sabato 29 settembre 2012

Recensione a Futuro semplice di Gianni Montieri, Lietocolle, 2010.

Difficile scrivere di un libro che senti molto vicino per tematica e per angolazione di sguardo, sembra che le sue parole ti stiano addosso e non vogliano mollare la stretta di un abbraccio. Può sembrare fin troppo ingenua questa considerazione, allora ti fermi a considerare il contenuto dei testi, in questo caso poesie, che hai davanti agli occhi: parlano di una città, Napoli, che è il nucleo di altri luoghi (Giugliano, Milano), e il centro gravitazionale di una vita. Arrivi a pensare che quel pendere verso una condizione originaria sia anche la tua, e cerchi di capire, ancora una volta. Questo mi è capitato leggendo Futuro semplice di Gianni Montieri (Lietocolle, 2010). La raccolta si apre con questi versi, contenuti nella poesia Risparmi: “Io sto al sud proporzionalmente/ appartenenza più che somiglianza/ porto tracce degli umori, la durezza/ -certi sguardi-“ Chiedersi del sud, della propria appartenenza ad esso, non è mai cosa scontata, proprio perché in queste terre la condizione dello spostamento è cosa mai pacificata. Prima che spostamento geografico (il dato sociale dell’emigrazione), intendo uno spostamento linguistico che comporta una diversa visione delle cose, rispetto al resto del Paese. Il bilinguismo secolare, dialetto e/o Italiano, in cui è calata questa parte d’Italia, costringe il poeta a interrogarsi naturalmente, per necessità, sullo spostamento. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che per i napoletani il dialetto è la vera la lingua madre, mentre la lingua acquisita è l’Italiano. Il dialetto è una lingua prevalentemente orale, mai formalizzata in grammatiche o manuali: il dialetto è la lingua dell’appartenenza. Scrivere di Napoli in lingua italiana significa allontanarsi geograficamente e semanticamente dal centro. (A latere di quanto sto dicendo, mi verrebbe da chiedere: quali e quanti sono gli scrittori napoletani che provengono veramente dal “corpo di Napoli”?) Già nei primi quattro versi di Futuro semplice quindi abbiamo la condizione della silloge, l’aporia che deve affrontare il poeta: dire dell’origine allontanandosene. Scrive Montieri ancora nella poesia Risparmi: “dicono che non ho l’accento/ particolare privo d’importanza/ la parole tronche, questo conta/ sono tutti i miei risparmi”. La poesia d’apertura è di una semplice e tremenda efficacia. Lo spostamento diventa quindi condizione di partenza, la condizione di chi vive il tempo che è da venire (Il futuro semplice del titolo): “Ci siamo spartiti molto/ dissolto in lontananza il resto/ tenendo bene in mente/ la scelta fra l’andarsene e il sognare” (Parzialmente terreni). Questo stato esistenziale pone la raccolta di Gianni Montieri nell’orbita di altri libri lirici pubblicati in questi anni, L’attimo dopo di Massimo Gezzi o il libro della più giovane Anna Ruotolo, dal titolo Secondi luce. Si leggano in questa direzione i versi di Parzialmente terreno, l’uso che viene fatto dell’a capo: non è una smorzatura del senso, non è di certo l’ermetica o simbolica evocazione che si cerca, ma la riproduzione della dialettale ritrosia verso la compiutezza. Anche la bella poesia Absolute beginners, dedicata a Raymond Carver, e ispirata al suo famoso libro di racconti, parla di un taglio o meglio della famosa questione dei tagli apportati dall’editor alle storie dell’autore americana. Qui la faccenda diventa del tutto personale, direi intima: “certo questa storia dei tagli all’epoca/ non devi averla digerita nemmeno un po’/ loro dicono:”è il mio lavoro”/ e invece è il tuo// tornando a noi, che dirti?/ Certi giorni l’editor servirebbe a me/ quando non so risolvermi ad uscire/ e nemmeno in giardino so quando potare”. Le altre tappe segnate nel libro, Milano, Londra, Torino, ma anche Quartoggiaro, Gratosoglio, le fermate della metro di Milano, Cordusio, Conciliazione, portano questo peso. O meglio sarebbe dire questo limite, per citare la bella poesia Matematica applicata: “Provo a scomporre:/ tolgo i pezzi ad uno ad uno/ dal bordo al centro/ in cerca del contrasto/ del giorno fuori posto// Matteo conosce i logaritmi/ mi farà un codice d’ingresso/ e un altro per l’uscita/ un denominatore, uno spiraglio// nell’attesa indietreggio/ un metro/ chiudo gli occhi/ respiro piano/ e questo è il limite”. Se questo è a mio avviso il tema portante del libro, altro sarebbe da dire sulla resa dei versi e della lingua. Ma il giudizio a questo punto sembra chiaro: parliamo di un testo di grande chiarezza espressiva, anche se non condivido la definizione di “realismo” applicata ai versi di Montieri; mi sembra invece che i parametri della post-lirica siano i più giusti: qui non c’è rispecchiamento alcuno e nessuna presunzione di realtà, semmai c’è l’impossibilità di dirla, la realtà, pur dovendola abitare. I fatti storici e di cronaca, l’emergenza ambientale, l’emigrazione, pur se vissuti come dato personale dall’autore, sono pur sempre filtrati dal presupposto lirico sopra evidenziato. La raccolta si conclude con la poesia Abitudini che recita così: “Non saranno più le scarpe fuori posto/ un nome al suono della sveglia/ fra qualche tempo sapremo dirci: è giusto/ che abbiamo avuto tanto// io, io non lo so davvero/ se saprò dare un senso/ alle porzioni monodose,alla cottura crisp/ addormentarmi voltato dal tuo lato/ senza tremare, senza farci caso". In tutti i versi della poesia è raffigurata la parzialità, cosa strana e spiazzante se si considera che si tratta di una poesia d’amore: scarpe spaiate, il nome tra veglia e sonno, la cosa giusta fuori tempo, l’io separato dal senso, le porzioni per una persona pur essendo in due, il letto a due piazze pur essendo il giaciglio di una coppia. Ancora un volta un testo che parla di separazione, pur se parla d’amore. (Vincenzo Frungillo)

