giovedì 16 maggio 2013

E fragile è lo stallo in riva al tempo - Daniele Ventre



Daniele Ventre - poeta, traduttore e critico - nel suo libro d’esordio E fragile è lo stallo in riva al tempo - Edizioni D’if 2012; vincitore della VI edizione de I Misiotìs - Premio Russo Mazzacurati  -  esprime già nel titolo l’aspetto centrale della sua poesia, che è il manifestarsi di una profonda contraddizione nel cuore dell’esistenza e della parola stessa.
La poesia di Ventre nasce da una radicale istanza etica, legata indissolubilmente ad una profonda esigenza di ordine metrico, che in questo testo si esprime nell’utilizzo delle pentapodie giambiche, esse stesse indicanti il battito inarrestabile del tempo della vita. Nel libro di Ventre è presente l’idea greca del limite come giustezza e come giustizia. E’ il limite della vita e del verso, che qui si intrecciano, a dare forma all’esistenza e alla parola. Ciò che costringe alla sua necessità, il limite che il destino ci impone, ci dà la possibilità di essere liberi. Solo accettando le regole del destino e della parola, si può sperare di dire qualcosa di veramente significativo sull’uomo e sul mondo, quest’ultimo inteso nell’accezione greca di cosmo di per sé ordinato. Questo gioco necessario e serissimo con la parola e con il fato, si evince sin dai versi in epigrafe tratti da A game of chess da The waste land di T.S, Eliot, che introducono il lettore  alla partita a scacchi che si svolge per tutto il corso delle trenta poesia. Partita a scacchi che è colta in una fase di stallo, in cui i due avversari, l’io e il destino (la morte), si studiano e si osservano si riconoscono l’uno nell’altro, a tal fine si noti l’uso frequente dell’immagine nello specchio (Ma l’avversario offerto nello specchio/ dei giorni consumati nell’attesa/ sorride per l’effimero bisbiglio). E questo stallo è tanto più inquietante in quanto su di esso incombe la dissolvenza del nulla che prosciuga tutto, prima che la partita sia terminata, annichila il rifiuto stesso che dà origine a ogni esistenza (La carne offesa ai brividi del nulla,/ le mie parole tendo come panni/ sdruciti sulle membra delle notti). Il tempo è un fiume inarrestabile  e la riva del titolo non è una riva di salvezza da cui contemplare lo scampato pericolo, come ad esempio in Dante, ma è il simbolo della fragilità dell’esistenza che non accetta il fiume (eracliteo) del tempo, del divenire che porta con sé ogni cosa. La riva è il simbolo dell’esistenza che si illude di potersi sottrarre al tempo che travolge ogni cosa, ma in quest’illusione resta giocata, vinta essa stessa. L’esistenza intuita come durata che scorre inarrestabile, è resa in termini linguistici con versi che letteralmente scivolano l’uno nell’altro, attraverso l’uso dell’enjambement, di parole allitteranti e l’uso di un metro definito che scandisce lo scorrere dei versi che danno, appunto, la sensazione di un flusso continuo e incalzante (Ma non dovresti più stupirti adesso,/ se una menzogna di cangianti squame/ rifrange la rugiada nei bagliori/ d’un’alba ingannatrice, se nel fiore/ di cento gemme si nasconde il buio:), che solo di tanto in tanto trova un momentaneo rallentamento in alcuni a capo e nel punto che chiude ogni frammento. Ma a ben guardare, la stasi del verso è essa stessa illusoria, perché la voce della poesia riprende a fluire senza tregua in uno scorrere che però non si disperde, non divora sé stesso, a differenza del tempo, ma trattenendo un senso, anche se transitorio, si mostra nella sua intima e fugace bellezza, in un balenio inafferrabile (Sul limite del mare un’onda è forma/ al fluido dipanarsi delle vite./ Si sfrangiano i cristalli nel brillio/ scomposto ai grani della rena fine). È in questa contraddizione ineliminabile tra precipitare dell’esistenza nell’insormontabile morte e lo stallo, paralisi annichilita in attesa della mossa finale, in cui essa cade, che si manifesta la fragilità, riscattata solo da un barlume di bellezza, della condizione del poeta e dell’umanità che in queste pagine prende voce (La semplice ragione del rifiuto/ è origine dei giorni. E tu rispondi,/ nell’anima vogliosa d’assoluto/ rispondi, con l’abbraccio della piena/ che annichila le rive nel suo gorgo./ Ma il calcolo reprime in quiete leggi/ l’effimera stagione: appena resta/ nel morbido covare delle ceneri/ la nostalgia dei rapidi calori).

Francesco Filia

mercoledì 8 maggio 2013

Boris Ryzhy (8, settembre,1974 - 7, maggio, 2001)



Poesia bestemmia

“Da cinque anni ormai non sogni più
che scopi, ti svegli per la noia, vai verso
il gabinetto e – allo scopo di farti
la barba – infili il tuo proprio ritratto
nello specchio e indietreggi:
e questo chi sarebbe, chi è?
Magro, con la barba lunga. Sei tu!
Lo specchio di fronte, un labbro rotto,
i nervi a pezzi, ma sempre il bello,
l’altero e allegro Boris B. Ryžhj,
che cosa priva di gusto sarebbe, ora
tagliarsi le vene con un innocuo rasoio"

Portami lungo viali vuoti...

Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l'estate.
Due lampioni piangono l'estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all'alba,
poi lasciami.
Rimasto come un'ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po',ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò.


Non ho camminato nei tuoi sogni...

Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell'autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).


E non morire mai

Una nave smaltata,
l’oblò, il comodino, il letto 
vivere è difficile e scomodo, 
però è comodo morire.

Sto disteso e penso: forse 
queste stesse lenzuola bianche 
ieri hanno avvolto colui che oggi 
se n’è andato all’altro mondo.

Il rubinetto gocciola piano. 
La vita, scarmigliata come una puttana 
appare da una nebbia 
e vede il letto, il comodino…

Io cerco di sollevarmi un po’, 
voglio guardarla negli occhi. 
Guardarla, mettermi a piangere, 
e non morire mai.

domenica 14 aprile 2013

Pierre Drieu La Rochelle. Morte di un delicato





Si scrive veramente con l’inchiostro o con il sangue? Che rapporto c’è tra vita e scrittura? Tra esistenza e parola[1]? Queste domande attraversano l’intera esistenza di Pierre Drieu La Rochelle (13 gennaio 1893 – 15 marzo 1945) fino al suicidio, avvenuto in una casa di campagna, nei pressi di Parigi, alla fine della guerra che lui, collaborazionista, ha interamente percorso dalla parte sbagliata e da cui trae le estreme conseguenze, senza cadere nel melodramma del pentimento. Ma ridurre la fine di Drieu al dato storico sociologico, che pur è presente, di una sconfitta politica, sarebbe non comprendere il cuore del suo percorso artistico e intellettuale. Nella sua opera si agitano e si mostrano, nella loro terribile limpidezza, le questioni che dilaniano la vita di ogni uomo, lo sappia o no. Può essere concepita la vita senza la distruzione? O, meglio, senza l’autodistruzione? Ha senso continuare a vivere oltre la soglia fatidica della giovinezza, sopravviverle? Tradire ciò che si è stati anche solo per un attimo? “Da ragazzo ho giurato a me stesso di rimanere fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola.”[2]
La figura di Drieu è una delle più affascinati, non solo della letteratura francese, ma anche di tutto il primo novecento, soprattutto per queste domande definitive e inaggirabili, in cui, il fascino dello scrittore e del dandy ammalato di delicatezza si alimentano l’un l’altro, lasciando sempre un che di irrisolto che fa ritornare a leggerlo nuovamente. Forse Drieu come scrittore è incompiuto, perché avrebbe voluto essere scrittore di un solo libro, il libro perfetto, indelebile, "Rimbaud, Lautréamont. Beati gli uomini dai pochi libri: non hanno avuto il tempo di confessarsi, di addomesticarsi ripetendosi"[3]. Invece ha continuato a scrivere, a confessarsi[4], fino a due giorni prima del suicidio, lasciandoci un ultimo grande testo incompiuto Memorie di Dirk Raspe[5], biografia romanzata di Vincent Van Gogh, in cui, nell’affinità con il grande pittore olandese, Drieu coglie il cuore di ogni destino artistico, quello di  farsi “divorare dalla visione” dell’irrealtà, ossia, da quell’Oltre immanente a ogni cosa che fonda già da sempre quello che noi, per nostra comodità e stoltezza, chiamiamo realtà.  Ma la figura di Drieu pone una domanda ancora più inquietante: che senso dare alla nostra vita quando questa, rapita una volta e per sempre dall’atrocità del vero e del bello, inizia a tradirci? Perché per Drieu la vita è degna solo del suo apice e non della decadenza, che pur le è costitutiva e che lui, come  gran parte dei suoi personaggi, attraversa sino in fondo. La vita va vissuta nella sua irripetibile selvatichezza, a questa intuizione e non da altro si deve, forse, far risalire le sue scelte politiche scandalose[6]. Il dramma di Drieu e di molti dei personaggi dei suoi libri, che non coincidono mai del tutto con l’autore, è segnato da una doppia impossibilità, quella di esistere autenticamente e di arrendersi al quotidiano, o, se resa c’è, è nelle sue forme più abbiette e autolesionistiche, come estremo gesto di rivolta, folle, patetica e disperata, che però non chiede pietà ma ha l’ambizione, attraverso l’ultimo estremo gesto, di lasciare “una macchia indelebile” su chi resta[7]. Perché quel che conta è solo l’amore, l’ardore dell’esistenza che si sporge oltre se stessa e quando questo slancio vitale si esaurisce, l’amore  - e le donne  che non si lasciano afferrare, trattenere e anzi sembrano stringere in un assedio che pretende la resa della procreazione - diventa forma vuota, maschera mortuaria e dunque  tutto si trasforma in vuoto, in thanatos, in un lento finire che ha solo due vie d’uscita, morire o sopravvivere a se stessi.
Dal confronto tra due opposte possibilità, una richiamante l’altra, nascono pagine tra le più belle dell’intera opera di Drieu, i capitoli di Fuoco fatuo in cui Alain, il protagonista, si confronta, passeggiando per i boulevard di Parigi, con l’amico di un tempo Dubourg, che, a differenza sua, ha accettato “il ritmo elementare della vita”[8], il caldo rassicurante della quotidianità, simboleggiato dal ventre della moglie che lo accoglie ogni sera nel letto o dall’amore per l’archeologia egizia, amore necrofilo, ma che permette di trovare un interesse per sopravvivere. Dubourg non può salvare Alain, non può distoglierlo dal suo proposito, perché in fondo anche lui sa che sta barando con se stesso (Dubourg capiva che l’occasione per salvare Alain gli era sfuggita. Si diceva che se fosse veramente sicuro di se stesso, si sarebbe gettato su Alain con brutalità, insultandolo, mettendolo a nudo. Gli avrebbe gridato: "Sei mediocre, accetta la tua mediocrità. Rimani a livello che la natura ti ha assegnato. Sei un uomo: per la tua semplice umanità sei, per gli altri, ancora inestimabile")[9]. Alain, con la sua sola presenza, mostra le cose per quel che sono, eppure anche Alain sa che in Dubourg c’è l’altro se stesso deformato; è come se i due vecchi amici guardassero  nell’altro se stessi in uno specchio e vedessero la strada non presa. In Alain c’è già il distacco di chi si sente finito, in Dubourg il cruccio di chi sopravvivrà, in entrambi le braci sempre più tiepide di un amore per la vita che non ha più di che alimentarsi.
