sabato 27 settembre 2008

Morire...è stato leale


Adieu à Gonzague

Da molto tempo
volevo scusarmi con te. La Valigia vuota
non aveva detto abbastanza. La vedevo lì,
gettata per strada, e non l’ho aperta. È stato
il mio peccato d’omissione. Tremendo peccato d’omissione
davanti a una preghiera finalmente
tua. E se qualcuno prega con le uniche parole che ha, che gli restano,
è necessario ascoltare.

“Le telefono per dirLe che Gonzague è morto”. Era una voce anziana.

Ho attraversato periferie, sono corso
nella tua camera. Era la camera che conoscevo.
Tutto al suo posto. Le carte sulla scrivania,
le scatole dei fiammiferi ben ordinate,
la pistola, un cuscino per silenziatore.
Tutto era perfetto, e mortale. Ordinatamente
mortale. La spazzola sul tavolo, lo specchio.
Ti pettinavi con cura e andavi nei bar a portare morte.
Ma stavi zitto. Nessuno si accorgeva di nulla.
Non hai osato supplicare da vivo, non ne hai
avuto il coraggio.

Non puoi rimproverarmi di nulla. Hai pregato
con una pallottola.
Non puoi rimproverarmi di essere rimasto a bocca chiusa.
Se nella tua valigia ci fossero veramente parole,
l’avrei aperta, l’avrei
spalancata con queste mani. E se una pallottola
è stata la tua unica supplica,
la mia risposta può giungerti soltanto adesso. Non
accusarmi di essere in ritardo. E poi
non è vero ciò che ho detto all’inizio…
non devo scusarmi di nulla, non dobbiamo scusarci di nulla.
Ma devo scriverti
Questo sì…scrivere. Bisogna scrivere soltanto
se si ha qualcosa nel cuore: e se non scrivessi qualcosa adesso
chiunque avrebbe il diritto di sputarmi in faccia.

Alla sera ti drogavi. E poi ridevi, continuavi a ridere
con le tue mascelle forti. Poi
crollavi su un tappeto. E ti svegliavi il giorno dopo,
impeccabile,
con il tuo sorriso gentile, nel fuoco fatuo.
Una volta
ti ho visto a letto con una donna. Non lo scorderò mai,
ancora oggi ne porto la ferita, eri gentile. Ma
eiaculavi il nulla. Lei ti guardava sbigottita. Tu sorridevi.

Ma basta con questi piagnistei. Dopo tutto, maledizione,
sei morto perché non avevi talento.
E avevi anche il torto di confessarlo
alle donne. Le donne… non le hai mai amate.
Non accettavi
che respirassero da sole. Eppure respiravano.
E ne eri terrorizzato. Sotto ogni seno
vedevi un respiro. E dal momento
che esso si lasciava mostrare,
volevi afferrarlo; e sbagliavi sempre.

Gonzague, sei stato mio amico, sei stato leale con me.
A volte un’amicizia ha fatto risorgere i morti.
Non potrà succedere tra noi. Dieci
minuti fa ti ho voluto ancora, ho voluto
la trasfusione di tutto il sangue. Ma tu sei ostinato. Sorridi
del mio incantesimo. Come potrò sollevare la bara
di chi sorride così? No, nessuna resurrezione
tra noi. Però non dimentico nulla… di te… che hai sofferto
senza chiasso.
La tua tristezza non ti ha impedito
di scegliere tra il fango e la morte.
Morire… è stato leale… non potevi
offrirmi una prova più grande.