venerdì 28 settembre 2012

Marco Fratta, Il pittore di Parole, Fara Editore


Con il racconto lungo Il pittore di parole, Marco Fratta, torinese, ha vinto la sez. A del concorso Faraexcelsior 2012 con le seguenti motivazioni:

«Dario, di Torino, con l'amico francese Bernard va in Svezia e fa il poeta. Tornato in Italia diventa ingegnere per realizzare il sogno di Bernard: una grande giostra che verrà costruita a Singapore. Colpisce di questo testo l'atmosfera assolutamente fiabesca, in cui l'autore pare avere concentrato sogni, aspirazioni e velleità con notevole immaginazione.» (Marina Sangiorgi)

«Non troppo coinvolgente nella trama, ma fluido e piacevole nello stile (e poi la citazione di Nick Drake in esergo vale un punto).» (Paolo Galloni)

«Il pittore di parole è un racconto che cattura l'attenzione e spinge a proseguire la lettura. Se questo basterebbe a distinguere la buona narrativa dalla cattiva, qui si aggiunge una proprietà di linguaggio evidente, a volte anche troppo. L'autore sa come strappare la risata, pur indulgendo a scrivere di sé nello scegliere un poeta come protagonista (e non rinunciando a prendersi la propria personale rivincita sulla "grande tradizione poetica italiana"). Un lavoro senz'altro buono.» (Paolo Calabrò)

«Una scrittura giovanile, lucida, coerente, al bivio tra oggettività e soggettività, che coniuga uno stile squisitamente poetico ad una prosa informale e gergale, capace di esaltare la forza espressiva, creativa e la tensione ideale dei protagonisti. Un racconto di formazione che passando attraverso una serie di mutamenti, esperienze, desideri, insoddisfazioni, contraddizioni sociali, drammi psicologici, approda ad esaltare i valori dell’interiorità , dell’altruismo e dell’amore. Il tutto dentro la cornice materiale e spirituale del viaggio-avventura attraverso le diversità e i contrasti di un’Europa (nord-sud) che viaggia ancora con marce e opportunità diverse.» (Maria Pina Ciancio)