Del suicidio, il tema dei temi nell’opera e nella vita di Drieu, è fin troppo facile parlarne male, giudicarlo come un atto frutto di una qualsivoglia disperazione, vile o un atto contro Dio, come lo giudicano le religioni, ma invece in esso sono in gioco la libertà e il destino. Drieu coglie un aspetto del gesto estremo che nessun atteggiamento strettamente moraleggiante potrà cogliere. Nella possibilità dell’autodistruzione irrompe la questione del sacro, del patto sancito da ogni uomo per il solo fatto di esser nato. Patto sancito con cosa? Come nominare quella forza che ci fa stare al mondo, come corrispondere all’enigma che siamo? Ecco che nella possibilità ultima che la morte evoca e che il suicidio anticipa, irrompe l’alterità, l’estraneità radicale che, per contrasto, ci riguarda più da vicino, fino a toglierci il fiato, fino a toglierci la vita. Alterità che si fa gesto in noi nella vertigine dell’auto distruzione e in tale gesto è raccolto, per un attimo che si fa soglia irrevocabile, tutto ciò che quel singolo uomo è stato, è e, in maniera tragicamente paradossale, sarà ancora per un istante: altezza e bassezza, autocommiserazione e disprezzo di sé, amore immedicabile per la vita e disgusto dei giorni che si ripetono sempre uguali, lucido delirio autarchico (“La vita non andava abbastanza in fretta per me, io l’accelero. La corda si allentava, io la tendo. Sono un uomo. Sono padrone della mia pelle, lo dimostro.”)[10] e estrema consapevolezza dell’impossibilità di bastare a se stessi (“Ma in fondo  a te stesso ti credi un delicato. Quanto a me, lo credo, non posso non crederlo. Avrei voluto piacere alla gente, ma mi manca qualcosa. E, in fondo, questo qualcosa mi disgusterebbe.”)[11] e, infine, sapere di non poter uscire dalla propria radicale solitudine e che, per un’inezia o per un vizio, per un piacere unico e irripetibile, diventa un percorso verso la perfezione del morire (“Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde”)[12]. La via della bellezza è la via della morte, in questa equazione sembra riecheggiare la sapienza platonica del Simposio, del Fedone e del Fedro. Dove, però, a differenza di Platone, la psicagogia non porta ad una anabasi salvifica, ma ad una catabasi della Disperazione, non ritrovare se stessi, ma perdersi in maniera definitiva nell’indistinto della morte,  come unico modo autentico di essere fedeli all’errore che si è, perdersi nel nero abbagliante del nulla ( vorrei rientrare nella notte senza stelle, nella notte senza dei, la notte che non ha mai portato il giorno nel suo seno, che non ha mai aspirato al giorno, che ha mai prodotto il giorno, la notte, immobile, muta, intatta, la notte che non è mai esistita e non esisterà mai. Così sia.) [13]. In questo senso il suicidio per Drieu è il rito, nel senso forte del termine, che ci inizia all’enigma dell’esistenza[14] e del mondo, al suo fondo buio, a quel qualcosa che si nasconde dietro a ciò che noi nominiamo nulla e che non si dà in altro modo possibile. L’auto-distruzione fino al gesto estremo, non solo e non tanto come un atto di disperazione, quindi, ma come punto d’arrivo di una logica implacabile, compimento della vera Disperazione strutturale che noi siamo, che non si accontenta del rimorso, della tristezza o del melodramma del ‘se avessi’, ma arriva sino allo strappo finale, lì dove si spezza il nesso tra parola pensiero ed essere, dove la parola si ritrae o, al massimo, arriva postuma e dove, se riesce a dire qualcosa di essenziale, non ha la pretesa di salvare ciò che non può essere salvato[15].
“Egli è convinto di credere al nulla, pensa di abbandonarsi al nulla, ma sotto questa parola negativa, sotto questa parola approssimativa, sotto questa parola limite c’è qualcosa che gli resta nascosto” [16]. In questi passaggi, rivelatori del pensiero e del vero sentire di Drieu, sembra quasi delinearsi una filosofia neoplatonica, una teologia negativa, il Mónos di cui parla Plotino a cui si può giungere solamente superando la dualità del divenire in una forma di mistica negativa, nel caso di Drieu non ascendente ma discendente e nichilistica[17]. Questa deriva consapevole di  Drieu è testimoniata dal diario e dall’ultimo suo libro pubblicato in vita I cani di paglia[18], libro di rara sottigliezza analitica e di una bellezza livida, che prende il titolo da una frase del Daodejing di Laozi  posta in epigrafe[19], in cui la crudeltà dell’esistenza è connaturata alla condizione umana, che sembra essere un esperimento del destino in mano a forze sconosciute dove ognuno - il collaborazionista, il traditore, il comunista, il gollista - in situazioni limite, come quelle della Francia occupata dai nazisti, fa i conti tragicamente con ciò che è, con il carattere che lo abita, che lo possiede, al di là di ciò che vorrebbe essere, al di là della sua volontà[20].
Drieu alla fine dei suoi giorni sente il fascino di un pensiero originario che lo possa liberare dal carcere dell’esistenza e, di volta in volta, questa liberazione si presenta sotto forme diverse, dalla  filosofia neoplatonica alla sapienza evangelica, dalla mistica alla teologia negativa, dai Veda all’Upanishad e al Taoismo, vie che però,  al di là delle intenzioni dello stesso Drieu, non potranno mai essere abbracciate da lui, letterato fino al midollo[21], che ha riversato tutto il suo sangue nell’inchiostro della scrittura, scrittura che non potrà mai contenerlo tutto nonostante il suo amore per la terra, per ogni singolo dettaglio e che, però, alla fine si mostrerà incapace dell’ultima parola che possa dire ciò che parola non è.  C’è un’ ombra che cade tra la parola e la cosa, è questo il limite disperante di ogni gesto letterario. Drieu quindi è uno scrittore incompiuto non per una sua mancanza soggettiva d’artista, ma perché  quel che egli vuole dire si ritrae definitivamente dalla parola, cede il passo a quel che non potrà mai essere nominato. E proprio per la sua radicale alterità e quindi sacralità, più sacro di qualsiasi dio, il nulla o ciò che attraverso esso è, richiede un rito, l’ultimo e il solo, che però non ha il conforto della ripetizione ma l’indicibile vertigine dell’irripetibilità, del mai più, del per sempre[22]. L’ek-stasi di un delicato, cioè di colui che coglie l’intima violenza e bellezza dello stare al mondo, in un’epoca senza dèi è il suicidio. Il perdersi oltre la dispersione dell’esistenza, l’uscire fuori di sé nel tutto infinito (L’infinito crea il finito e rimpiange l’infinito.)[23] ed è al tempo stesso fare i conti per la prima e ultima volta con le cose -  attraverso un gesto, questo sì veramente politico - con la muta barriera inscalfibile che le avvolge e che ci avvolge. Fare i conti con la nostra costitutiva sconfitta. “ Una pistola è solida, è d’acciaio. È una cosa. Scontrarsi, finalmente, con le cose”[24].