Questo testo di Pierre Drieu La Rochelle - qui nella versione di Milo De Angelis per l’omonimo paragrafo del libro Poesia e destino da cui queste poche note traggono ispirazione - fu ritrovato tra le carte di Drieu dopo il suicidio avvenuto il 15 marzo 1945 e riprende, da un punto di vista diverso, il tema del romanzo Le feu follet (Fuoco fatuo) e il tema centrale dell’intera opera (si veda Récit secret – Racconto segreto) di Drieu, l’auto-distruzione fino al gesto estremo, non solo e non tanto come atto di disperazione, anche se gli Unni sono alle porte, per citare lo stesso Drieu nel suo diario, ma come punto d’arrivo di una logica implacabile (“Da ragazzo ho giurato a me stesso di rimanere fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola.” Racconto segreto), che non si accontenta del rimorso, della tristezza o tanto più del melodramma del se avessi ma arriva sino allo strappo finale, lì dove si spezza il nesso tra parola pensiero ed essere, dove la parola si ritrae o, al massimo, arriva postuma e, dove riesce a dire qualcosa di essenziale, senza la pretesa di salvare ciò che non può essere salvato.

domenica 7 settembre 2008

La Primavera...nulla sa di voi



La primavera

Per quanto opprima la mano del destino,
Per quanto angosci l’inganno umano,
Per quante rughe solchino la fronte,
E pieno di ferite sia il nostro cuore,
E per quanto dure siano le prove,
Tutte le prove che avete subito,
Che importa questo di fronte al respiro,
Al primo incontro con la primavera?

La primavera… Nulla sa di voi,
Di voi, o male, o dolore,
Il suo sguardo risplende immortale,
e non vi è ruga sul suo volto.
Obbediente solo alle sue leggi,
Nel tempo convenuto scende anche a voi,
Luminosa, beata, indifferente.
Come si conviene agli dei.

Copre di fiori tutta la terra,
E’ fresca, come la prima primavera;
Se ce ne fu un’altra prima di lei,
Di questa proprio nulla conosce.
Errano molte nubi nel cielo,
Ma queste sono le sue nubi,
Ed ella più non trova le orme
Delle sfiorite primavere dell’essere.

Non sospirano le rose il passato,
Né l’usignolo lo canta nella notte;
L’Aurora lacrime profumate
Non versa sul tempo che fu;
Né la paura dell’inevitabile fine
Spira dagli alberi e dalle foglie!
La loro vita, come un oceano senza rive,
E’ disciolta tutta nel presente.

Gioco e vittima della vita particolare!
Vieni, e respinto l’inganno dei sensi,
Immergiti, alacre, assoluto signore,
In questo vivificante, creativo oceano!
Vieni, e nella sua eterea corrente
Bagna il tuo petto che soffre,
E della vita divina e universale,
Sii, anche per un attimo, partecipe!

(1838, Fjodor I. Tjutcev)




All’Autunno


Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nocciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno di un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

(1819, John Keats)



In questi giorni in cui le ore di luce diminuiscono e quel poco di natura che percepisco in città marcisce, ho pensato alla primavera, al furore del suo manifestarsi, all’inizio assoluto che ogni anno ci sorprende e sembra spezzare, per sempre, il ciclo delle stagioni e mi è tornata in mente la poesia Primavera di Tjutcev in cui l’esplodere della natura, appunto, è visto, avvertito, in maniera così potente da sentirsi soggiogati, forse solo come un russo può sentirlo.
Poi, però, ho ricordato l’ode All’Autunno di Keats in cui questa stagione non è vista, percepita, come la stagione del declino ma della pienezza, delle luci calde e profonde, di ciò che è maturo, così pieno di vita da donarla e poi congedarsi.
Alla fine ho pensato che entrambe le poesie nascono da sensazioni che, per noi, uomini contemporanei, sono non esperibili direttamente ma che nascono solo da una mediazione letteraria, e che con il passare dei secoli diventeranno ricordo ancestrale, della specie, come ora lo è per noi il passato dei nomadi raccoglitori e il terror panico con cui convivevano: un residuo irriducibile di un passato dimenticato dell’uomo tecnologico. C’è da chiedersi infine se già nell’ottocento queste esperienze poetiche erano delle “riserve” in un paesaggio storico che andava cambiando sempre più velocemente e forse proprio questa dimensione d’inattualità avvalora ancor di più la verità di questi versi.

Fjodor I. Tjutcev, Poesie, a cura di E. Bazzarelli, BUR
John Keats, Poesie, a cura di S.Sabbadini, Oscar Mondadori

martedì 2 settembre 2008

Alesi Eros e il venticello atletico del febbraio 1970.