Ante­prima
Non hai nulla da temere.
Per­ché i sogni che si mostra­rono a te, così gio­vane
par­la­vano della vita come un’eterna pri­ma­vera.
Nick Drake
1.
Sul porto di Göte­borg ormeg­giava una sana quiete di pri­ma­vera. La brezza virava verso ovest, come un eli­cot­tero impaz­zito di fronte ad osta­coli di carta. I capelli oscil­la­vano liberi, i ber­retti minac­cia­vano le fughe più pit­to­re­sche tra la schiuma delle onde. Pic­cole folle si affac­cia­vano verso il mare, con un certo fascino man­sueto tra le righe del sor­riso. I mari del nord sono così, d’altronde, quando li guardi: se non vuoi pian­gere devi sorridere.
Iote­bori, insi­steva lo sve­dese alla fer­mata dell’autobus. Sarete pure ita­liani, ma adesso siete in Sve­zia. Io non farei i capricci per impa­rare a dire Castel­ve­tere sul Calore, Capriate San Ger­va­sio, Satriano di Luca­nia, Ci-​vi-​ta-​vec-​chia. Si dice Iote­bori, non siete in un posto qualsiasi.
Poco più avanti alcuni ado­le­scenti sfrec­cia­vano sullo ska­te­board, così veloci che avreb­bero potuto dise­gnare nell’aria le frecce tri­co­lore di cui tutti ricor­diamo un tra­gico inci­dente. Inde­le­bile memo­ria nazionale.
Sulla Sal­tholm­sga­tan, l’immensa via che costeg­gia il pro­mon­to­rio, il tra­monto era sot­tile e poco inva­dente. Non aveva alcuna fretta di annun­ciare la sera. Sem­brava che le linee rosa del cielo doves­sero in qual­che modo arri­vare in ritardo ad un appun­ta­mento. Come le linee d’ombretto sotto gli occhi di una donna, quando il cito­fono è già suo­nato da un pezzo. Ma la mera­vi­glia esi­ste per farsi atten­dere: que­sta è la sto­ria di tutti.
Ioteb­buori. Vab­bene accussì? Sì sì, d’accordo. Sotto i tra­monti della Sve­zia va bene qual­siasi cosa. Chia­malo eccesso di tol­le­ranza da mera­vi­glia geo­gra­fica. Può fun­zio­nare, no?
Il pro­mon­to­rio è una bestia ter­re­stre costeg­giata dai pano­rami. Puoi per­derti. Ovun­que tu decida di vol­gere lo sguardo: ti perdi. Sei pul­vi­scolo atmo­sfe­rico nella realtà che ti rim­pic­cio­li­sce. La radice dell’inquietudine, in quel caso, è lo smar­ri­mento della tua dimen­sione fisica. Anche gra­zie a que­sta per­ce­zione esi­stono i poeti, poi­chè fram­men­tano le impres­sioni per sen­tirsi meno pic­coli, che non vuol dire sen­tirsi più grandi: si tratta di col­mare il pro­prio vuoto di fronte all’immenso scri­vendo parole senza tempo. Lunga vita ai poeti.
Sul pro­mon­to­rio la Sve­zia rimane senza Göte­borg, poi­chè pre­stata per un istante per­pe­tuo all’Oceano che diventa terra. Chiome bionde di donne bel­lis­sime rac­con­tano la sto­ria di un pezzo di terra che stuz­zica le mera­vi­glie del mondo. Poco lon­tano i fiordi nor­ve­gesi fanno da cor­nice alla gioia sem­pi­terna. Pro­ba­bil­mente Cri­sto si è messo a scal­pel­lare la costa con il mas­simo della non­cu­ranza, fino a creare una mera­vi­glia: sì, deve essere andata così, poi­chè la chiesa di Oscar Fre­drik è sem­pre piena di gente.
(…)

martedì 11 settembre 2012

Cristiano Poletti - Porta a ognuno



Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce
dentro e fuori di noi: la nascita
lo svela e la morte non lo cancella.
A. PORTA

Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano Poletti - Porta a ognuno, L’arcolaio, 2012 con prefazione di Sebastiano Aglieco- nascono da una profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, / perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia/ annuncia il freddo.), ma cha va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, /raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita; solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.
Le poesia di Poletti, dunque, oscilla tra l’angoscia di perdersi e la speranza di ritrovarsi; oscilla tra il sentire, nella carne del tempo, che la vita e la storia sono un’unica disperata dispersione e la possibilità di riconquistarsi attraverso il sudore della voce, la fatica di dire il mestiere di vivere, nella dialettica senza mediazione del perdersi e ritrovarsi, di seguire un senso senza la certezza che questo ci possa salvare. Dove il ritrovarsi può manifestarsi, non tanto in un solipsismo autistico, ma soprattutto attraverso le condivisione con i fratelli di sangue, gettati nello stesso gorgo del vivere, o nel “tu” amoroso (Il “tu” che uso ancora /è rimedio contro di me.//Se sia amore questa cosa /io davvero non te lo dico.), che si può individuare in un volto, in un gesto o in un desiderio d’infinito (Non trovo differenza: /la chitarra bianca, le braccia /aperte. Gli angeli hanno solo ali buone. /Sanno volare dritto /al cuore del problema. /Ti chiedo soltanto le parole /davanti agli ultimi passi in giardino /per darmi il corpo interrotto /della poesia che sei stato. /Suona l’accordo giusto, ti prego, /quello che sapevi e saprai /fare nella stanza tutta gentile /dove tu gentile, ne sono certo, /sorriderai.). Il poeta, e l’uomo che il poeta è, deve attraversare il dolore sino al rischio di essere consunto, annientato; senza questo rischio, questa possibilità estrema non si dà autenticità dell’esistere (La carta vetrata dei ricordi/ scortica i palmi,/pregandomi un ritorno; chiedo/cosa hai fatto, dove sei/stato, nel tempo.) . E l’autenticità è data, mai però garantita una volta per tutte, dal decidere, dal dire sì oppure no, tertium non datur, dal corrispondere alla vita nel suo fondo misterioso ed essenziale, senza mediazioni concilianti che, invece, disperderebbero la nettezza, anche se spesso in ombra, e l’essenza drammatica dell’esistenza. Qui, a ben guardare, si ritrova l’esperienza del cristianesimo delle origini a cui Poletti, attraverso citazioni esplicite (Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno. MATTEO, 5, 37)  e versi, (Tu intanto leggi /una preghiera. Io la rileggerò /fino a ferirmi /ma niente che sia /una via, un’uscita.) si richiama.
 Da questo profondo confronto con l’esperienza del primo cristianesimo, riletto alla luce della filosofia dell’esistenza novecentesca, l’esistenza dell’uomo è avvertita come temporalità e interiorità, in cui l’esistenza si muove in un flusso che va dal rammemorare all’attesa e viceversa - passando attraverso un presente che ha le stimmate dell’incompiutezza (Inchiodàti all’asfalto, a pancia in su, /non dimentichiamoci: domani sole, /danno ancora sole) - e quindi si distacca dalla dimensione ciclica della natura come eterna ripetizione. La natura, il mondo circostante, viene sì esperito, ma più che visto con l’occhio distaccato della grecità, è sentito con le sfumature dell’interiorità agostiniana (Salita, ricordo e spesso finivano / nella vertigine, gli sguardi fissi / sulla montagna. Loro sono / io e mio padre. Verso / la croce, sempre / tutta in salita l’estate.). Insomma, usciamo da noi stessi, se mai possiamo farlo veramente, per tornarci e riscoprirci, per rispondere a un appello sconosciuto che ci richiama a sé, nel profondo del nostro essere, per confessarci (Una crepa invece/ in mezzo alla notte:/ un uomo lasciato/ alla sua confessione./ Un taxi,/ ecco; il vento,/tornare a se stessi./ Notte, succede/ la notte), per sprofondare o innalzarsi nella dimensione dell’Eschaton, di ciò che è alla fine, del giudizio (già avvenuto?) che renda vero il nostro stare al mondo (Brucia al sole aperto dagli auspici, /fino alle posizioni del sangue, /la nostra attesa. Ci portiamo /dal meccanismo del rifugio/al labirinto dell’alfabeto.). E questa attesa, questo voler rinascere, riprendere, salvare l’esistenza dal continuo pericolo della dispersione, implica che la dimensione della temporalità, centrale in queste poesie, non sia tanto quella del Kronos (successione cronologica di eventi sempre uguali e uniformi) ma quella del Kairos, ossia dell’attimo, del momento opportuno (Sì, arrivano, non c’è tempo, /la piastrina smetterà /di ricucire il sangue. ). Insomma il