Ogni cinque bracciate di Vincenzo Frungillo. Appunti per la nuova epica italiana (3/3)
postato il 2010-01-22 13:26:13
da Valerio Cuccaroni
Chiudo i miei Appunti per la nuova epica italiana, tentativo di allargare alla poesia italiana contemporanea il discorso aperto sulla narrativa dal saggio New Italian Epic di Wu Ming, postando una recensione dedicata al poemetto in ottave Ogni cinque bracciate di Vincenzo Frungillo, pubblicata su «Poesia» n. 245, gennaio 2010.
Cfr. Appunti 1/3 e Appunti 2/3
*
Vincenzo Frungillo, Ogni cinque bracciate, Le Lettere, Firenze, 2009, pp. 130, 20 €
L’epica affonda le sue radici nella storia, una storia che si fa mito di fondazione. Dall’Iliade all’Eneide, dalla Chanson de Roland alla Gerusalemme liberata. Ogni popolo ha il suo grande poema epico. O meglio, lo aveva. Perché la modernità, che dal Romanticismo in poi ha identificato la poesia con la lirica, ha privilegiato prima il romanzo poi il cinema per i suoi slanci epici. È per questo che, presentando il poema in ottave di Vincenzo Frungillo Ogni cinque bracciate nel risvolto di copertina, Andrea Cortellessa esordisce domandadosi «Cosa si può immaginare di più inattuale, oggi, di un poema epico in ottave?». Cinque ottave per ogni sequenza, cinque sequenze per ogni canto, per un totale di cinque canti, più un proemio e un epilogo.
Tuttavia l’inattualità è solo apparente: innanzitutto perché, come nota giustamente lo stesso Cortellessa, «nella generazione di Frungillo – magari guardando a esempi ormai remoti come quelli di Pagliarani della Ragazza Carla e della Ballata di Rudi – significativamente si assiste a un rinnovato anelito a raccontare storie, anche in poesia, che una buona volta superino lo spazio ristretto della soffocante “cameretta lirica”», ma soprattutto perché alla tensione verso l’ordine e la misura si contrappone una dismisura tutta moderna. Dismisura evidente, a livello metrico, nella prima sequenza del quarto canto, emblematicamente intitolata La caduta, la quale non è in ottave; nella prima sequenza del canto sucessivo, incisa da spazi bianchi e puntini di sospensione; nei molti versi ipermetri e nelle frequenti rime impefette, che ora prendono la forma di assonanze («braccia / gabbia»; «lenta / allena»), ora di rime per l’occhio («parabola / gola»; «vittoria / euforia / gloria»).
La dialettica fra misura e dismisura, armonia e disarmonia è invero la cifra distintiva di tutto il poema, in cui è narrata la storia della squadra femminile di nuoto della DDR, che alle Olimpiadi di Mosca del 1980, come ricorda Frungillo, «sbalordì il mondo per i record inarrivabili e per la giovane età delle loro atlete», i cui corpi «avevano qualcosa di mitologico; erano una sintesi tra la forza maschile e l’armonia femminile; erano il volto del comunismo nel mondo, erano delle aliene».
Lungi dall’essere l’apologia delle loro imprese, Ogni cinque bracciate è, per così dire, il referto del mito, perché «il loro racconto è segnato direttamente sul corpo» e quei corpi furono drogati perché fossero imbattibili.
Alle trasformazioni del “polimorfo” Ulisse, provocate dall’intervento divino di Atena, cantate da Omero, Frungillo sostituisce le mutazioni chimiche, prodotte dal nandrolone somministrato alle nuotatrici dal dott. Starkino, soprannome affibbiato da Frungillo al vero Sportführer (“guida sportiva”) del regime, Manfred Ewald. In Ogni cinque bracciate possiamo rintracciare il mito di fondazione della nostra civiltà, costituita da corpi-chimici, alieni, governati attraverso la bio-politica da un Potere di cui la Repubblica Democratica Tedesca è stata solo una delle tante maschere.