FRAMMENTI

Caro Papà.
Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei pascoli marini.
Tu che sei tra i pascoli umani. Tu che vibri nell’aria. Tu che ancora ami tuo figlio Alesi Eros.
Tu che hai pianto per tuo figlio. Tu che segui la sua vita con le tue vibrazioni passate e presenti.
Tu che sei amato da tuo figlio. Tu che solo eri in lui. Tu che sei chiamato morto, cenere, mondezza.
Tu che per me sei la mia ombra protettrice.
Tu che in questo momento amo e sento vicino più di ogni cosa.
Tu che sei e sarai la fotocopia della mia vita.

Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo Bello - forte - orgoglioso - sicuro - spavaldo rispettato e temuto dagli altri. che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo, che ti vedevo come l’orco che ti giudicavo un Bastardo perché picchiavi la mia mamma.
che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che vedevi di perdere il tuo ruolo.
che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo, del nuovo ruolo di mia madre.
che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente.
che vedevo che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri, rispettati e temuti dagli altri.
che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi. Che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo.
che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente.
che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa, che mia madre scappava di casa.
che tu hai voluto fare il Duro.
che non hai trattenuto nessuno.
che sei rimasto solo in una casa di due stanze più servizi.
che i litri di vino e le bottiglie di cognac continuavano ad aumentare.
che un giorno. che il giorno. in cui sei venuto a prendermi dalle camere di sicurezza di Milano ho visto che tu ti vedevi solo. che tu volevi o tua moglie o tuo figlio o tutti e due in quella casa da due stanze più servizi. che ho visto che tu hai visto che eri disposto a tutto pur di riavere questo.
che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di pace, di armistizio.
che ho visto che tu hai visto sulla tua mano uno sputo.
che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo.
che ho visto. che tu hai visto il desiderio di voler punire la tua vita.
che ho visto che tu hai visto il desiderio di non soffrire. che ho visto che tu hai visto i litri di vino e le bottiglie di cognac continuare ad aumentare.
che ho visto che hai visto in quel periodo la tua futura vita.
che ho saputo che hai saputo che tuo figlio era un tossicomane che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo (figlio che a te non ha voluto dare).
che ho visto che hai visto 3 anni passare. che ho visto che hai visto che il giorno 9-XII-69 non sei venuto a trovarmi al manicomio. perché eri morto.
che ora tu vedi che io vedo. che ora il 1° sei tu. che giochi questo tresette col morto facendo il morto.
Ma che giochi ugualmente, che ora vedi che io vedo che ti adoro che ti amo dal profondo dell’essere.
che ora vedi che io vedo che mia madre rimpiange. ALESI FELICE PADRE DI ALESI EROS
che vedi che io vedo che sono fuggito ancora una volta verso la solitudine.
che tu vedi che io vedo solo grande grandissimo nero lo stesso nero che io vedevo che tu vedevi.
che ora continuerai a vedere ciò che io vedo.

*

Che caro padre ti racconto il mio viaggio in India. Che sono sicuro, certo del tuo ascolto.
Che sono parecchi mesi di anfetamine. Che in un periodo le anfetamine erano introvabili nelle farmacie. Che il mercato nero vendeva a prezzi esosi. Che il mio viaggio per Napoli - biglietto andata e ritorno - che Napoli era un posto per le anfetamine quasi vergine. Che il biglietto di ritorno a Roma è finito in un cesso. Che un mese a Napoli, città che vuole vivere al passo dei tempi, pur conservando un innotabile tradizionalismo - che a Napoli Piazza Municipio, c’era Gionata Usi, Lorens e tanti altri. Che tutti i giorni due tre flaconi di Ritalin - Metredrina - Desoxyn - Psichergina - Tempodex. Che poi l’occasione di un furto di diecimila lire e la paranoia ossessiva mi portarono a Foggia - che fuga a Manfredonia - che l’unico capellone di Manfredonia mi dona la sua carta d’identità - che proseguo in autostop per Brindisi - che il tuo spirito, le tue parole, le tue molecole mi hanno aiutato. Che trovo cinquemila lire sufficienti per imbarcarmi alla volta di Gominizza - che poi padre nulla, nulla siringhe nulla endovene. Che ho solo viaggiato per la maggior parte a piedi, sui tornanti dei monti che sono la divisione di Salonicco. Che a Salonicco ho incontrato un francese maturo per una giusta ed ingiusta vendetta. Che caro papà era maturo per la dea e non dea morte. Che lui ritornò in Francia che io diretto a Istanbul.
Che caro padre Istanbul ci rammenta - mi rammenta un anno di galera. Che caro padre io ti amo e ti ho quasi sempre amato. Che non volevo la tua ansia, il tuo dolore. Che arrivo
Che l’essere viaggiava. Che l’essere era ridotto a stracci colorati. Che le campane suonavano. Che suonavano lentamente i 12 rintocchi. Che berrei volentieri un bicchiere di latte freddo.