tempo non può essere calcolato, ma avvertito nei polsi, nel sangue come destino, come grado zero di un sapere, di un conoscere che d’improvviso diventa qualcosa di diverso, matematica, vero ed enigmatico sapere, del destino (La scienza esatta/ dei giorni./ Chiedono mentre si svegliano/ tutti – lei no,/ non si chiede/ se essere tempo/ sia destino del destino./ O soltanto nel polso dell’età/ un grado inferiore del sangue/ era diverso, era già/ nella matematica delle stanze.). Il tempo è ciò che noi siamo, perché la vita vive il tempo transitivamente, perché essa è tempo. È sempre presso qualcosa - anche le piccole cose quotidiane che spesso emergono dai versi di questo libro - o qualcuno, verso la qualcosa o il quale direzionare la nostra esistenza rendendola non indifferente ma irripetibile (Fuori, nel cuore semplice dei campi, /il silenzio della domenica /tra materia e riti /e, in fondo, qualcosa, qualcuno … ). La vita, per scoprirsi autentica, deve essere sempre oltre se stessa, in un’attesa che la decentra in un oltre mai colmabile e che potrebbe giungere, come rivelazione o come minaccia, da un momento all’altro e il dramma si presenta perché, anche se si è vigili, questa corrispondenza al senso imprevedibile dell’esistenza potrebbe fallire (Ho camminato solo /in mezzo ai trent’anni; /sono ancora là, /ma l’angelo non mi trova - /precipitato come sono, /in fondo /in un grumo il sangue e più in là /la mia preghiera interrotta.). Comunque il non trovarsi deve rafforzare la veglia, perché la salvezza, ossia ciò che dona o ridona un senso all’esistere, può giungere, appunto, nel momento e nel modo più impensabili, può essere un sorriso, un soprassalto, un’ombra nella nebbia, un silenzio in un parcheggio di un ipermercato (Quando finalmente nel parcheggio /per decollare prendiamo fiato /e toccandoci le ali ci diciamo /andremo lontano /mi fa capire /che si respira male. Sì /e oltre l’affanno di due respiri /nessuna intenzione di riprovare /il volo. Così due colombe vanno via /in finta pace con la parola del Signore.). Questa dimensione dei testi di Poletti è confermata dal confronto con alcuni autori novecenteschi (Heidegger, Celine, Pavese citati in epigrafe ad alcuni testi) che, da prospettive e percorsi diversissimi, hanno messo al centro della loro attività filosofica o letteraria, spesso in maniera antitetica all’esperienza sopra richiamata, il senso dell’essere e dell’esistere umano, come qualcosa mai di scontato e, anzi, di estremamente problematico e mai risolvibile una volta e per sempre. E la dimensione di movimento incessante della vita, in un oltre da venire e mai colmabile dal nostro desiderio e dalle nostre aspettative, senza nessun punto saldo e garantito, nella silloge di Poletti è dato da due esperienze limite tra esse correlate: l’essere per la morte come esperienza limite, esplicitamente richiamato nel titolo dell’omonima poesia che cita una categoria cardine della filosofia heideggeriana, e il nulla, richiamato anche qui esplicitamente in una citazione pavesiana, e presente come sfondo più o meno evidente in moltissime poesia del libro. Anzi si può dire che la poesia di Poletti, attraverso il percorso personale che qui si è cercato di mettere in luce, si inserisce nell’orizzonte epocale entro cui si muove la parte più rilevante della poesia contemporanea: il confronto con il senso dell’esistenza umana all’interno del Tutto, o dei barlumi di questo Tutto, diventato un Nulla, che nella nostra epoca appare sempre più remoto. Ed il punto cruciale dell’esperienza umana è sempre il dolore (Un dolore si preannuncia /sottilmente, tratto per tratto /si fa strada, si apre a chi deve /raccoglierlo perché si renda fossile. /Mentre molti altri indifferenti /per strada giustamente /convinti di questa loro fede /comprano cose, sistemano il giorno, /consumano, continuano /a consumarsi nel loro sguardo /di storia futura, di vita, l’età /con tutte le mete dentro.), il senso che ad esso bisogna dare, se attraversandolo ci affiniamo o ci perdiamo definitivamente: è questo il passaggio inevitabile, la strettoia che ci metterà alla prova (Ecco la faccia, /quella del colpevole. /Si stringono le luci e la colpa. /La verità, niente interpretazioni /allora e ora nel quadro /posato sullo smarrito /viso di un altro /tempo.), ossia il momento, kairos, in cui si rivela il senso della nostra esistenza (Cosa vuol venire alla luce? /A ora incerta, a fondo /lavoravo e non capivo /quanta fatica per dire soltanto /una parola, essere salvati.): il cogliere, nella disperazione, il momento opportuno per rinascere nella morte, oltre la morte (Chi nella carne del mondo /prende il dolore e lo brucia / rinasce.).