«Il secolo l’ho costretto in una provetta di vetro. / Chi può biasimarmi, se il mio gesto / è stato lo slancio di chi resta al centro, / immobile a fissare il corpo trasformato dall’epo. / So del tempo, del suo infallibile metro, / e in fondo mi vanto di questo; / di un’effimera vittoria sulla Storia, / della soluzione chimica della memoria»: questi versi, che veicolano idee attribuibili al dott. Starkino, non sono solo centrali per comprendere l’intero poema, ma suonano anche come una dichiarazione di poetica. Frungillo stesso, sicuramente conscio del tempo (moderno) e del suo infallibile metro (anti-epico), con le ottave di Ogni cinque bracciate, vere e proprie soluzioni chimiche della memoria, ha ottenuto un’effimera vittoria sulla Storia: una vittoria tanto più importante, quanto più riesce a far emergere, attraverso la metrica trasformata dall’epos, un micro-evento, un fossile dimenticato e far acquisire a questo fossile il valore di un’allegoria epocale.
Valerio Cuccaroni
lunedì 25 gennaio 2010
lunedì 11 gennaio 2010
Alcuni "Sonetti da terre straniere" da La Libellula
Da La Libellula di Vincenzo Frungillo
pensando ai recenti scontri di Rosarno
Emigrazioni. Milano.
Escono dai sediolini dei loro viaggi
come tanti nervi vivi dai denti guasti,
portano una piega scomposta della testa
come ruga perenne della loro stanchezza
è la loro ed è la piega straniera
di chi consce lo spostamento,
il bivio mortale da cui nasce ogni accento,
loro annotano il vento,
perché è impossibile fermarlo,
tenerlo dentro,
lo spifferano, piuttosto, in uno sbuffo di gelo,
nello spazio d’un volto,
scomparendo, ogni giorno, all’alba, di nuovo,
nello sbadiglio del mondo.
V.
Risorgimento. Magenta.
Sono Solo Sonno. Si legge sulla centralina elettrica
della stazione di Magenta e in quella scritta
di vernice nera l’energia cinetica
interrompe la sua regola, ritrova la sua etica.
Allora tutto si ferma. E la battaglia,
ricordata con una targa commemorativa
ritorna nella nebbia, così anche le grida.
L’Italia risorge questa mattina dalla poesia
d’un adolescente che finisce l’impresa
iniziata più d’un secolo prima;
resistere alla voce straniera, all’incondizionata resa
del cupio dissolvi della nuova politica,
descrivere la provincia che fagocita
e il fagocitare che fa dell’Italia provincia.
VI.
La città del popolo. Völklingen
Ora vivo dove riposano gli elefanti
lì, dietro le ciminiere, tra le balle di ferro
puoi trovare il loro cimitero,
hanno la gabbia toracica ancora gonfia nel fiato.
Ci sono carrelli che salgono piano,
portano carbonfossile al cielo,
dal loro odore si sente quant’è nero.
Un operaio mi viene incontro, mi stringe la mano,
dice che è caduto lavorando-
i fantasmi hanno le dita molli del dubbio
come di chi saluta senza volerlo-
lui di questo posto è il guardiano,
controlla che nessuno tocchi l’avorio,
quel poco rimasto, dice che adesso solo io posso vederlo.
VII.
L’onda anomala
Lasci l’istinto minimale,
le cose poco serie, i refusi sul giornale,
a chi ancora crede in una correzione
e fissi l’orizzonte,
la sua pancia gravida di onde.
Resti in piedi nella secca, una sogliola ti fissa,
resta muta la natura, tutt’intorno si ritira
con l’onda di risacca che respira.
“Torna! Torna!”
Grida qualcuno dalla riva,
ma tu sai che la marea arriva,
che è l’ultima tua sfida
risalire in superficie,
ritrovare volume, riassaporare la fine.
pensando ai recenti scontri di Rosarno
Emigrazioni. Milano.
Escono dai sediolini dei loro viaggi
come tanti nervi vivi dai denti guasti,
portano una piega scomposta della testa
come ruga perenne della loro stanchezza
è la loro ed è la piega straniera
di chi consce lo spostamento,
il bivio mortale da cui nasce ogni accento,
loro annotano il vento,
perché è impossibile fermarlo,
tenerlo dentro,
lo spifferano, piuttosto, in uno sbuffo di gelo,
nello spazio d’un volto,
scomparendo, ogni giorno, all’alba, di nuovo,
nello sbadiglio del mondo.
V.
Risorgimento. Magenta.
Sono Solo Sonno. Si legge sulla centralina elettrica
della stazione di Magenta e in quella scritta
di vernice nera l’energia cinetica
interrompe la sua regola, ritrova la sua etica.
Allora tutto si ferma. E la battaglia,
ricordata con una targa commemorativa
ritorna nella nebbia, così anche le grida.