*

Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina. Che tu solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità indispensabile per sopravvivere. Che tu mi hai dato una casa, un hotel, un ponte, un treno, un portone, io li ho accettati, che tu mi hai dato tutto l’universo amico. Che tu mi hai dato un ruolo sociale, che richiede e che dà. Che io a 15 anni ho accettato di vivere come essere umano "uomo" solo perché c’eri tu, che ti sei offerta a ricrearmi una seconda volta. Che tu mi hai insegnato a muovere i primi passi. Che ho imparato a dire le prime parole. Che ho provato le prime sofferenze della nuova vita.
Che ho provato i primi piaceri della nuova vita. Che ho imparato a vivere come ho sempre sognato di vivere. Che ho imparato a vivere sotto le innumerevoli cure, attenzioni di mamma morfina. Che non potrò mai rinnegare il mio passato con mamma morfina. Che mi ha dato tanto. Che mi ha salvato da un suicidio o una pazzia che avevano quasi del tutto distrutto il mio salvagente.
Che oggi 22-XII-1970 posso strillare ancora a me, agli altri, a tutto ciò che è forza nobile, che niente e nessuno mi ha dato quanto la mia benefattrice, adottatrice, mamma morfina. Che tu sei infinito amore infinita bontà. Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza le potenti vitamine di mamma morfina.

*

Che tu in tutte le strade e i vicoli del mondo, che io o in un manicomio o in una galera di una qualsiasi città del mondo.
Che due volte si è posta questa triste realtà e tutte e due le volte sono corso nella tua magica e misteriosa casa, l’oriente e tutte e due le volte ti ho riabbracciato con tutto l’amore che tu mi hai insegnato ad avere.
Che ora sono uscito da un manicomio per la terza volta, e da un terzo forzato distacco da te MAMMA MORFINA. Che sono sicuro, che sono quasi sicuro, che fra non molto potrò riabbracciarti.
Che ore due e mezzo del 23 dicembre 1970 gente che parla del mio discorso, discorso che solo io ho fatto che solo io e mamma morfina conosciamo, che solo io e lei abbiamo portato avanti nel discorso di verità nuove mie e per me come quella di amare Giorgio. Come quella di due che cercano nella camera di là qualcuno che impersonifichi lui.
Che ho sentito Giorgio.
Che ho sentito Ettore andare a terra e che non mi piace sentirmi solo vincitore che ho terrore di restare solo, in qualunque condizione. Ma che devo stare solo per divenire Budda.
Che alle 4,10 ho sentito chiaramente ed altamente la voce di Ettore che mi faceva complice del suo dolore. Che la voce di Giorgio segnava il vero.
Che alle 4,20 in piazza Bologna io e l’essenza, il ricordo, l’impressione di Giorgio, davamo agli altri uno scatarro solo. Perché non erano come noi. Che tra un periodo la famiglia Bonaventura troverà in un letto della casa di via Andrea Fulvio il caldino che cercava.
Che non voglio feriti.