 Francesco Filia

lunedì 23 luglio 2012

Uomo e storia nei poemi di Vincenzo Frungillo




I poemi di Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate, Le Lettere, 2009; Iter stultorum, in Undicesimo Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2012; La fine di Lucrezio, in La fisica delle cose, Giulio Perrone editore, 2011) rappresentano una vera e propria trilogia sulla storia ed hanno al centro lo stupore verso la condizione dell’uomo, al tempo stesso uguale ed eccentrica rispetto agli altri esseri, che è la stessa meraviglia che risale alla sapienza tragica greca; basti ricordare i famosi versi del coro dell’Antigone di Sofocle “Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell'uomo”[1], ossia lo sgomento e la vertigine al cospetto  della libertà umana, che prende forma nel linguaggio. La libertà di ritrovarsi o di perdersi di raccontarsi o dimenticarsi, la libertà e l’angoscia di dover darsi un limite che non è dato una volta per tutte e quindi la necessità di dover esperire l’esistenza come continuo rischio di cadere nella sproporzione, nella hybris (βρις) (“Sapersi mutazione costante,/oltre la divisione delle caste,/anche se il mondo, orfano del sublime,/vede ogni cosa senza la sua fine.” La fine di Lucrezio). Da qui nasce, però, anche la tenerezza verso lo stare al mondo dell’uomo, la consapevolezza nei confronti della comune sorte dei mortali, cioè di coloro che sanno fin nell’intimo delle loro fibre che moriranno (Per la legge naturale della specie,/ solo chi conosce fino in fondo/ la tenerezza dello stare al mondo/ può vedere le barbarie. La fine di Lucrezio). L‘esistenza dell’uomo è proprio questa faglia tra bios (βίος) e logos (λόγος), che si allarga e si restringe, ma che tiene uniti sotterraneamente le due sponde dell’esistere dell’uomo, come lo stesso Frungillo, in un suo saggio, fa notare consapevolmente: “L’equilibrio sta proprio nella relazione tra bios e mondo, tra temporalità del singolo e Storia”[2]. In altri termini l’uomo è l’unico essere - per quel che ne sappiamo - che ha consapevolezza, coscienza simbolica di esistere, ha il linguaggio che nomina le cose, e in questo nominare le trae dall’indistinto primigenio e le consegna alla storia. La Storia è l’oggetto del dire poetico dell’uomo, il suo essere oltre il solo bios e già da sempre essere nello zoon (ζον)[3], ossia nella condizione di chi per essere ciò che è deve aprirsi, o meglio è già da sempre aperto, all’alterità del suo stare al mondo, e sperare di esserne riconosciuto, e nel logos, in quel che lega pensiero e parola, ciò che altrimenti sarebbe destinato al caos, a tornare nell’indistinto da cui proviene. Il discorso, in questo caso quello poetico, è il tentativo dell’uomo di sottrarre il suo destino all’insignificante, per l’irripetibilità dell’esistenza individuale e storica, della mera ripetizione della natura, anche se però, la natura, rimane nel corpo, anch’esso simbolo, legato indissolubilmente ad essa. Nell’intrecciarsi di bios, zoon e logos si dà la specificità del canto epico che coglie l’uomo nel suo divenire storico e fa assurgere quell’attimo (che può essere l’epopea delle nuotatrici di Ogni cinque bracciate, il viaggio verso il Santo Sepolcro della crociata dei fanciulli in Iter stultorum, o il viaggio di Memmio sulla scia di Epicuro in La fine di Lucrezio) colto e sottratto al divenire incessante, ad archetipo di uno specifico stare al mondo, quello che fonda un popolo, una nazione o un’intera civiltà (Gridavano in faccia allo spray rosso/ sui mattoni primordiali del più alto muro;/ lei, bambina, si caricò quell’urlo addosso/ e decise per sé  l’impegno più duro/ "salverò queste voci dal puzzo di piscio,/ le porterò con me in un posto libero, sicuro,/ farò di me stessa il oro corpo,/ farò dei miei gesti il loro volo!". Ogni cinque bracciate). Se natura c’è nell’uomo essa è sangue, ossia già un simbolo, etimologicamente ciò che mette insieme due cose unendole, è un sentimento che ha trovato parola (ma la loro condizione io canto/ in parole, che sono filari di luce,/ lo stupore di fanciulle di fronte alla secca/ che la Storia produce. Ogni cinque bracciate). L’uomo unisce nel suo domandare il qui e ora della vita e l’oltre del fatto che non vive semplicemente come tutti gli altri esseri viventi ma esiste, ossia progetta ed è già da sempre oltre se stesso, è estasi temporale, memoria del passato, attenzione del presente e attesa del futuro, è storia appunto (Dal piede gocciola il tempo della memoria/ in cerchi regolari d’acqua e di cloro/ Ute riapre lo spazio della storia. Ogni cinque bracciate). Ma la storia è l’intreccio di tensioni che si contrappongono, lottano e che trovano negli eventi e nei singoli il luogo privilegiato del loro manifestarsi (Chi è pronto al sacrificio/o è un martire o un assassino,/in ogni luogo luminescenza della Storia/ in ogni luogo ci deve esser un addio. Iter stultorum). E spesso le tensioni dell’essere storico dell’uomo, oltre che manifestarsi nei grandi eventi e nei personaggi che la storia la “fanno”, trovano il senso più profondo in eventi apparentemente marginali o in microstorie, che non sono mai accidentali, ma ramificate esse stesse con la totalità dell’epoca, dove, le tensioni e le contraddizioni, il conservarsi e il disperdersi, si coagulano e si sciolgono nella loro essenzialità. In altre parole, in alcuni eventi l’esistenza ritorna su se stessa per mostrarsi nel suo senso profondo, e questo senso profondo trova il suo luogo, lo spazio che gli compete, nella parola poetica, che nella sua essenzialità è canto del destino, o per lo meno di un destino, ma in quanto destino aperto e intellegibile da ognuno che lo voglia ascoltare (Lei conosceva la sua potenza,/ e il fondo che schiaccia come un’orma,/ lei sapeva, con il suo corpo di tedesca,/ che la morte aspetta sempre che la vita le getti un’esca. Ogni cinque bracciate).
Sia nel poema Ogni cinque bracciate, sia in Iter stultorum, che in La fine di Lucrezio il dramma poetico è nell’impossibilità da parte dei protagonisti dei poemi di trovarsi fino in fondo, di ritornare all’origine del proprio essere che è sempre oltre la possibilità di essere afferrata, perché l’origine è già un dopo, uno scontro tra l’inizio ormai perso irrimediabilmente e una meta ancora da venire e sempre un più in là dell’orizzonte (Honte! Honte! L’origine si nasconde./S’accecano da sole le civette nella notte,/solo all’alba le donne/bagnano le labbra alle nostre veglie. Iter stultorum); e non è un caso che i protagonisti siano ragazzi e ragazze, adolescenti - che si confrontano tragicamente con “maestri crudeli della storia e del destino” (il Dottor. Starkino, Innocenzo III, Lucrezio) - esseri colti nella frazione della parabola umana in cui l’attrito del non più dell’infanzia e del non ancora della maturità, con le sue forme, spesso informi, definite, avviene in maniera violenta e senza un possibile rimedio.
