domenica 10 giugno 2012

Era mio padre



“Lo vedo tornare indietro, il costume nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente, il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino. Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero, quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa  e sconvolgente, non i protagonisti della propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del protagonista, della figura paterna che  ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: "Papà, che macchina è?", se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa, se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente,  perché le maledizioni  e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz Krauspenhaar, Fazi 2008, si confronta, in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato - in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini - si potesse trovare un filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile casualità che lo scrittore sente di essere (A volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega , Karlo, ma a pensarci bene: perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?) . Attraverso l’inseguirsi reciproco del tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo con la sua esistenza presente (In questo alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria personale e paterna. È  come se padre e figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel caso del fratello Stefano - al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del padre suicida, ma anche irriducibile ai due - anticipassero il finale tragico del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di scrittura e di anamnesi dolente e lucida,  in cui i giorni trascorrono uguali e implacabili,  dove le ombre del passato e i fantasmi del presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo  per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura, al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente posta dall’autore da bambino al padre: Papà, che macchina è?

Francesco Filia

martedì 5 giugno 2012

Hyle. Selve Poetiche

HYLE E' UNA VETRINA SULLA POESIA CONTEMPORANEA ITALIANA. IL FESTIVAL CONSISTE IN TRE GIORNATE DI LETTURA NELLE QUALI VERRANNO PRESENTATE LE VOCI PIU' SIGNIFICATIVE DELLE ULTIME GENERAZIONI. L'EVENTO DIVENTERA' ANCHE UN FILM DOCUMENTARIO CON INTERVISTE AI POETI, E UN LIBRO ANTOLOGICO CON GLI STESSI AUTORI.


10 giugno 2012, ore 15-17
Lorenzo Chiuchiù, Vincenzo Frungillo, Isabella Leardini, Carla Saracino, Maria Rita Stefanini


17 giugno 2012, ore 15-17
Tiziana Cera Rosco, Franca Mancinelli, Stefano Massari, Francesca Serragnoli, Sarah Tardino

24 giugno 2012, ore 15-17

Maria Grazia Calandrone, Gianluca Chierici, Andrea Leone, Marilena Renda, Mary B. Tolusso

dove: Cubo, via della Moscova 28, Milano

mercoledì 23 maggio 2012

I mondi



Tre punti:
vedere se stessi come una cosa estranea, dimenticare quello che si vede, mantenere lo sguardo.
Oppure soltanto due perché il terzo include il secondo.
                                                                         Kafka

Vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola.
                                                                      Nietzsche                                                                                                 

