lunedì 11 aprile 2011

Passaggi di ruolo

Allora mi sono chiesto, durante le mia ennesima notte insonne, se è vero tutto questo, ossia che i ragazzi sanno e vogliono, se è vero che i genitori sanno, ma ancora non vogliono del tutto, sarebbe bastato poco perché qualcosa del genere avvenisse, che il tempo si fermasse e perdesse di senso; niente più crescita, nessuna scuola, pedagogia, nessuno più sarebbe stato un adolescente, la parola adolesco, sazietà e presunta fame, avrebbe perso di senso, così come aveva detto Rosati durante la cena; allora saremmo diventati tutti noi personaggi di un enorme romanzo popolare senza un autore, o meglio l'autore sarebbe stato quel dio che abbiamo cacciato quando ci siamo scoperti razionali, fondati sul nostro uso di ragione, e che ora rievochiamo senza preghiera, quel dio sarebbe stato il gioco dei giochi, visto sotto forma di vanità, del nulla che si rispecchia; la sua idea d'assoluto ce le saremmo portati tutti addosso come una seconda pelle, confondendo il tutto con la parte, come illusione e dannazione. Perché alla fine dei giochi, c'è poco da dire, il corpo con la sua carne continua a morire.

sabato 2 aprile 2011

L'invenzione di Morel


E un giorno ci sarà un apparecchio più completo. Quel che viene pensato o sentito nella vita -o nei momenti della ripresa- sarà come un alfabeto, mediante il quale l'immagine continuerà a capire tutto (come noi, che con le lettere dell'alfabeto possiamo capire e comporre tutte le parole). La vita diventerà, così, un magazzino della morte. Ma nemmeno allora l'immagine sarà viva; oggetti essenzialmente nuovi non esisteranno per lei. Conoscerà tutto ciò che ha sentito o pensato, o le combinazioni ulteriori di ciò che ha sentito o pensato.
Il fatto che non possiamo capire nulla fuori del tempo e dello spazio, sta forse a suggerire che la nostra vita non è sostanzialmente diversa dalla sopravvivenza che si otterrebbe con un tale apparecchio.
Quando intelletti meno rozzi di quello di Morel si occuperanno dell'invenzione, l'uomo sceglierà un luogo appartato, piacevole, vi starà insieme con le persone che più ama e rimarrà perpetuamente in un intimo paradiso. Uno stesso giardino, se le scene da perpetuare sono prese in momenti diversi, alloggerà innumerevoli paradisi, le cui società, ignorandosi a vicenda, funzioneranno simultaneamente, senza urti, quasi negli stessi luoghi. Saranno, purtoppo, paradisi vulnerabili, poiché le immagini non potranno vedere gli uomini, e gli uomini, se non danno ascolto a Malthus, avranno bisogno,un giorno della terra anche del più piccolo di quei paradisi e distruggeranno i suoi inermi abitanti, oppure li rinchiuderanno nella possibilità inutile delle loro macchine disinnestate.

domenica 20 febbraio 2011

Riflessione del pavone

pensavo che per distogliere la frenesia dei maschilismi e dei femminismi di corte basterebbe concentrarsi su nuove forme. tutto questo fino ad elencare una casistica di gesti minimi in cui se si riesce si elimina lo spettro di se stessi ossia il doppio che ci guarda mentre guardiamo, perché mi sembra evidente che ognuno di noi è nato nella ripresa della macchina da presa. ebbene che sia questo un circo della vanità ridotto a ritornello o a spirale che si assottiglia , come l'occhio del pavone, mi sembra cosa nota e che ognuno boccheggi per cercare l'aria, la via d'uscita dalle rappresentazioni kitsch della sfera umana è cosa ancora più nota. e allora. sembra un tantino ipocrita che ci siano questuanti di destra o di sinistra a voler tirare per la bocca la nostra ultima risorsa. che Paese di capre e di caproni! Già basta il nostro doppio, l'idea che si abbarbica alla carne , per darci sufficiente controllo. E' lei che vuole essere eterna, mica la carne che imputrindisce. lei mi chiede di restare, oltre l'esaurirsi della mia funzione: pisciare, mangiare, fare all'amore...lei che permette il controllo della sfera intima che si fa esibizione di diva e diva moderna. bah:...poco cambia e che morire interessa a nessuno, l'aion che predomina e dispone la nostra misera prigione. per me se avessi tempo a sufficienza farei cose da poco: ossia mi inietterei una siringa d'insulina, l'ho sempre vista come fase di ritorno alla vita. e tu ? o, mia colombella, che fai ti specchi nelle parole che lascio qui nella bacheca?