Francesco Filia


Il presente articolo  è stato pubblicato su Nazione Indiana il 15 marzo 2013 http://www.nazioneindiana.com/2013/03/15/pierre-drieu-la-rochelle-morte-di-un-delicato/


[1] Questo tema è stato messo a fuoco e affrontato nel saggio “Il sangue e l’inchiostro” di Paul Renard. Nella traduzione italiana in appendice a “Racconto segreto” Pierre Drieu La Rochelle,  SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani. Edizione originale  Editions Gallimard, 1961.

[2] Ibid., p.23.

[3]  4 dicembre 1944, p. 436. Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, Il Mulino 1995. Edizione originale  Journal 1939 – 1945, a cura di Julien Hevrier,  Editions Gallimard, 1992.

[4] “La letteratura non è altro che una forma edulcorata di confessione..” Pierre Drieu La Rochelle, Diario di un delicato, SE edizioni, 1998, trad. di Milo De Angelis. Edizione originale  Journal d’un délicat, Editions Gallimard, 1963.

[5]  Pierre Drieu La Rochelle, Memorie di Dirk Raspe, trad. di Paolo Bianchi, Edizioni SE, 1996. Edizione originale Méimoires de Dirk Raspe, Editions Gallimard, 1966.

[6] Per una ricostruzione, se pur parziale delle scelte politiche di Drieu La Rochelle si veda la conversazione di Frédéric Grovier con Louis Aragon in appendice all’edizione italiana di Diario di un delicato, Pierre Drieu La Rochelle, SE edizioni, 1998, trad. di Milo De Angelis. Edizione originale  Journal d’un délicat, Editions Gallimard, 1963.

[7] “Io mi uccido perché voi non mi avete amato, perché io non vi ho amato. Mi uccido perché i rapporti erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile.” P. 106.  Pierre Drieu La Rochelle,  Fuoco fatuo, SE edizioni, 1987,  trad. di Donatella Pini, p. 111. Edizione originale  Editions Gallimard, 1931.

[8] Pierre Drieu La Rochelle, Diario di un delicato, SE edizioni, 1998, trad. di Milo De Angelis, nota p 99. Edizione originale  Journal d’un délicat, Editions Gallimard, 1963.
[9] Pierre Drieu La Rochelle,  Fuoco fatuo, SE edizioni, 1987,  trad. di Donatella Pini, p. 69. Edizione originale  Editions Gallimard, 1931.

[10] Ibid., p. 111.

[11] Ibid., p. 115.

[12] Pierre Drieu La Rochelle,  Racconto segreto, SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani, p. 23. Edizione originale  Editions Gallimard, 1961.

