo stupore a guardare/ questa forma creata mio respiro ulteriore. (frammento LV)" Il vedere si traduce nel guardare "una forma creata". La vista del poeta s'affina, s'affida, a un respiro terreno. Il poeta, per ora, trova asilo. (Filia Francesco, IL MARGINE DELLA CITTA', Con dieci tavole di Pasquale Coppola, Il Laboratorio/le edizioni, Napoli, 2008)

sabato 12 luglio 2008

La Madonna della Neve



(La neve. XXV frammento, Napoli 2007)


C’è giunto in sogno con la forza di un respiro brinato
il luogo delle promesse non mantenute dei prodigi
mai compiuti, di una rosa che sboccia di sole spine.
Che ad agosto non nevica si sa, i miracoli non esistono
se non nella gioia dei semplici, di noi che aspettiamo
un passato che riscatti il perimetro delle nostre attese.
Con uno scongiuro non riuscito abbiamo predisposto
il rituale per salvare le nostre facce davanti, quelle
che abbiamo offerto all’offesa di ogni giorno al rito
di sangue e purezza di ogni nascita all’attimo che trasforma
il più nudo dei casi in ciò di cui non si è potuto mai fare a meno.
La cenere dei falò i copertoni delle auto abbandonate
la scaramanzia dei nostri cellulari accesi tutto è pronto
per un oltre di forme geometriche e cristalli da sciogliersi
al sole per essere nel silenzio di esagoni poggiati uno
sull’altro di fiocchi che definiscano il recinto
delle nostre preghiere, per un dono che non chiede
nulla in cambio, se non l’ultimo dei nostri respiri.

giovedì 3 luglio 2008

Frusciare

Questa notte le zanzare m'hanno risparmiato,
nessun frusciare nel mio orecchio,
come di ali che perdono contatto
niente più veniva da dentro
e mi sono dedicato all'aperto
di buon ora, sono andato al parco.

Lì tutti frusciano, strusciano,
seguendo un ritmo diverso.
Si raccoglie, da solo, il tempo
ai piedi dei fortunati
che direzionano le ali
......fruscia.....fruscia...

per fortuna, un po' di vento....
c'è un bambino che capeggia
una triade di Faharrad,
alla base della figura
ci sono il babbo e la mamma,
lui è in testa

e con entusiasmo, pari alla gioia,
canta una filastrocca a squarciagola
"io sono una latrina,
io sono una latrina.."
i genitori lo seguono, mortificati,
il padre mi vede, si ricompone,

mi dice che il nostro Paese
è fatto a strati,
ma c'è del liquido che cola,
la classe si scolora.
Gli ripeto la sintesi amorosa
di quella spendida creatura.

giovedì 26 giugno 2008

I senza terra

-Creonte : "-Chi sa se laggiù tutto questo è santo? Giammai il nemico, nemmeno morto, è un amico."
Antigone: "-Non per condividere l'odio, ma l'amore, io sono nata."

Scrive Simon Weil a proposito di questi versi dell'Antigone di Sofocle:

"Questo verso di Antigone è splendido, ma la replica di Creonte è più splendida ancora, perchè mostra che coloro che partecipano soltanto dell'amore e non dell'odio appartengono a un altro mondo e non hanno da aspettarsi da questo che la morte violenta:

Creonte (v. 525): Discendi dunque laggiù, e se hai bisogno d'amare, ama quelli laggiù."

Antigone va incontro alla morte perchè ha tentato di seppellire il corpo del fratello che ha combattuto al fianco dei nemici della patria. Ancora una volta nella tradizione classica torna il problema delle spoglie e del corpo. Se Priamo si era spinto nel campo nemico per richiedere la salma del figlio Ettore e fondare su quello la necessità del rito di sepoltura e la conseguente dignità delle nazioni, Antigone cerca di dare sepoltura al fratello-nemico nella terra amica. Di fatto se in Omero l'equilibrio delle forze opposte, quello di conservazione (il padre Priamo che richiede la salma del figlio), e di dispersione (Achille che vuole vedere il corpo di Ettore mangiato dai cani), è dato dalla restituzione finale del corpo dell'eroe troiano in seno alla propria patria, in Sofocle abbiamo un rovesciamento di questo rapporto. In Sofocle è il fratello nemico che deve essere sotterrato per rimarcare l'amore per lo straniero. La forza straniera, la dispersione del nuovo, viene accolto nel grembo della propria terra. Antigone riserva a questa forza una cura amorevole. La nazione è minacciata dal suo gesto che introduce logiche nuove. Per questo suo estremo atto d'amore è condannata a vivere sotto terra, "tra la vita e la morte" in una situazione di estranietà totale.