*

Che la Comune di via Andrea Fulvio ha contribuito a formare il mio esercito difensivo. Esercito che si deve difendere dal proprio stato.
Che la comune, comune il fatto di essere scacciato dall’India e come tanti altri mi hanno strillato che il nemico che io identificavo, e forse ancora identifico, negli altri esseri viventi non era altro che il mio essere. Che forse giunti a questo punto potrei anche dire che il mio fuggire che il mio insistere nel mio ruolo, il mio viaggio diventa nefasto allo stesso livello di quanto può essere propiziato da buoni auspici.
Che mi sono staccato dalla Comune di via A. Fulvio con la bocca amara.
Forse avrei dovuto dare al tempo il tempo di raddolcirmela.
Arrivati a questo punto non capisco più nulla, non so più. So che sono su un treno che va a Brindisi - che il resto appartiene al dopo, ai domani luminosi ed ai domani neri. Che scrivo, che ho scritto.

*

O cara. O padrona morte. O serenissima morte. O invocata morte. O paurosa morte. O indecifrabile morte. O strana morte. O viva la morte. O morte che è morte. Morte che mette un punto a questa saetta vibrante.

*

29 - 1 - 1971 Roma

Che erba verde, ombreggiata e fresca. Che appare il grande mare dalla grande rilassatezza. Che Roma, il venticello atletico del febbraio 1970, che il venticello del 6 febbraio ’70, copre con la sua sabbia opportunisticamente ed indifferentemente le mie verità. Chissà! Dopo quanto sangue coagulato dovrò cadere nella macchina distruggo-creativa dell’universo.


Pubblico di seguito il commento di Antonio Porta ai frammenti di Alesi, Poesia degli anni settanta, Feltrinelli editore 1979.

"Questi farmmenti sono datati 29 gennaio 1971 (Eros Alesi si è suicidato nello stesso anno) e sono usciti nell'Almanacco dello Specchio n. 2. Sembra un espediente retorico dire che c'è uno scarso margine per un commento iniziale, ma è vero. La tematica, sofferta interamente dal corpo dello scrittore, è così offerta e bruciante che rende subito muti. Si trattiene il fiato e si smette di pensare. L'invocazione alla morte un'invocazione alla gioia. Allora si ricomincia subito a pensaree ci si chiede a quale logica altra ci si trovi di fronte. "Morire ci piace/ lasciateci bucare in pace" ha scritto l'anno scorso un ragazzo su un muro (che è morto a 21 anni per un overdose). Non ci trovo nulla di patetico. E' una sorta di alternativa radicale alla vita: la morte non è più la morte che conosciamo ma non sappiamo ancora che cosa sia di diverso. Si rischia di tuffarsi in una mistica kitsch. Desidero solo osservare che nel caso di Alesi, come in molti altri, la poesia ha interagito con la nostra storia, senza diaframmi. Va detto che un tributo necessario al fare poesia lo paga sempre anche il corpo di chi scrive."

martedì 26 agosto 2008

Tuscolana pazza e disperata


Ce n’ho abbastanza

ce n’ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka
un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra
un pacchetto di marlboro.
E poi mangio l’amburg col pane tondo tostato e
bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due
arance con la vodka.E poi esco e incontro la più grande figa della mia
vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca
rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non
fare nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare
nessuna cagata e di non andare in campagna
e di non occuparci della casa né della merda né dei
capelli né dei comunisti.Io butto nel fiume il trench di mio fratello
io compro i biglietti per la partita roma-river plate
io raccolgo gli occhi nella spazzatura
io accompagno mio figlio nel paradiso totale
senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica
né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.
E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l’elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un’arancia stellare
e viaggio nella luce dell’ananas e cago cicche d’oro
sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti
puliscicessi. Buttare via il tempo della vita
a lucidare i bidè e conservare i bicchieri
e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare
come i più stronzi prima di noi.
Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.
Lei apparirà. Bruciando i tampax dell’anima sanguinante.
apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda
e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.