[13] Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, Il Mulino, 1995; 17 ottobre 1944, p. 425. Edizione originale  Journal 1939 – 1945, a cura di Julien Hevrier,  Editions Gallimard, 1992.

[14] “Preferivo qualcosa di minuto, di elastico, di delicato. Ecco. Quel coltellino da dessert così appuntito, che penetrava così facilmente nella carne di una pera o di una pesca. Saggiavo la punta con il polpastrello, la saggiavo e la sentivo. La spinsi contro il dito dolcemente, la spinsi più forte. Incomincio a farmi male e allora smisi di premere. Ripresi con più forza, spinto dalla curiosità e dal desiderio. Il dolore diventò diverso, più concentrato,  più acuto e una goccia di sangue apparve. Restai a bocca aperta: era dunque possibile.” Pierre Drieu La Rochelle,  Racconto segreto, SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani, , p. 19. Edizione originale  Editions Gallimard, 1961.

[15] A tal proposito si veda il capitolo Adieu a Gonzague su Drieu La Rochelle  con la versione poetica del frammento omonimo di Poesia e destino, Milo De Angelis, Cappelli editore, 1982.

[16] Pierre Drieu La Rochelle,  Racconto segreto, SE edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani, , p. 23. Edizione originale  Editions Gallimard, 1961.


[17]  In questa prospettiva  Alain, il protagonista tossicomane  di Fuoco fatuo,  è il prototipo del tipo umano descritto da Drieu: “I drogati sono i mistici di un’epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano in esse un processo inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo del nulla” p.  62 Pierre Drieu La Rochelle,  Fuoco fatuo, SE edizioni, 1987,  trad. di Donatella Pini. Edizione originale  Editions Gallimard, 1931.

[18] Pierre Drieu La Rochelle, “I cani di paglia”, Guanda, Milano, 1982. Traduzione di Maria Pia Tosti Croce.

[19] “Il cielo e la terra non sono umani o benevoli alla natura degli uomini, essi valutano tutti gli esseri come se fossero cani di paglia da usare nei sacrifici.”

[20] Si veda a tal proposito un passaggio delle ultimissime pagine scritte da Drieu in vita, le ultime dell’incompiuto Memorie di Dirk Raspe: “…ma devo riconoscere che io vedevo l’uomo al di là di ogni civilizzazione, passata o futura che fosse” p. 254.

[21] “La letteratura è il contrario di una seria disciplina  filosofica e religiosa che miri a raggiungere l’ascesi e ad acquistare così la concentrazione su punti via via imprescindibili. La letteratura è ricerca e culto del concreto, del particolare; per altri versi, beninteso, comporta una visione dell’universale, ma di un universale che resti presente e impegnato in tutte le sue parti.” Pierre Drieu La Rochelle, Diario 1939 . 1945, Il Mulino, 1995; 18 ottobre 1944, p. 427. Edizione originale  Journal 1939 – 1945, a cura di Julien Hevrier,  Editions Gallimard, 1992.


[22] “Io, scrivo sotto l’ombra d’un ponte una frase anonima che nessuno leggerà mai. Ma è una frase detta per sempre. Come per sempre questa piccola maschera di pietra è scolpita in cima alla cattedrale, dove in quattro secoli è stata guardata distrattamente due volte soltanto dagli operai addetti alle riparazioni. Più i dettagli dei miei giorni, delle mie ore, dei miei minuti sono infimi e più mi ci aggrappo; più mi dedico all’effimero e più l’effimero mi distacca…No, mi lega all’eternità che cade nel mio petto goccia a goccia…No, è una goccia sospesa per sempre e che non cade mai”. Pierre Drieu La Rochelle, “I cani di paglia”, Guanda, Milano, 1982. Traduzione di Maria Pia Tosti Croce.

[23] Pierre Drieu La Rochelle, Diario di un delicato, SE edizioni, 1998, trad. di Milo De Angelis,  p.76. Edizione originale  Journal d’un délicat, Editions Gallimard, 1963.

[24] Pierre Drieu La Rochelle,  Fuoco fatuo, SE edizioni, 1987,  trad. di Donatella Pini, p. 115 . Edizione originale  Editions Gallimard, 1931. Il suicidio, questo grande rifiuto, è un atto gratuito, o non è.” Questa è la definizione del suicidio che dà Guido Morselli nel suo “Capitolo breve sul suicidio”. Ecco il suicidio prima di tutto è un gran rifiuto. Di cosa, del mero dato dell’esistenza, del suo vuoto ripetersi. Il suicida non vuole farsi del male, è colui che non accetta il dato dell’esistenza così come gli è stato consegnato, ma desidera l’oltre dell’esistenza, che però in quanto oltre è già da sempre al di là di qualsiasi possibilità di appagamento. Il suicida desidera l’esistenza nella sua possibilità ultima, nella sua purezza impossibile. E nel desiderare ciò scopre la sua costitutiva nullità e a questa nullità non si rassegna ma pretende di poterne rinascere. Il suicidio è un atto gratuito perché trascende le motivazioni che possono aver condotto il singolo alla soglia del gesto, tra la soglia e il gesto definitivo c’è una sproporzione tale che ogni precedente motivazione è assorbita svanendo in quell'atto. A differenza di quanto si possa pensare il suicidio è una rinascita o meglio è un ricongiungersi al Sé della propria personalità che la vita ha tradito. E qui c’è una radicale componente narcisistica. Per cercare se stessi bisogna correre il rischio di perdersi anzi bisogna perdersi, annegare nella propria immagine riflessa, sapendo che oltre quell’immagine che abbiamo di noi o c’è tutto o niente. Ma al di là del dopo, è in quel gesto estremo che il suicida pensa di trovare se stesso, di scavare in fondo al proprio desiderare (Frustato? Impossibile? Impazzito? Rimosso?) e di trovarne la fonte, di fare i conti con le cose, con l’oggetto del proprio desiderare che in quel gesto coincide con il desiderare stesso, proprio nel momento in cui si desidera solo la morte.