Antigone ": Ahimè, son derisa!
In nome degli dei aviti,
ancor morta non sono:
perchè tu già m'insulti?
O città, e voi, di questa città
uomini doviziosi;
ah, fonti dircèe
e tu, sacra terra tebana
fiorente di carri:
voi almeno prendo a testimoni
che illacrimata dai miei
per leggi inaudite
a sepolcrale carcere,
a tomba strana mi avvio.
Me infelice,
non tra i vivi,
non tra i morti,
ascolta sarò"

Antigone è colei che ha sacrificato la logica nazionale. E' lei l'emblema del nuovo corpo, è portatrice di un nuovo liguaggio. Il suo gesto dice la Weil è il gesto della "persona pura" e dell'amore assoluto. Chi pratica l'amore per lo straniero, espone la nazione al rischio. Ma è proprio il rischio la parte mobile della lingua che fonda le terre a venire. Chi nega questo elemento della storia va incontro all'annichilimento.

Antigone si toglie la vita, avendo perso la sua identità sociale e il corpo del fratello viene comunque mangiato dagli uccelli. Con grande forza poetica scrive Sofocle che i pezzi di carne del cadavere cadono dai loro becchi sul fuoco dei sacerdoti, emanando tutto intorno un forte odore, presago di tragedia.

giovedì 5 giugno 2008

Staffette di luce. "Ogni cinque bracciate" di Vincenzo M. Frungillo


Sono alcuni anni che si discute sul ritorno della poesia epica, ossia di un dettato poetico che racconti fatti, eventi, gesta di uomini, di eroi. Ma ciò è stato reso poco credibile dalla mancanza, non tanto di eventi significativi e di figure che potessero essere rappresentate poeticamente, ma soprattutto dalla potenza stessa della parola, in quanto o atrofizzata nel linguaggio ordinario e dei mass-media o ripiegata su stessa alla ricerca dei più nascosti meandri dell’interiorità.
Un esempio recente di una poesia che si apre al mondo e cerca di esplorarlo è il poema in ottave Ogni cinque bracciate di Vincenzo Frungillo, finalista dell’edizione 2007 del premio Antonio Delfini, di cui è stato pubblicato un estratto, curato da Enzo Cucchi, dalla casa editrice Mazzoli di Modena, accompagnato da disegni di Paola Pezzi. Il poemetto ha come tema centrale la parabola umana e sportiva della squadra di nuoto femminile della DDR che, a cavallo degli anni settanta e ottanta, inanellò una serie di vittorie e di record che stupirono il mondo, per poi scoprire che tali vittorie erano dovute prevalentemente all’uso di sostanze dopanti. Ciò nondimeno il fascino di quella avventura umana è rimasto e l’autore ce lo ripropone, con occhio attento e partecipe - “Ecco stanno tornando in quel punto, sole, all’apice della luce.” - come simboli di un mondo, quello comunista, uscito sconfitto dallo scontro con l’occidente, ma anche come simboli di tutti gli uomini e le donne che si trovano travolti dalle vicende storiche e che loro malgrado ne assurgono a emblemi negativi. Nelle storie di Ute, Karla, Lampe e Renate, le quattro staffettiste della nazionale della Germania Est protagoniste del poemetto, possiamo riconoscere le vicende di tutti quelle donne e quegli uomini che la storia ha prima esaltato e portato alla gloria e poi lasciato ai margini, dimenticati perché o imbarazzanti o perché portatori di ricordi dolorosi. Spetta al poeta, come un novello pescatore di perle, cercarle nel mare del passato, rendere loro la voce, salvarle dall’oblio, ridare loro il respiro che avevano perso, farle nuotare di nuovo nella luce della parola poetica “Senza il pregiudizio della parte sbagliata,/ ora nuota nell’acqua della piscina/ trasparente a se stessa, ma affilata nella bracciata/ sulla superficie che brilla come di brina.”