La forza che si sprigiona dalle campionesse di nuoto della DDR Ute, Lampe, Renate, Karla in Ogni cinque bracciate e la fede nei fanciulli di Iter Stultorum Stephan e Nikolaus  sono il momento in cui un’epoca si fa carne e immagine, dramma. Entrambi i poemi sono il luogo in cui si concretizza la visione di un’epoca, e questa visione si fa gesto, accade diventando indelebile, ma quel che diventa indelebile è un perdersi, una dispersione, un fallimento che va cantato (Candida è la fine di chi sa morire/ privilegio esclusivo saper finire,/molti s’arrendono, si tirano indietro/spinti dal nostos, il sentimento più vero,/ma loro avanzano lungo il confino,/il mare li affidi al loro destino,/li consegni al supplizio di ciò che conviene,/si stringa il cerchio di chi non vede.  Iter Stultorum) è una definitività deforme che lascia tracce su un corpo deforme anch’esso, come quello delle campionesse di nuoto dopate dal regima comunista e diventate mostri senza patria (Come una massa d’acqua entrano/ nel volume del corpo mutato,/ obeso di fronte allo specchio guardano/ indiscreti il proprio passato/ -<<è una donna, è un uomo, un essere umano?>>- Ogni cinque bracciate). È come se Ulisse fosse stato divorato da Polifemo o peggio fosse diventato lui il Ciclope solo e senza nessuno che lo ascolta: il pericolo del perdersi ad ogni istante, di obliare perfino l’oblio. E per rimanere nell’orbita dei due poemi omerici, nei poemi di Frungillo si inseguono i due modelli costitutivi della letteratura occidentale, per riprendere l’ipotesi di Franco Ferrucci[4], l’assedio e il ritorno. L’esistenza umana oscilla tra i due modelli, è stretta nell’assedio di un prima e un dopo incombenti ed è a sua volta assedio a un centro di felicità strutturalmente irraggiungibile; in Ogni cinque bracciate questo punto di felicità è rappresentato dalla perfezione del gesto atletico e dall’attimo della gara (si stende poi da pura dorsista e adocchia/ il suo punto di gravità nell’aria,/ svolta nella virata verso la vittoria. Ogni cinque bracciate) o in Iter stultorum nell’epifania dell’amore divino (Invece ora manchiamo il centro,/lo perdiamo ad ogni colpo,/ogni volta che miriamo al tuo corpo;/ma tu stesso l’hai detto un giorno:/“Un gesto d’amore non può che fallire,/più si è precisi e più si resta in superficie”. Iter stultorum). Ma l’esistenza è anche un ritorno ad un passato, luogo di un’origine da riconquistare, che in quanto narrato viene salvato da un oblio irrimediabile, ma resta anch’esso irraggiungibile, in quanto ogni ritorno tradisce chi vuole ritornare, perché quel luogo in cui si ritorna non c’è più ma è presente solo nella memoria di chi desidera ritornare a tutti i costi (La Storia. Il contrasto vissuto,/ lotta senza più corpo,/ non ha più ricordo;/ non ha luogo, il ritorno. Ogni cinque bracciate). Perché la storia nel suo intimo è una dispersione, un abbandonare nel mare del tempo ogni essere che l’ha percorsa, come si mostra nel finale di Iter stultorum (Siamo annegati vicino Lampedusa,/altri sono dispersi al largo della Puglia,/siamo una falla della Storia,/solo questo ci accomuna./Eravamo acqua, terra, fuoco,/poi ha parlato per noi il vuoto,/ci ha spinti tra le onde,/a spiare le coste,/tentare la via del mare,/e naufragare, naufragare./La terra non ci ha accolto,/nessuno ci ha sepolto,/offriamo a te il nostro corpo,/la nostra fine sarà il vostro inizio. Coro dei dispersi) che sembra quasi riprendere e dialogare con la sezione IV Death by water di The Waste land[5] Phlebas il Fenicio di Eliot, in cui la salvezza, se c’è, è affidata alla memoria di chi rimane, non ancora sommerso dalle acque e dal mormorio dell’oblio, e racconta, perché senza quel ritaglio di senso che è il racconto non c’è esistenza. Insomma, l’uomo è storia perché è sempre oltre se stesso e racconta, o dice poeticamente, per rompere l’assedio e ritornare a se stesso, ma questo ritorno è esso stesso una perdita, una ferita mortale o una pausa per un nuovo assedio. Il poema canta la struttura intimamente irrimediabile dell’esistenza e la sua continua inesausta richiesta di un perché. (Finire non è uscire dalla vita,/ ma è restare per sempre/ nella sua scena madre,/ è un difetto della vista,/ che non si sceglie, si subisce,/ e vede solo chi sa guardare/ la nostra ferita mortale. La fine di Lucrezio).
Il poeta - anche lui come l’angelo di Klee di cui parla Walter Benjamin[6], che Frungillo richiama esplicitamente nel canto II sequenza II (Le spalle al futuro) di Ogni cinque bracciate,  o come l’Omero nei Sepolcri di Foscolo[7] e a differenza del profeta, che sa tutto per illuminazione divina, o del filosofo della storia che giustifica tutto e tutto rende incatenato nella necessità che porta al fine ultimo, a quel telos (τέλοϛ) individuato da una sapienza onnisciente- canta chi di quella storia è vittima, senso ulteriore e mai concluso, possibile alterità. Il poeta invoca le muse per essere partecipe di una scintilla di sapienza (Bellezza, certezza della vita estrema,/ essere poeta significa/ salire di schiena al tempio della dea/ la Venere etrusca, padrona della fiera,/non regala una sola misura,/ ad ogni corpo affida la sua caduta. La fine di Lucrezio), si aggira e si trattiene tra le macerie e cerca con la sola forza del canto di ricomporre l’infranto e di destare i corpi, i morti. Non ricuce le ferite dell’assedio (è finito l’assedio, s’è concluso,/ ora tutto è osceno: Ogni cinque bracciate) ma le lascia aperte per dare loro respiro, ritorno, vita (avverte il corpo come se fosse discosto,/ figlio di quel taglio, sente l’impegno/ di tenerlo nascosto,/ come ciò che deve ancora venire,/ che c’è ancora tempo per finire. Ogni cinque bracciate) per far affiorare quella terra, l’oltre congenito all’esistenza umana, non più solo desolata, dove lo spreco di energia, l’assedio, la forza che si sprigiona dal domandare e dal desiderare umano che chiede quale sia il suo posto nel mondo, possa venir riassorbita in un ritorno, con la consapevolezza che comunque l’uomo naufragherà prima di arrivarci. (Queste le parole che danno vita/ al percorso terrestre del pastore d’anime/in cerca di risposte:/trovare la Terra promessa/dove lo spreco d’energia si riassorba. Iter stultorum).