(da Victor Cavallo, Ecchime, Stampa alternativa)



Incontro a Castelporziano

Mia cara fica
lucciola lanterna cicala stella nuvola sogno papavero orzata fica
ti scrivo dalla garbatella dove passeggiavo con una maglietta
gialla e il cielo era pieno di rondini. Ma era verso sera e
all’epoca della prospettiva Nevskji.
Mia adorata sono stanco e ho bisogno dei tuoi capelli
e delle canzoni dell’estate 1979 e di una campagna acquisti
che mi ridia speranze di coppa Uefa.
Com’era atroce l’inverno sull’orlo della serie B!
Mia cara fica
non credo a niente
i prezzi del pane e del latte sono troppo alti
e il campo di bocce del forlanini è pieno di d’immondizia
e i giardini di piazza S.Eurosia pieni di vetri rotti e cacche di volpini
E tutti quegli stronzi in giro
e lisa gastoni che m’ignora
e la rivoluzione che bestemmia sulla pista assolata del rock and roll.
ti amo. e se tu non me la darai mi ucciderò con una overdose.
I can get no satisfaction
e sono io nel merdoso cimitero degli specchi
a vegliare la fica in equilibrio tra le stronzate
io tra gli stanchi bagnanti notturni che recitano michelangelo
e le pompinare americane che mordono i gondolieri
e l’1 a 0 di trevor francis al bar della fenice e gli angeli
e questo angolo di piscio dove m’inculo il mondo.
Mia cara fica
spero d’incontrarti sulla spiaggia di castel porziano.
io ti incontrerò perché tu emani luce ultrarealistica
e tu mi riconoscerai perché indosserò profonde occhiaie
e una collanina azzurra. Fuggiremo lontano dal vietnam
verso la divina pietralata. verso la tuscolana pazza e disperata.

(da Victor Cavallo, Ecchime, Stampa alternativa)