domenica 1 giugno 2008

Gangster story. L'ultimo dei bravi ragazzi


La gangster story non è morta continua a vivere con i suoi pregi e i suoi difetti. Ne è testimone L’ultimo dei bravi ragazzi (Newton Compton, traduzione di Eleonara Bosi e Roberto Galofaro) primo romanzo di John Carbone, autore nato negli Stati Uniti, ma che vive e lavora in Europa. L’ultimo dei bravi ragazzi è un romanzo di mafia, raccontato in prima persona, come nella migliore tradizione del noir americano, basta solo ricordare i libri di Jim Thompson agghiaccianti apologhi di menti criminali che raccontano in soggettiva la loro follia omicida. Il protagonista e io narrante è Marco Bolzani, giovane di Brooklyn, che, dopo l’ennesima lite con il padre, scappa da casa e va per strada, qui sente il richiamo affascinante del crimine, dei soldi facili e del loro potere. Insieme ad altri sei amici dà vita ad una gang dedita allo spaccio di marijuana. Sono gli anni Settanta e anche la criminalità sta cambiando perché il commercio di sostanze stupefacenti si ingrandisce, sul mercato ora c’è la cocaina e il primo che se ne assicurerà lo smercio diventerà ricco e potente al di là di ogni immaginazione. I sette bravi ragazzi, quattro italiani e tre irlandesi, entrano in affari con lo zio Tony, mafioso senza scrupoli che li renderà ricchi ma che li porterà al punto di non ritorno, quando la lotta per il potere, la concorrenza spietata degli altri spacciatori, le forze oscure che si muovono dietro le quinte romperanno definitivamente gli equilibri interni alla banda. In questa storia sono presenti tutti gli ingredienti classici del genere: gioventù segnata dalla vita in strada, il patto d’amicizia e lealtà dei membri della banda, la scalata al successo criminale e la inevitabile rovina, accompagnata da omicidi, tradimenti, il tutto condito da un linguaggio asciutto, scarno, non esente però da una certa stereotipia di lessico e di immagini.
Perché leggiamo ancora queste storie? Perché, pur sapendo che ripetono trame e situazioni già note, continuano ad affascinarci? Forse perché la gangster story è l’unico genere letterario che concentra tutti insieme i temi della violenza, dell’amore, dell’amicizia, dell’ambizione, del tradimento, della nemesi e del riscatto, del destino, che può avere la forma di una pallottola alle spalle o di un incontro sbagliato; in poche parole quei temi che fondano la vita e la morte di ogni uomo, che, codificati dai tragici greci, percorrono come un fiume carsico la storia della letteratura occidentale e che in un’epoca di povertà culturale e letteraria riemergono nel romanzo di genere. In attesa di tempi migliori può bastare? Chi può dirlo!


sabato 24 maggio 2008

Violante sull'ultimo libro di versi di De Vivo



testo di Salvatore Violante

In Prisco De Vivo la poesia è ascolto, come da un orecchio pressato su d’una parete che ne affievolisce il suono. Le voci che provengono dalla realtà del mondo, giungono deformate e frammentate, dilatate nell’interiorità, dalla voglia sfrenata dell’appropriazione complessiva. È un poeta le cui atmosfere, si possono respirare nei cimiteri, nei bistrot, o nelle cattedrali d’oltralpe. In questa poesia il triste, diventa mera rappresentazione raggelata da una contemplazione barocca, oppure deformata da un segno capriccioso. Le sue poesie sono ciascuna, una diapositiva priva di colori dove il nero è lo sfondo e il disegno, solo una remota traccia di vita. L’ultima raccolta, DALLA PENULTIMA SOGLIA (Poesie 2001-2007) stampato per i tipi di Marcus Edizioni (Napoli 2008), corrisponde in pieno a queste caratteristiche.Questo autore, nato a S. Giuseppe Vesuviano nel 1971, è un pittore abbastanza noto che veste la sua pittura di segni disperati ma graffianti a ricercare una finestra, uno spacco di luce rigeneratore. Egli arriva alla penultima soglia dopo essere passato attraverso l’esperienza poetica di un’altra raccolta DELL’AMORE DEL SANGUE E DEL RICORDO in cui il Nostro tenta la via al misticismo attraverso un’ascensione dell’eros: un’esaltazione sensoriale simile a quella delle autoflagellazioni cinquecentesche. È una poesia occasionale in cui il fatto perde la sua quotidianità sebbene segnato da contorni di forte carnalità. Si fa puro decoro, fredda icona ad indicare una tensione più che una storia. Nella poesia di De Vivo, la vita è assente: c’è un’aspirazione, un desiderio, un ricordo. Si ha l’impressione di trovarsi su di una spiaggia dopo una tempesta: tutta piena di detriti, di tracce di vita passata; oppure in una cella di un monastero con un frate che sogna e prega, sogna la carne del mondo lontano, ed ebbro d’eccitazione, la trasporta nella preghiera.

Camminavo stordito
inseguito dai cani.
Il ditale di una signora scalza
davanti alla mia bocca.
Quella vecchia mi perseguitava
dicendomi che i miei occhi
non fanno paura a nessuno. Bisogna
solo cucirli affinché mi possa
guardare l’anima.

L’immagine è lontana. C’è un inseguimento di cani privo della tensione che una scena simile dovrebbe produrre. Poi una signora scalza impone col ditale sulla bocca il silenzio. Anche qui è solo annotazione, manca l’eccitazione drammatica. Così pure la persecuzione della vecchia che dice al poeta che i suoi occhi non fanno paura a nessuno. Qui anzi c’è un rifiuto o un’incapacità di vedere o sentire o far sentire emozioni fuori di se. Gli occhi vanno cuciti affinché il poeta possa guardarsi l’anima, il solo specchio possibile per una lettura colorata della realtà: la sola via di fuga. Tutte le immagini precedenti rappresentano il fondo della tela. Il colore è spento ed uniforme. L’unica nota di movimento e di colore è la cucitura degli occhi che comporta l’aprirsi alla luce interiore. Ecco la penultima soglia, l’affacciarsi alla vita attraverso una porta aperta che dia valore eterno all’occasionale, al mutevole, al terreno, per arrivare all’ultima soglia un poco più sazi, quando i giochi saranno compiuti del tutto.