Francesco Filia




[1] SOFOCLE, “Antigone”, vv. 332/333, in “Tragici greci” a cura di R. Cantarella, Mondadori, Milano, 1977. “Πολλ τ δειν κοδν νθρώπου δεινότερον πέλει”. Anche se per rendere la dimensione “più mirabile” (δεινότερον)  dell’uomo potremmo seguire la versione filosofica di M. Heidegger,  (das Unheimlichste) che nella resa in italiano suona così “Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia/ di più inquietante (das Unheimlichste des Unheimlichen) dell’uomo s’aderge” . MARTIN HEIDEGGER, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 1968 (Einführung in die Metaphisyk, Max Nyemaeyer Tübingen, 1966), pp. 154 e ss. Ossia l’uomo (il dasein, l’esserci, nella terminologia heideggeriana) è il luogo in cui l’essenza inquietante del mondo prende parola e chiede il perché.
[2] VINCENZO FRUNGILLO, “Il poema contemporaneo tra Bios e Storia” in L’Ulisse – rivista di poesia arte e scrittura. N° 15- gennaio 2012.
[3] Bios significa vita e, come fa notare Agamben, è il termine greco che contende a zoon questo significato. Mentre il primo è l’espressione naturale o diremmo biologica della vita, il secondo è la declinazione politica dell’essenza umana. Uso il termine bios solo in relazione alla storia per alludere alla forbice tra natura e cultura, tra simbolo e natura, tra carne e memoria. Una forbice mai azzerabile.” VINCENZO FRUNGILLO, note a “Il poema contemporaneo tra Bios e Storia” in L’Ulisse – rivista di poesia arte e scrittura. N° 15- gennaio 2012.
[4] “ I due grandi modelli si sono da sempre inseguiti nel tempo. Per secoli, l’idea della vita come assedio votato alla distruzione e quella del ritorno come fuga e riconquista si oppongono e si intrecciano.” FRANCO FERRUCCI, “L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione.”,  Oscar Mondadori, Milano, 1991, p. 100.
[5]T.S.  ELIOT,The Waste Land”, IV Death by water, in Opere 1904 -1939, a cura di Roberto Sanese, Classici Bompiani, Milano, 1992, pp. 608-609.
[6]WALTER BENJAMIN, “Tesi di filosofia della storia” in “Angelus Novus” (Schriften, Suhrkamp Verlag, 1955), Einaudi, Torino, 1962, tesi n° 9, p. 80.
[7] UGO FOSCOLO, Dei Sepolcri, in Opere, a cura di F. Gavazzeni, Ricciardi, Milano-Napoli, 1974 1981, vv. 279/295.