sabato 23 marzo 2013

Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea


Non è facile recensire un’antologia perché è più difficoltoso coglierne l’idea centrale, la trama profonda del testo, ciò che ne lega in un unico discorso, se c’è, le parti. E’ questo pensiero che mi ha colto leggendo l’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012, a cura di Franco Buffoni) e, ovviamente, questo filo non può essere solo in un fattore generazionale, essendo i sette poeti antologizzati, tutti nati tra gli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta, ma deve trovarsi in qualcosa di più profondo. Inoltre le difficoltà sono accentuate dalla presenza, oltre che di una prefazione generale del curatore Franco Buffoni, per ogni autore, di un saggio critico introduttivo ( i curatori dei singoli interventi sono: Giancarlo Alfano, Rosaria Lo Russo, Paolo Morelli, Umberto Motta, Fabio Pusterla, Carlo Vasio, Fabio Zinelli), che, se da un lato dà completezza ai sette libri antologizzati nel quaderno e dà una traccia di lettura dei testi, dall’altro può determinare una stimmate di irrevocabilità all’interpretazione degli autori antologizzati. In questa antologia, però, queste possibili perplessità vengono subito fugate dall'alto livello dei poeti antologizzati e dei contributi critici, oltre che dal dialogo serrato che nasce dalla stessa organizzazione testuale.
Una possibile linea interpretativa la offre lo stesso Franco Buffoni nella sua presentazione, quando parla di “condizione” come tratto comune dei diversi “libri” antologizzati nel volume. Anche a  me sembra che questo sia un terreno che accomuna tutti gli autori e che spesso è presente al di là delle diversa presa di coscienza degli stessi. E procedendo dalla “condizione” potremmo dire che questa consiste nell’intuizione che l’esistenza dell’uomo e del poeta e delle cose tutte sia un incessante “movimento”, anzi potremmo dire che tale condizione è la dimensione trascendentale dell’esistenza e della nostra epoca. La poesia, quindi, deve cercare di dire questa verità nella sua intima essenza, mettendosi in gioco essa stessa e cercando nuove vie espressive per andare oltre la banalizzazione che di essa fa la vita quotidiana, o meglio andando oltre, ma cercando di dar ragione anche di tale condizione deiettiva. Se questo filo conduttore o, meglio, questa ipotesi interpretativa ha una sua validità, potremmo riscontrarla nel primo degli autori antologizzati, Yari Bernasconi, nei cui testi la vita si mostra nella sua durezza implacabile e senza possibilità di redenzione. In questi versi il movimento assume il suo aspetto essenziale di corruzione inevitabile di ogni cosa, determinata dal tempo che travolge ogni cosa o che lentamente ma inesorabilmente la consuma anche per l’azione devastatrice della natura, come per il vulcano Merapi protagonista di una delle sezioni qui antologizzate; anzi sembrerebbe che ogni evento nasca per mostrare la sua ineluttabile corruttibilità e a questa condizione non può esserci rimedio, ma solo una constatazione senza speranza, senza neanche la speranza di un impossibile perdono: Non è vero che saremo perdonati, in questo la citazione di Fortini rende definitivo e lapidario lo sguardo del poeta, l’unico evento che, forse, per un attimo può far cessare, o per lo meno, sospendere, il procedere ininterrotto di ogni cosa nel nulla (Sassi, dietro il cancello e la catena. Dietro le ruggini/ della barriera. Una guida racconta del miracolo/ finito in niente: sabbia e polvere. Racconta/ le persecuzioni e le guerre. La cattedrale/ delle cattedrali, era: ora è ridicola. Uno scherzo/per i pochi turisti.// Sulla facciata è rimasta una testa sola:/ la prostituta accovacciata sotto i piedi di chi cammina,/ tra gli sputi e lo sporco. Volti vuoti, gli altri, spazzati con pochi colpi di martello.// lei no. Lei ha ancora/ due occhi per guardarsi attorno. Senza vergogna,/ questa volta: nessuno a scrutarla dall’alto./ più nessuno a deciderle un perdono, un sorriso.).
Invece l’abitare, che è il titolo ed il cuore dei testi di Azzurra D’Agostino, è il modo attraverso cui lo sguardo e la parola poetica preservano la condizione di transitorietà di ogni cosa, il luogo in cui le cose si danno è il primo custodirsi di ogni evento. Il movimento è qui una ricognizione emotiva dei luoghi e anche un appello agli uomini che vi abitano a interagire con essi, a passarvi in modo più lieve. Il passaggio è la condizione dell’abitare ed esso deve cogliere l’aspetto impercettibile e invisibile della natura, l’alone misterioso che la preserva per ciò che è. In questo la poesia della D’Agostino ha una dimensione profondamente ecologica, nel senso etimologico del termine; è la parola poetica che può ridare un senso, una casa, all’abitare, mostrandone l’andamento, il passare e il trattenersi nella custodia della natura, per poi svanire, se non raccolta dalla memoria dei luoghi e di chi vi abita (I verbi dei sassi e del legno/ coprono la distanza. Così/ è l’invisibile inverno,/ capelli che sanno di neve./ L’aperto del cielo prepara/ gli uomini. E gli insetti/ hanno un cuore noi/ come faremo, che non conosciamo/ nessun silenzio, nessuna voce che chiama, noi che nessun volto/ abbiamo adatto a restringere la pena?).
In Fabio Donalisio potremmo dire che l’approccio alla scrittura poetica è dato da un continuo depistare, dal disseminare tracce, per un’impossibile pratica del ritorno, per poi nascondersi d’improvviso in uno smorzarsi della parola, che si fa, a volte ironica o parodica, altre volte invece sorprende il lettore, quasi in un agguato linguistico, in improvvise accensioni che subito svaniscono. Insomma qui viene riproposto uno stilema di molta poesia e letteratura contemporanea e non solo, quella del larvatus prodeo, del procedo nascosto, in cui si disseminano tracce e versioni diverse dello stesso evento e che a ben guardare nasconde una forma raffinatissima, coltivata sino alle sue estreme conseguenze, di narcisismo poetico (scardini la memoria istituzionale/ fornisci ricordi incastrati, una volta,/ senza far male/ ogni complessità del reale (abituale)/ si fa sudore/ e anche se non so (mai saputo)/ te lo scopo nel cuore,/ l’amore// (e chiedo aiuto) ).