lunedì 14 luglio 2008

Il margine di una città. Una lettura del poema di F. Filia



Guardare significa essere legati immediatamente a stimoli visivi, essere immersi in un orizzonte visivo. E' la parte più rilevante della nostra componente animale, è il legame con l'ambiente. Su questo istinto si fonda la norma madre della società contemporanea. Diversa cosa è il vedere. La radice di questo verbo la ricostruisce il filologo Bruno Snell evidenziando la sua relazione semantica con i termini greci noos e idein: vedere significa conoscere le idee. In questo senso i dialoghi di Platone sono stati la prima fenomenologia dello sguardo. I filosofi e i poeti sono tali perché vedono idee, non per altro. E non sono loro a definire le idee, sono le idee stesse che si danno in immagini. Il filosofo idealista e il poeta visionario non sono tali perché scendono a fondo e sfondano il campo del semplice guardare, non sono tali perché vedono le cose come saranno alla fine del loro scorrere, ma sono tali perché vedono le cose nella loro fissità, così come già sono, anche se in apparenza sembrano scorrere. E questa loro visione non ha niente di mistico o di misterico ma è reale, più reale del reale. Questo ho pensato, meglio sarebbe dire, questo ho ricordato nel leggere il testo poematico Il margine di una città di Francesco (Filia). Filia fa parte di quei poeti campani che sentono ancora l'influenza della vicina Elea. In lui l'idea e la sua immagine la fanno da padrone. Questo poema, sulla scia di altre esperienze poetiche contemporanee (ricordo quella di De Angelis e Ortesta su tutti)nasce da un'esperienza teoretica fondamentale. La successione di questo testo in frammenti gnostici rappresenta proprio il rarefarsi graduale e parziale di quelle immagini che rispecchiano qualcosa d'immutabile. E' una vita colta per immagini o una biografia per frammenti. Ma la biografia che viene posta in evidenza non è solo quella del poeta; non si consuma tutta la vita in queso poema ma solo la sua intensa e più rilevante espressione. Ciò che Filia mette su carta è l'epifania del vedere e la successiva fenomenologia di un mondo, di una città. A partire dall'originaria ferita mortale, la regola che fa vibrare il nostro mondo a venire: "Ritorna/ lo slargo dietro casa, come una fitta di luce/ negli occhi, con questo nome capitatomi in sorte/ ripetuto all'infinito e sfaldato in lettere/ sillabe pura emissione di voce balbettio indistinto/ nulla.(frammento I)". La resistenza delle cose al tempo coincide con la scoperta della nostra mortalità. Le cose ci precedono e ci sopravvivono. Sono come spettri di luce che fuggono la nostra natura funzionale. Noi siamo accolti da quei segni. L'indizio di questo processo ce lo offre il nome, segno inequivocabile della "nostra lingua finita" ("di tutti gli esseri l'umano è il solo che nomina egli stesso i suoi simili, come il solo che Dio non ha nominato" scriveva Benjamin). Il nome è la prima frattura che si crea tra la luminosità estrema del mondo e l'ombra della nostra presenza mortale. Si può dire che il nome rischiara la nostra animalità, è la scoperta originaria della piega che distingue il guardare dal vedere. Il nome è la ferita mortale che filtra luce mentre fa sgorgare sangue. Su questo crinale si poggia il mondo, la città. Tutto il poema non è altro che un'esibizine dello spacco originario che tale assunzione comporta: "Tra una scia di luci e l'azzurro del cielo/ la vita balena di nuovo, su questo muro/ a cavalcioni, a metà del nostro morire (frammento II)". Lo strumento adottato dal poeta è quindi la vista come dimostrano le illustrazioni che accompagnano questo scritto. (Le tavole di Pasquale Coppola raffigurano occhi posti tra terra e cielo). Il margine, nominato nel titolo, è in realtà il centro. Qui c'è un rovesciamento delle categorie civili. La città è vista a partire dal suo margine, da una sbavatura del guardare. L'operazione d'invertimento di centro e periferia, fatta in chiave sociale e politica a proposito della città di N. da molti intellettuali, qui è realizzata poeticamente. Il vero fulcro del consorzio umano è il margine, la periferia, non più il centro. Il poeta rinnega il campo visivo immediato, gli stimoli meramente animal-meccanici della sua città perché chiamato da quella ferita originaria: "Questa gioia sputata via al risveglio, quando ogni strada/ è più estranea e vicina insieme e una voce che chiama/ è quel che resta dei giochi proibiti di un bambino (frammento III)." Riabitare la propria città, quando non si è più cittadini, significa conquistare un nuovo spazio. In questo Filia si dimostra vicino a quegli autori che concepiscono l'arte non come semplice provocazione ma come costruzione. C'è in questi versi la consapevoelzza che questo gesto è possibile solo compiendo una svolta antropologica, traducendo il caso in necessità. A chi più rischia, più è richiesto (per parafrasare un vecchio detto filosofico). Questa sembra la scommessa sottintesa. Questo l'angolo etico proposto. Nessun cambiamento è consentito se non questo. Ogni cambiamento consentito dipende da questo. "Dimoro nella lesione di ogni cosa" scrive Filia e s'addentra nel deserto: "Vuoto logico di questo terrazzo aperto/ su di un balzo di palazzi e voci rabbiose./ Le labbra si schiudono ancora nella gioia/ di nominare le cose i volti lo spazio/ che si stringe intorno alla gola,/ nelle pietre di questa città che continua/ a crollarmi addosso da millenni (frammento XVIII)." Si cercano le direttive dello spazio, e sono le immagini e le idee delle cose che le offrono. Le linee che perimetrano lo spazio cadono sul foglio verticalmente mortificando l'articolazione vitale del verbo: "Città verticale nutrita dalle sue viscere vuote/ cunicoli e rifugi, occhi che difendono il territorio/ porzione sottratta e vita ripresa varco/ dove sopravvivere. (frammento XXVIII)" E ancora :"Città nuova di entroterra e anni luce/ dal mare, sagome scolpite nell'aria./ Architetture sospese, crepe/ nel cemento armato attendono/ questa pausa nel dolore di viali/ e binari non ancora morti tra macerie/ e un rantolo di voce di vita/ di niente. (frammento XXXIII)" Questo frammento ha una potenza unica che sembra raccogliere la città in un solo guasto. Tutti i suoi mali sono presenti meglio che in qualsisai cronaca o romanzo: terremoto, sangue gratuito, corruzione, tutto torna in un solo istante. Qui riesce in pieno il patto: il poeta scompare, scompaiono i mali, resta evaso il deserto, lo spazio appare. La poesia non fa che registrare la visione, esula da schemi metrici e da rime. La poesia non bisogna più nominarla. Lo spazio è il solo risultato, il margine è lo spazio. L'unica soluzione possibile all'esondazione dello sguardo è espandere la ferita, insistere nel vedere: creare un margine. In questo nuovo spazio le cose abbandonano la loro funzione, anche se non scappano dalla storia. Si tratta di riportate tutto allo stupore originario; se qualcuno ti avrà nominato tu non potrai che rispondere: "Non hai voluto fiori da cogliere ma guanti/ per proteggere il tatto nel giardino chiuso/ nella trasparenza di questo chiostro./ Abbiamo sentito lo stesso dolore in fondo alla vita/ Solo ora comprendo, in questo silenzio condiviso/ la necessità del tuo nome. Carmen. (frammento XXXII)" La donna capitata in sorte ha il nome giusto. Accompagna in silenzio perché le parole facilmente si confondono. Bisogna preservarle. Quel nome, altro indizio finito, è lo stare accanto che traduce il vuoto in pieno. E' presenza carnale ma anche canto. Ciò che si trova alla fine è l'in-sistere, nel canto. L'unico dono reale è lo spazio: "Ricostruisco il passato negli occhi di mia figlia./ Con cocciuta ossessione scavo i giorni/ i minuti, di quest'eterno presente. Ecco la fine delle ore./ L'alba, nelle mani strette, mi lascia accanto/ a questa culla a intuire l'inizio di una vita/ mio secondo stupore a guardare/ questa forma creata mio respiro ulteriore. (frammento LV)" Il vedere si traduce nel guardare "una forma creata". La vista del poeta s'affina, s'affida, a un respiro terreno. Il poeta, per ora, trova asilo. (Filia Francesco, IL MARGINE DELLA CITTA', Con dieci tavole di Pasquale Coppola, Il Laboratorio/le edizioni, Napoli, 2008)