mercoledì 2 febbraio 2011

Indice Puntocritico

Secondo google analytics, Punto critico in queste 3 settimane ha avuto già oltre 2000 visite.
Durs Grünbein e Italo Testa, Dialoghi sulla lirica: # 1 Durs Grünbein
Marco Giovenale, Fare danni (ovvero: Domande critiche / 1-2 sull’editoria)
Gian Maria Annovi, Scritture Fuori Formato
Vincenzo Frungillo, L’assenza del padre o della tradizione. Uno studio su La ragazza Carla di Elio Pagliarani
Giovanna Frene, Contatto assoluto. Note sulla poesia di Elisa Biagini
Indice de “La libellula”, n.2 (dic. 2010)
Gilda Policastro, Esordienti allo sbaraglio
Giampiero Marano, Hoda Barakat nella cruna dell’ago
Rino Genovese, Un’idea intorno a Pasolini e alla sua critica della cultura
Renata Morresi, Scritture della mobilità, intercultura e la sperimentazione poetica di Theresa Hak Kyung Cha
Gian Maria Annovi, Scuoiamenti: Sanguineti, Marsia (e Marx)
Giorgio Mascitelli, Appunti per una lettura del Beckett coprolalico
Massimiliano Manganelli, Recensione a Mariano Bàino, “L’uomo avanzato” (Le Lettere, 2008)
Marco Giovenale, Quattro categorie più una: “loose writing”
Alessandro De Francesco, Grammaires de la subversion
Alberto Casadei, Berlusconi e la letteratura
Italo Testa, "Uno sguardo di passaggio". Mimesi e desiderio in "Horae canonicae" di W.H. Auden
Giuliano Mesa, Nel camminare accanto. Piccola Fabrica per Biagio Cepollaro
Andrea Sirotti, Recensione a Mia Lecomte, Terra di risulta (La Vita Felice, Milano, 2009)
Gianluigi Simonetti, Nella galleria degli specchi. Recensione a Walter Siti, "Autopsia dell'ossessione" (Mondadori, 2010)
Marco Simonelli, Dire di sé parlando d'altro
Massimo Gezzi, Le strategie del «sottoscritto»: paragrafi per Di Ruscio narratore
Federico Federici, Recensione a Nika Turbina, “Sono pesi queste mie poesie” (Via del Vento, 2008)
Alessandro De Francesco, Su e per «Théorie des prépositions» di Claude Royet-Journoud
Antonio Loreto, La sindrome di Rorschach e la griglia dell’originalità
Paolo Zublena, Esiste (ancora) la poesia in prosa?
Giulio Marzaioli, Per...a Delo
Luca Sossella, Appunti per un dialogo
Stelvio Di Spigno, Recensione a Domenico Cipriano, "Novembre" (Transeuropa, 2010)
Isabella Mattazzi, La coazione a godere, una prassi moderna: Recensione a Slavoj Žižek, “Leggere Lacan” (Bollati Boringhieri)
Umberto Fiori, Il movente reale. Considerazioni sui “ritorni di fiamma” di Sereni

martedì 18 gennaio 2011

Ingennaiato


EINGEJÄNNERT
In der bedornten
Balme. (Betrink dich
Und nenn sie
Paris.)

Frostgesiegelt die Schulter;
stille
Schuttkäuze drauf;
Bauchstaben zwischen den Zehen;
Gewißheit.

(Paul Celan, Schneepart)


INGENNAIATO
Nella spinosa
Grotta. (Ubriacàti
e chiamala
Parigi.)

Sigillata dal gelo la spalla;
con sopra silenziose
civette;
lettere d’alfabeto
tra le dita dei piedi;
certezza.

(Parte di neve. Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

martedì 11 gennaio 2011

Dialoghi da Moleskine




a Chiara, Elio e Fernando
che sanno il perché.

I
Dopo il tuo lavoro passi sempre qui,
alto, alto sali tra i muri
scendi latte di montagne
rimpicciolisci per raggiungermi
dalle finestre, dai condotti sublunari.
- Ebbene, che vedi fuori
prima di entrare?
- Saranno anni che gli uccelli
fanno la loro ronda familiare
e le luci muoiono nello stomaco
grande e fumoso dei bar
- Salta il racconto, va’ avanti
- Che due o tre giovani
dalle calze brune hanno
provato a salutare.
- E poi? - dico per spazientirlo -
- E poi finisce che venga
da te per costruire questa stanza
e le risposte e la vita tutta
che ti accendono la forza di sempre,
sempre nascono sul disco del mondo.