Invece nella poesia di Vincenzo Frungillo -sicuramente degli autori antologizzati tra i più compiuti poeticamente, dove l’estrema consapevolezza teoricopoietica si coniuga con una forza immaginativa fuori dal comune - i testi poematici (La fine di Lucrezio, Iter stultorum e La parte mancante) qui raccolti, colgono la condizione umana nella suo requisito profondo di oscillazione tra violenza della storia e tenerezza costitutiva delle creature. Questa oscillazione è il motore segreto, il sistema di leve, che muove la storia e fa sì che l’uomo propriamente non sia, non è, perché la sua essenza non è data una volta è per sempre ma è essa stessa diveniente, proveniente da un’origine remota e irraggiungibile e rivolta a un domani, un futuro, un oltre, esso stesso al di là di qualsiasi orizzonte, al di là di qualsiasi terra promessa e che può essere intravisto solo nell’attimo prima del naufragio definitivo. Qui il moto è un moto di dispersione tragica, perché non voluta, che è l’intima essenza, l’unica testimonianza, della storia umana (Siamo annegati vicino Lampedusa,/ altri sono dispersi al largo della Puglia,/ siamo una falla della Storia,/ solo questo ci accomuna.// Eravamo acqua, terra, fuoco,/ poi ha parlato per noi il vuoto,/ ci ha spinti tra le onde,/ a spiare le coste,// Tentare la via del mare,/ e naufragare, naufragare./ La terra non ci ha accolto,// nessuno ci ha sepolto,/ offriamo a te il nostro,/ la nostra fine sarà il vostro inizio.).
In Eleonora Pinzuti - altra voce con Frungillo e Simonelli già pienamente strutturata - il movimento è un’andare indietro nel tempo della memoria e la parola poetica assume l’andamento di una ricerca di quelle tracce mnestiche che riannodano i fili del presente con un passato perduto, ma che può essere proustianamente salvato, attraverso un viaggio ctonio nella memoria e grazie al confronto con la figura, centrale in questi versi, della nonna dell’autrice, che sembra quasi quella di un Virgilio dantesco al femminile, che prendendo per mano la nipote poetessa la conduce in un viaggio alla ricerca del senso profondo della propria esistenza, portandola a riattraversare i momenti decisivi e i dettagli indelebili del proprio passato. La lingua poetica è essa stessa il luogo di questo attraversamento del passato, non è un semplice mezzo ma la dimensione in cui si mostra, brilla, l’irrevocabile luce di ciò che è stato, che ridona senso a ciò che ora è (Lentamente/ mi leggo dentro un alfabeto diverso./ I segni si annodano,/ diventano punti,/ anche se ancora preme al centro del collo/ l’aguzzo senso di niente./ Mi libro, mi scollo// E torna a mente, dopo tanto tempo,/ il tratto di compendio:/ la possibilità di veder esauditi/ i desideri, le trame/ semplicemente/ volendo.).
In Marco Simonelli il movimento si manifesta come un pendolarismo dell’anima tra una città (Firenze), luogo insieme rivelatore, di cui è intriso l’immaginario, ma anche dimensione cupa dove il desiderio assume aspetti inquieti, e l’altrove, non troppo lontano, il mare, collegato alla città da una bretella autostradale, che però è il simbolo di un altrove ben più radicale, quello della memoria e della ricerca di un’identità in quel che si è stati. Questo altrove spazio-temporale si riverbera sul presente e rende la materia poetica incandescente, una  “fusione a caldo”, per dirla con Buffoni, tra la memoria e la commedia umana osservata da Simonelli, che, però, viene sapientemente raffreddata dall’andamento piano, apparentemente discorsivo e conciliate, del dettato poetico, senza rinunciare ad una rielaborazione originale della tradizione. Questo procedimento letterario, che spesso è stato definito pop (anche se su questa definizione, che spesso identifica anche la poesia di Donalisio e di altri autori qui non antologizzati, ci sarebbe da discutere, perché nasce in ambiti artistici diversi e per essere inserita congruamente in poesia avrebbe bisogno di una giustificazione teorica seria), comunque, permette al lettore di giungere al cuore del versi con un tocco lieve e inavvertito, quasi evanescente (La tua professoressa t’incrinava il destino con i tre./ Io e te eravamo gli scemi del villaggio./ Nel paesaggio due semi intestarditi insieme impollinati/ e l’unico sbocciare fu solo nei capelli colorati,/ fu solamente nelle pelli bianche; in due su un motorino/ o a giardino dove fumavamo, facendo sega a scuola.// Adesso vola solamente il ricordare, per te che stai col Corvo,/ le fasce stile Brandon Lee del non sopravvissuto, stormi d’uccelli neri,/ che ieri c’era da mandare a mente quel brano dei Sepolcri che non so./ Ma oggi no: ti porto in lutto dark, con thanatos e con eros,/metamorfosi d’Ovidio, compagno adolescente./ In modo differente ci trasformammo in niente).
Anche nell’ultima poetessa antologizzata, Mariagiorgia Ulbar, questi aspetti sono presenti, ma con un tono più ossessivo e percussivo nel dettato poetico e si dilatano in una sorta di nomadismo geografico, oltre che psichico. Quasi un battere il tempo di marcia fino al successivo luogo, sempre transitorio, dove giungere e che rimanda sempre a un altro che potrebbe sopraggiungere, a sua volta, per rivelare qualcosa di nuovo o meglio una nuova forma di ciò che si ricerca ossessivamente; o che, invece, in maniera ben più inquietante, quasi rovesciando il viaggio in una fuga inconsapevole, ci cerca e ci assale all’improvviso (Un giorno venne la paura/ a visitarmi in un tempo in cui io mai/ l’avrei attesa ed ero concentrata/ su biancheria lavata, accatastata/ in una valigia nera per partire.).
Potremmo, infine, dire che l’aspetto che soggiace a molti di questi testi, col quale tutti gli autori in maniera più o meno consapevole si confrontano, è l’esistenza e il divenire come qualcosa di radicalmente transitorio e inafferrabile. Insomma il tutto, se c’è, che è al fondo della nostra esistenza, si mostra, se lo fa, in un barlume di luce, nel riflesso schermato dalla parola poetica, in un sovrappensiero o nell’ultimo respiro prima che la parola e chi la pronuncia naufraghi, svanisca, per sempre.