sabato 12 luglio 2008

La Madonna della Neve



(La neve. XXV frammento, Napoli 2007)


C’è giunto in sogno con la forza di un respiro brinato
il luogo delle promesse non mantenute dei prodigi
mai compiuti, di una rosa che sboccia di sole spine.
Che ad agosto non nevica si sa, i miracoli non esistono
se non nella gioia dei semplici, di noi che aspettiamo
un passato che riscatti il perimetro delle nostre attese.
Con uno scongiuro non riuscito abbiamo predisposto
il rituale per salvare le nostre facce davanti, quelle
che abbiamo offerto all’offesa di ogni giorno al rito
di sangue e purezza di ogni nascita all’attimo che trasforma
il più nudo dei casi in ciò di cui non si è potuto mai fare a meno.
La cenere dei falò i copertoni delle auto abbandonate
la scaramanzia dei nostri cellulari accesi tutto è pronto
per un oltre di forme geometriche e cristalli da sciogliersi
al sole per essere nel silenzio di esagoni poggiati uno
sull’altro di fiocchi che definiscano il recinto
delle nostre preghiere, per un dono che non chiede
nulla in cambio, se non l’ultimo dei nostri respiri.

giovedì 3 luglio 2008

Frusciare

Questa notte le zanzare m'hanno risparmiato,
nessun frusciare nel mio orecchio,
come di ali che perdono contatto
niente più veniva da dentro
e mi sono dedicato all'aperto
di buon ora, sono andato al parco.

Lì tutti frusciano, strusciano,
seguendo un ritmo diverso.
Si raccoglie, da solo, il tempo
ai piedi dei fortunati
che direzionano le ali
......fruscia.....fruscia...

per fortuna, un po' di vento....
c'è un bambino che capeggia
una triade di Faharrad,
alla base della figura
ci sono il babbo e la mamma,
lui è in testa

e con entusiasmo, pari alla gioia,
canta una filastrocca a squarciagola
"io sono una latrina,
io sono una latrina.."
i genitori lo seguono, mortificati,
il padre mi vede, si ricompone,

mi dice che il nostro Paese
è fatto a strati,
ma c'è del liquido che cola,
la classe si scolora.
Gli ripeto la sintesi amorosa
di quella spendida creatura.