L’Italia risorge questa mattina dalla poesia
d’un adolescente che finisce l’impresa
iniziata più d’un secolo prima;
resistere alla voce straniera, all’incondizionata resa
del cupio dissolvi della nuova politica,
descrivere la provincia che fagocita
e il fagocitare che fa dell’Italia provincia.
VI.
La città del popolo. Völklingen
Ora vivo dove riposano gli elefanti
lì, dietro le ciminiere, tra le balle di ferro
puoi trovare il loro cimitero,
hanno la gabbia toracica ancora gonfia nel fiato.
Ci sono carrelli che salgono piano,
portano carbonfossile al cielo,
dal loro odore si sente quant’è nero.
Un operaio mi viene incontro, mi stringe la mano,
dice che è caduto lavorando-
i fantasmi hanno le dita molli del dubbio
come di chi saluta senza volerlo-
lui di questo posto è il guardiano,
controlla che nessuno tocchi l’avorio,
quel poco rimasto, dice che adesso solo io posso vederlo.
VII.
L’onda anomala
Lasci l’istinto minimale,
le cose poco serie, i refusi sul giornale,
a chi ancora crede in una correzione
e fissi l’orizzonte,
la sua pancia gravida di onde.
Resti in piedi nella secca, una sogliola ti fissa,
resta muta la natura, tutt’intorno si ritira
con l’onda di risacca che respira.
“Torna! Torna!”
Grida qualcuno dalla riva,
ma tu sai che la marea arriva,
che è l’ultima tua sfida
risalire in superficie,
ritrovare volume, riassaporare la fine.
lunedì 21 dicembre 2009
In rete il primo numero de La Libellula
Letteratura come politica
Francesco Muzzioli, Letteratura e politica, tra valore simbolico e produttività della contraddizione (pp. 3-9)
Paolo Patuelli, La solitudine del lettore. Alla ricerca della parola perduta (pp. 10-16)
Luca Lenzini, L’appuntamento (pp. 17-24)
Erminia Passannanti, Fortini e la traduzione poetica. Verso l’altro: Da Traducendo Brecht alla raccolta Il ladro di ciliegie ed altre versioni di poesia (pp. 25-34)
Clodina Gubbiotti, La poesia novissima, l’informale e il futurismo: Note per un raffronto (pp. 35-52)
Vincenzo Frungillo, Dal corpo esemplare al corpo nero. Eredità classiche e scadenze mito-biologiche nella poesia di Elio Pagliarani (pp. 53-64)
Vincenzo Bagnoli, Poesia per il presente (pp. 65-67)
Bart Van den Bossche, Epic & Ethics. Il NIE e le responsabilità della letteratura (pp. 68-76)
Alessia Risi, Tu sei lei: una chiamata all’impegno politico (pp. 77-86)
Giuliana Adamo, Letteratura ed impegno: l’eredità sciasciana nella narrativa storica di Maria Attanasio (pp. 87-94)
Barry Ryan, Impegno and intertextuality: Renata Viganò’s Appropriation of Dante in L’Agnese va a morire (pp. 95-105)
Gianluca Cinelli, L’eredità di Nuto Revelli (pp. 106-118)
Barbara Pezzotti, Massimo Carlotto e Marcello Fois: la narrativa d’indagine come discorso politico (pp. 119-130)
Rosetta Giuliani Caponetto, Ennio Flaiano’s story on how ‘To Kill Time’(pp. 131-140)
Maria Rizzarelli, «Scegliendo per sempre la vita, la gioventù» Pasolini, Elsa Morante e il ’68 (pp. 141-153)
Stefania Rimini, “In tempo reale”: la rivoluzione al presente del teatro di Ascanio Celestini (pp. 154-162)
Barnaba Maj, La scrittura come traccia creaturale: Terra matta di Vincenzo Rabito (pp. 163-168)
Salvo Torre, La produzione intellettuale è un’attività scomoda. Culture, subalternità e dominio nella società italiana (pp. 169-173)
La Libellula Poesia:
Alda Merini, Se il sole si rompe, una poesia (già) inedita (p. 175)
Stefania Licciardello, Tre poesie (p. 176)
Vincenzo Frungillo, Finali di Storia sott’acqua e Sonetti da Terre Straniere (pp. 178-184)
Marco Giovenale, Quattro malatini (p. 185-186)