Francesco Filia

Versioni più brevi e leggermente diverse tra loro del presente articolo sono apparse sul numero 280 di Poesia (Crocetti editore) e sul numero 273 de L'immaginazione (Manni editore).

domenica 17 marzo 2013

Una mia nuova poesia sulla pizza - immondizie riunite



sarebbe meglio con la spazzatura, ma se hai i carciofi ok

per mangiare correttamente una pizza\ bisogna indossare il frac\ e gettarsi su un cumulo di spazzature\ a napoli il sorite della vita\ col pomodoro sui polsi\ tanta ne voglio

la pizza non è niente se non è un gesto dandy

ci sta molto bene anche il quartetto d'archi n°2 di schoenberg mentre poi ti fai la peroni

amore mio e pizza non ti dimenticherò mai

anche qui su questa torre\ consegnano



(immondizie riunite)



Il testo è accompagnato da un'opera visiva dell'autore intitolata "ogni estate ha una matrice".

venerdì 8 marzo 2013

Associazione Culturale Alba - Presentazione 16 marzo 2013



Associazione culturale Alba
presenta
mostra di grafica e pittura
napoli - via toledo, 329
info: 081.19571436
albaassociazione@gmail.com
e collana di libri d'artista de IL LABORATORIO/le edizioni
degustazione di vini dell'azienda vinicola di antonella passaro
al suono armonioso di violini
da lunedi 18 a venerdi 22 marzo 2013 dalle ore 11,00 alle ore 18,00
voglio essere viva almeno per un giorno
"la città si raccoglie nel ventre di ogni donna..."
sabato 16 marzo 2013 ore 17,30
L'Associazione si propone come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi culturali,
assolvendo alla funzione sociale di maturazine e crescita umana e civile dei soggetti coinvolti.
Promuove e organizza, su programmi di intervento e/o progetti, attività diverse di tipo culturale,
artistico, artigianale, con specifico riguardo al ruolo delle donne nella società e nel lavoro.
In particolare sono previsti:
- percorsi formativi ad accesso libero in diverse discipline, quali design, moda e accessori, grafica
e fotografia, pittura e scultura, comunicazione;
- workshop professionali;
- dibattiti, conferenze, mostre, sfilate, reading e manifestazioni di vario genere;
- attività editoriali;
- laboratori artistici, tecnici e culturali.
L'Associazione darà la sua collaborazione a enti e realtà significative per lo sviluppo di iniziative
che si inquadrino nei suoi fini.
"Alba" vuole essere uno spazio polifunzionale, un luogo di dialogo, di confronto, ma anche di lavoro,
di riscoperta dell'artigianato artistico.
napoli - via toledo, 329
info: 081.19571436
associazione culturale albaassociazione@gmail.com