La forma della costa dopo il temporale,/ l’odore della pioggia nell’aria, la mano/ di mio padre che mi porta/ in alto, sulla sabbia,/ se lo stupore nomina le cose/ e le fa essere davvero, mare e casa, darsena e spiaggia, mentre nel sole respiro la mia ansia/ quando l’infanzia cede alla memoria/ la paura, l’origine delle parole, questo squarcio/ pieno di cose che parla dal paesaggio/ di una mattina degli anni Settanta mentre guardo/ il mio volto, nel vetro ancora buio, apparire tra le nubi.  Nel bellissimo libro I mondi, di Guido Mazzoni, Donzelli, 2010,  è  lo stupore che fa le cose davvero cose, senza questo sentire fondamentale, nel senso che fonda il mondo che si apre davanti ai nostri occhi, non c’è autentica comprensione delle cose stesse; è lo stupore che nomina le cose, le mostra nel loro squarcio originario, che le apre al possibile della nostra esperienza, che non è mai nostra propriamente ma è il luogo in cui già siamo, è quella mattina degli anni Settanta che ci ha detto definitivamente chi siamo e continua a parlarci e a interrogarci e a pretendere una risposta, affinché la paura e l’ansia che ci hanno assaliti e che ormai ci costituiscono trovino, se non una risoluzione, un senso, anche se solo provvisorio,  nell’incessante accadere del divenire e di tutto ciò che lo costituisce: eventi, ricordi, sogni, speranze, rimpianti, dolore, morte, gioia. Ciò che lo stupore vede è il fluire incessante e cinicamente innocente degli eventi, il loro perenne apparire e annullarsi, senza un senso e senza un perché. L’unico perché è che non c’è nessun perché, se non l’esistere stesso, la vita che procede incessantemente e nel suo procedere crea e distrugge, dà forma e definisce anche noi, che propriamente non scegliamo, ma siamo agiti da decisioni che accadano in noi come destino e, quando la patina che copre il segreto nulla delle cose si scosta per un attimo, si mostra nella sua nudità, in un mattino allo specchio (Avevo quasi trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino; delle azioni irreversibili mi avrebbero guardato dallo specchio del bagno e sarebbero state me.). Noi siamo quell’errore, quell’ingiustizia che ci ha deciso, ma siamo quell’ingiustizia perché vivere ed essere ingiusti è un’unica cosa per riferirci alla frase nietzschiana in epigrafe al libro. Ma da questa verità sconvolgente non si può distogliere lo sguardo, anzi bisogna fissarla e dimenticare, perché solo dimenticando si può perpetuare quell’errore caotico che la vita è (Ora so che non ha senso rompere/ la miopia che ci fa esistere, vedo diversamente/ le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine;/ seguo le macchie di luce che il sole/ getta sul paesaggio, il cielo puro e indifferente). La vita è al tempo stesso quest’ottusità che perpetua la perenne ruota delle generazioni e lo sguardo cristallino che, scostando il velo del “reale”, ne coglie l’intima bellezza e inanità. In tal senso i ricordi e i sogni, che popolano gran parte di queste poesie, lungi dall’essere una fuga malinconica o solo una compensazione allucinatoria del dolore e dei desideri mancati della vita, sono il luogo - proprio perché trasformati in parole (poetiche) -  in cui per un momento la vita viene a chiarificazione, anche se parziale, di sé e se, forse, questa chiarificazione non sempre implica un’accettazione totale della vita e del passato, trasformare il così fu in così volli che fosse, rende comunque possibile l’abbandono autentico alla costitutiva nullità dell’esistenza (il peso del tempo disperso che nasce/ di colpo fra i numeri si apre/ una pausa tra gli eventi, e sembra tutto -/ proprio allora le voci/ che chiamano dalla cucina e i soliti pensieri/ sono la realtà, se lo sguardo/ di tutti mi riassorbe/ e questa luce mi annulla col suo velo.). E’ questa la paura che agita i pensieri e  i sogni, la paura umana perché riguarda noi, inumana perché il pericolo rappresenta ciò che  umano non è, una minaccia oscura e silenziosa che ci assale e si insinua negli attimi di pausa dell’esistenza e ci chiama a sé attraverso le ombre di chi già è scomparso, ci ricorda chi siamo veramente, cosa siamo, a nostra volta un’ombra,  e che a questa condizione non c’è rimedio. In alcuni versi sembra quasi risuonare l’antica saggezza del sileno, meglio sarebbe non nascere e una volta nati tornare subito da dove si è venuti, non c’è rimedio appunto, se non quello di non ricordare più, di non essere, di annullarsi nell’incubo che ci costituisce(A volte, prima di dormire, una paura/ inumana mi attraversa e queste cose/ che non riesco a nominare/ mi riportano da voi, quando cala/ uno stupore dal soffitto e nelle mente/ cresce l’onda del sonno dove posso// non esistere mai più, non ricordare.).
Questa condizione è resa linguisticamente anche grazie al “doppio pedale” del verso e della prosa poetica. L’autore riesce ad assecondare il ritmo alterno con cui fluiscono le immagini, che possono disvelarsi nel lampo poetico di un verso o attraverso il più lento articolarsi della prosa, e tale alternarsi del dettato permette di inseguire i fantasmi che ci abitano e che abitano il mondo di cui facciamo parte, e tentare di far svelare loro gli enigmi che, dall’altra parte del reale, ci interpellano.  Il mondo, anzi i mondi, si mostrano come monadi, come centri chiusi in se stessi, delle assolute tautologie (le persone/ parlano nei vagoni in questo lato/ del reale dove tutto risplende/ nella propria tautologia, come ogni vita.), che si presentano nella loro costitutiva solitudine; non solo noi siamo monadi cieche e solitarie, ma il mondo stesso lo è, perché, per rimanere nella terminologia leibniziana, ha perso la ragion sufficiente che legava gli eventi, le cose, i mondi tra loro, in una possibile unità, per mostrarsi nudo e in preda al dissolversi delle cose che si perdono nel silenzio definitivo del tempo, che l’io lirico non può far altro che dire nella parola spietata della poesia (Ogni vita/ è solo se stessa: questa luce/ bassa sulle case, i primi treni/ che aprono il vento e ci sorprendono/ in una specie di torpore,/ la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,/ nel video che cantano il dolore;/ quando sembra che la mente nasconda a se stessa il gesto di fuggire/ la mattina pura, i fatti nudi,/nel rumore di tutti il tempo che si perde/ per essere solo ciò che siamo adesso,/ per diventare solo solitudine.) .


Francesco Filia

venerdì 11 maggio 2012

Appunti sulla gioia: La divisione della gioia di Italo Testa



La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare, dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente con discrezione - come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose nella loro originaria gratuità - nella poesia italiana degli ultimi decenni, basti solo ricordare il “partigiano della gioia”  Giorgio Cesarano e il "noi che eravamo per la gioia" del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità, il luogo in cui i commedianti, privi di quella gioia che sanno esistere, si stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia di Italo Testa, Transeuropa, 2010, colgono quest’inquietudine, infatti,  sono al tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e nient’altro: ) e di condividere questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare al mondo non avrebbero alcun senso (eppure quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti alla donna amata e che ci divide da lei ( o l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno, uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle cose nei luoghi che ci circondano (anche così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare (ancora una volta non resta/ che questo aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/ andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak, in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua testa assonnata, la mia vita/ guidata oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed enigmatico (verso non so che cielo o sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità  è amplificata dal suono di fondo di questi versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l'unica condivisione possibile (e poi saranno gli altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:). 


Francesco Filia

lunedì 23 aprile 2012

CriticaMente: "Il giovane Lukács"

CriticaMente: "Il giovane Lukács": di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it) Elio Matassi, Il giovane  Lukács. Saggio e sistema , Mimesis Se l’espressione “giovane...