www.lalibellulaitalianistica.it
Francesco Muzzioli, Letteratura e politica, tra valore simbolico e produttività della contraddizione (pp. 3-9)
Paolo Patuelli, La solitudine del lettore. Alla ricerca della parola perduta (pp. 10-16)
Luca Lenzini, L’appuntamento (pp. 17-24)
Erminia Passannanti, Fortini e la traduzione poetica. Verso l’altro: Da Traducendo Brecht alla raccolta Il ladro di ciliegie ed altre versioni di poesia (pp. 25-34)
Clodina Gubbiotti, La poesia novissima, l’informale e il futurismo: Note per un raffronto (pp. 35-52)
Vincenzo Frungillo, Dal corpo esemplare al corpo nero. Eredità classiche e scadenze mito-biologiche nella poesia di Elio Pagliarani (pp. 53-64)
Vincenzo Bagnoli, Poesia per il presente (pp. 65-67)
Bart Van den Bossche, Epic & Ethics. Il NIE e le responsabilità della letteratura (pp. 68-76)
Alessia Risi, Tu sei lei: una chiamata all’impegno politico (pp. 77-86)
Giuliana Adamo, Letteratura ed impegno: l’eredità sciasciana nella narrativa storica di Maria Attanasio (pp. 87-94)
Barry Ryan, Impegno and intertextuality: Renata Viganò’s Appropriation of Dante in L’Agnese va a morire (pp. 95-105)
Gianluca Cinelli, L’eredità di Nuto Revelli (pp. 106-118)
Barbara Pezzotti, Massimo Carlotto e Marcello Fois: la narrativa d’indagine come discorso politico (pp. 119-130)
Rosetta Giuliani Caponetto, Ennio Flaiano’s story on how ‘To Kill Time’(pp. 131-140)
Maria Rizzarelli, «Scegliendo per sempre la vita, la gioventù» Pasolini, Elsa Morante e il ’68 (pp. 141-153)
Stefania Rimini, “In tempo reale”: la rivoluzione al presente del teatro di Ascanio Celestini (pp. 154-162)
Barnaba Maj, La scrittura come traccia creaturale: Terra matta di Vincenzo Rabito (pp. 163-168)
Salvo Torre, La produzione intellettuale è un’attività scomoda. Culture, subalternità e dominio nella società italiana (pp. 169-173)
La Libellula Poesia:
Alda Merini, Se il sole si rompe, una poesia (già) inedita (p. 175)
Stefania Licciardello, Tre poesie (p. 176)
Vincenzo Frungillo, Finali di Storia sott’acqua e Sonetti da Terre Straniere (pp. 178-184)
Marco Giovenale, Quattro malatini (p. 185-186)
www.lalibellulaitalianistica.it
giovedì 17 dicembre 2009
L'avvocato del diavolo

L’avvocato del diavolo
Tartaglia,
riduce la lingua a pezzi,
la fraziona, non riesce a vederla finita
una frase che sia una
e ricomincia d’accapo
la sintassi della sua genìa
ci riprova tra la gente che s’accalca
melliflua sostanza della Storia,
ci riprova ma tar-ta-glia.
Così anche la piazza
si scompone,
si riduce di scala
e si moltiplica come in quadro
neo cubista, ogni singola faccia
che osserva diventa infinita
diventa piano piano massa,
folla che assiste al comizio
del Signore padrone, un biscione
che s’arrampica sulle guglie cerulee della chiesa
lì dove si celebrava un mese prima
il passaggio terrestre dell’uomo fondatore
dell’Italia risorta dopo la guerra.*
*-in nota, per chi ricorda, nella stessa piazza
si salutava l’uomo che ha nel nome
e nei fatti unito la nostra storia
allo spettacolo infinito d’America
Mike Buongiorno, fondatore del biscione-
avrà pensato tartaglia
di restituire al Signore Padrone
ridotta in scala quella chiesa
nella piazza meneghina
per sentire sulla faccia di gomma
se una sola di quelle visioni è vera.
Tutti avevano lo stesso sorriso
stampato e si presentavano
col nome Silvio.
Avrà pensato tartaglia.
“colpisco quello di centro”
quello dove si concentra il consenso”
poi caricando il tiro
come campione di pallamano
ha lanciato la riproduzione in scala
del duomo di Milano
e buhm…un solo tonfo
ha sfaldato la tela cubista.
Si è rivoltata la folla
sul novello bombarolo
tutta, ma proprio tutta,
compresa la redazione de La Repubblica
che fino alla settimana prima
seguiva il destino dei cervelli in fuga
e questo sotto teca
non l’avevano mica ammesso
al catechismo della chiesa meneghina-
e buhm la faccia si squaglia sotto
il tiro del matto, mio fratello,
avvocato del diavolo,
e buhm si rivede infinite volte
come in quadro cubista
la sua mano che tira, che tira, che tira,
e buhm tartaglia, tartagli la vita…
mia precaria che non conosce
una frase che sia una
e si staglia l’immagine della coda,
di un biscione che arretra
dalle guglie della chiesa
quando stava per lambire
i piedi pudichi della madonnina.
Rivedendo la scena al ralenti
si leggono le labbra del balbuziente
che lancia sulla faccia del Signore
la riproduzione della chiesa,
una sola frase gli è uscita buona
nella sua vita, sparata d’un sol fiato,
senza timore, un vero e proprio urlo:
“ma vaffanculo!”
martedì 17 novembre 2009
Dio ti Allevi

Gli artisti di oggi sono un po' i colletti bianchi della terziario spettacolare. Irrigimentano le masse. In questo ci sono i campioni, coloro che sintetizzano i gusti e fanno da gangli delle emozioni (perentoriamente "viscerali") del pubblico. Sono come gli omologatori di particelle, gli abbassatori di tono della pretese titaniche dei fautori del buon gusto e della forma. In questo c'è il passaggio epocale direi, ma quest'ultima mi sembra parola grossa, tra l'ottocento-novecento e il nuovo millennio. Un campione in questo senso è il giovane pianista Allevi. Dice G. Allevi: "io ho fatto una rivoluzione copernicana, non è il pubblico che va verso l'artista, ma l'artista che va verso il pubblico". (li immaginate Glenn Gould o Michelangeli dire una cosa del genere?) A questa frase mettete il sottofondo della sua risata molliccia e il gioco è fatto. E' stato come scoprire l'antimateria. Il vuoto nell'arte. Del resto lui ha anche studiato filosofia: titolo della tesi: "Il nulla in fisica". Vale più come ricercatore che come musicista.
martedì 3 novembre 2009
Presentazione di "Ogni cinque bracciate" di V.M. Frungillo
Le Lettere
Lunedì 9 novembre 2009, ore 18.00
in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino
alla libreria Feltrinelli di Milano, via Manzoni, 12
verrà presentato il libro
Ogni cinque bracciate
con l’autore Vincenzo Frungillo
saranno presenti
Giancarlo Pontiggia (poeta, saggista e critico letterario)
Alessandra Iadicicco (giornalista e traduttrice dal tedesco)
Lunedì 9 novembre 2009, ore 18.00
in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino
alla libreria Feltrinelli di Milano, via Manzoni, 12
verrà presentato il libro
Ogni cinque bracciate
con l’autore Vincenzo Frungillo
saranno presenti
Giancarlo Pontiggia (poeta, saggista e critico letterario)
Alessandra Iadicicco (giornalista e traduttrice dal tedesco)
Il silenzio della rete
Il silenzio è di vario tipo, si potrebbe scrivere una casistica infinita dei silenzi, tentarci così come Goethe ha tentato con i colori, ma non credo che ci si riuscirebbe. Allora si può tentare i indicare i due estremi di una casisitica possibile: da una parte il silenzio religioso e dall'altra quello omertoso.
Si intuisce subito che questi due modi del non detto, o della pausa verbale (qui si complica ancora la faccenda) sono i più diffusi in Italia. In realtà i due modi si confondono in Italia. Di norma il silenzio religioso è quello che permette l'avvento di un qualcosa di non umano, intendendo per umano "che appartiene alla tecnologia umana, alla sua potenza" (compresa la parola); scriveva S. Weil a proposito di questo: «Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire esercitare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo. La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo». Questo è a mio avviso il silenzio nella sua forma sublime. Poi c'è il silenzio nella sua forma più meschina: l'omertà. Noi del sud la conosciamo bene. Siamo abituati da ragazzi a scontrarci con il non vedere, il non dire. E' la prima scelta tragica che facciamo: dire o non dire, e questo credo sia la causa della nostra natura teoretica (nel bene e nel male). Solo per fare una digressione personale: una volta un parcheggiatore abusivo pretendeva il pizzo (perché di questo si tratta) sul mio parcheggio e gli dissi che non volevo dargli i soldi: lui andò via imprecando:"si sono persi tutti i valori. Anche l'omertà si è persa!"
Comunque l'omertà per fortuna e per sfortuna si è capito non essere una prerogativa del sud. In ogni modo il silenzio omertoso significa non-scelta. E' un silenzio che fa male. Non è privo di direzione quel silenzio: io sto zitto, non prendo parte, lascio che la forza, il potere del sistema, della comunità, che "deve" necessariamente scaricarsi su qualcuno, ricada su una vittimia prescelta. Può essere sia il potere di una organizzazione criminale che il potere dello stato democratico. Dove c'è un consorzio umano, c'è esercizio di potere: dove c'è esercizio di potere c'è una vittima che deve subirlo. La vittima prescelta sarà di norma colui o colei che non rispetta le regole, che non rispetta il patto. Dicevo che in Italia le due forma si confondono, ossia quella religiosa, propria della grazia, e quella omertosa, propria del potere politico, perché la sfera religiosa e la sfera del potere si toccano da sempre. La ricaduta nel costume è che noi italiani non abbiamo una visione limpida né della sfera religiosa né di quella politica; stiamo zitti come i preti quando nel quotidiano ci troviamo di fronte ad una persona o ad un fenomeno eccezionale, che eccede la regola per un qualsiasi motivo. Aspettiamo che sia il gruppo a isolarlo. Anche il suo nome è messo al bando. Non bisogna fare quel nome, bisogna farlo morire di solitudine. Proviamo a rivedere quanto ci ritroviamo in questo meccanismo, quanto ci appartiene!
Taciamo il nome di quella persona perché non si riconosca nella società, perché non viva nel consorzio morale del Super-io, resti nella sfera dell'io per sempre. Così le due possibilità che diamo a quell'individuo sono o l'inaridimento o la riscoperta del vero silenzio, del sublime e assoluto religioso.
Si intuisce subito che questi due modi del non detto, o della pausa verbale (qui si complica ancora la faccenda) sono i più diffusi in Italia. In realtà i due modi si confondono in Italia. Di norma il silenzio religioso è quello che permette l'avvento di un qualcosa di non umano, intendendo per umano "che appartiene alla tecnologia umana, alla sua potenza" (compresa la parola); scriveva S. Weil a proposito di questo: «Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire esercitare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo. La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo». Questo è a mio avviso il silenzio nella sua forma sublime. Poi c'è il silenzio nella sua forma più meschina: l'omertà. Noi del sud la conosciamo bene. Siamo abituati da ragazzi a scontrarci con il non vedere, il non dire. E' la prima scelta tragica che facciamo: dire o non dire, e questo credo sia la causa della nostra natura teoretica (nel bene e nel male). Solo per fare una digressione personale: una volta un parcheggiatore abusivo pretendeva il pizzo (perché di questo si tratta) sul mio parcheggio e gli dissi che non volevo dargli i soldi: lui andò via imprecando:"si sono persi tutti i valori. Anche l'omertà si è persa!"
Comunque l'omertà per fortuna e per sfortuna si è capito non essere una prerogativa del sud. In ogni modo il silenzio omertoso significa non-scelta. E' un silenzio che fa male. Non è privo di direzione quel silenzio: io sto zitto, non prendo parte, lascio che la forza, il potere del sistema, della comunità, che "deve" necessariamente scaricarsi su qualcuno, ricada su una vittimia prescelta. Può essere sia il potere di una organizzazione criminale che il potere dello stato democratico. Dove c'è un consorzio umano, c'è esercizio di potere: dove c'è esercizio di potere c'è una vittima che deve subirlo. La vittima prescelta sarà di norma colui o colei che non rispetta le regole, che non rispetta il patto. Dicevo che in Italia le due forma si confondono, ossia quella religiosa, propria della grazia, e quella omertosa, propria del potere politico, perché la sfera religiosa e la sfera del potere si toccano da sempre. La ricaduta nel costume è che noi italiani non abbiamo una visione limpida né della sfera religiosa né di quella politica; stiamo zitti come i preti quando nel quotidiano ci troviamo di fronte ad una persona o ad un fenomeno eccezionale, che eccede la regola per un qualsiasi motivo. Aspettiamo che sia il gruppo a isolarlo. Anche il suo nome è messo al bando. Non bisogna fare quel nome, bisogna farlo morire di solitudine. Proviamo a rivedere quanto ci ritroviamo in questo meccanismo, quanto ci appartiene!
Taciamo il nome di quella persona perché non si riconosca nella società, perché non viva nel consorzio morale del Super-io, resti nella sfera dell'io per sempre. Così le due possibilità che diamo a quell'individuo sono o l'inaridimento o la riscoperta del vero silenzio, del sublime e assoluto religioso.
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