II
Entreremo spalla a spalla
coi piedi senza rumori
nella scatola magica dell’ascensore
ti chiedo il nome, poi la dimora
cosa farai di buono prima di dormire
poi tocca a te
- Facciamo un po’ per uno - ho detto -
Mi chiedi:
- È già sera? -
poi se e quanto manca all’arrivo
(hai detto se, mi commuove l’invito
per l’eternità che viene via dal tuo viso)
e quanto ancora al momento in cui
divideremo la strada
tu a destra
io a sinistra,
tutta l’apparizione ferma
nella testa, nel miracolo
di un giorno cittadino
al numero ventisei,
rapide cascate sotto le scarpe
annunci, coleotteri per la via
l’attesa della fine, la fine dell’inizio
di fronte al Caffè della Fontana.

III
Oggi sono una prolunga di rami
alla finestra,
guardo l’Europa alla televisione,
la sua corolla d’acciaio.
È un mondo piccolo da qui,
un grumo caduto dagli anni
lanciato dall’angelo giallo
della rivelazione.
- Vuoi qualcosa? - dici
prendendo le sembianze
dei fiumi, aria terrosa
di finestre dell’est -
passo più tardi?
- Sì, voglio quel tuo sguardo,
fa così bene
non mi dice, non rimprovera
preme sui miei occhi,
sa - come l’età, come la tenerezza -
dove finire.

IV
- E se si fa sottile il suo corpo
la riviera ci sembra attraverso
non mangia ormai che pane
e origano,
dobbiamo partire
per le stanze bianche
e i corridoi verdacciaio delle sale
per provare a ricongiungerci
nel sangue.
- Così le dici? Dobbiamo partire?
- Ogni tanto succede. O, ogni tanto,
che anche a me fa male qualcosa
cosicché dopo a lei non dice niente di brutto,
tutto ciò, niente di terribile.
È la riprova che il corpo è nostro
e se siamo in due si passa meglio
dal sogno all’esistenza , dall’esistenza
al sogno, nella notte.

V
- I piani delle ricevute…
- I piani?
- I piani che hanno la costanza
di farci ricordare.
- Cosa stai guardando adesso?
- La data di quando
ho ordinato il tuo libro
e i soldi messi da parte
per quell’esame di gioia
e di zucchero,
l’azzurra avidità che ci sfinisce.
- Non c’eri che tu, nel libro
hai pagato un libro che parlasse
di te, senza aspettare
il mio ingresso nell’estate
il possibile incontro che avremmo
avuto, il mio regalo dovuto.
- Si chiama impazienza di tutto
Hai detto sì, così felice
una volta ancora.

VI
- La guerra per le intercettazioni
l’incostituzionalità delle parole…
lasciamole a loro,
io vengo per intercettare te
e il radar si fa più dolce
hai le carte, la geopolitica
della sopravvivenza.
- Non ho che questo
- Basta, credo.
Ti prendo da questa pista fumosa,
immeritatamente so le coordinate
- Non sai pilotare (sorridi)
- Si progredisce. Si fa un upgrade,
so che ti piace se lo dico, se poi
ti tengo per i capelli, ti tiro su
accelero, già volo fuori dalle nebbie
il tuo volto è una città scoccata
in aria, fuori e più fuori dal buio.

VII
Le cose che non iniziano, le cose
che finiscono soltanto e non sono
la fine dell’altro
NICOLA GARDINI

- Le cose che non ci sono vanno pensate
- Va pensata la vita e la scrittura!
- Allora, non ci sono?
- Ci sono quando la mano comincia
a finire. È tutto un salire per gradi.
- Per esempio?
- Finalmente anche la direzione
del sole, alla mattina, si ferma
ben bene sulla tua guancia
- Qual è il significato?
- Che il sole smette di far luce
non c’è, va pensato come
il grano che ti preme in bocca,
che ci fa mangiare.

(da Quattro giovin/astri, Kolibris, Bologna 2010)

Anna Ruotolo (1985) è nata e vive a Maddaloni, in provincia di Caserta. Con le sue poesie ha vinto vari premi nazionali ed internazionali giovanili (tra gli altri, il “Premio Turoldo” 2009 nella sez. under 25). Suoi testi sono apparsi nella rivista internazionale “Poesia” di Crocetti nel numero di luglio/agosto 2009, ne “Il Foglio Volante – La flugfolio” (ed. Eva), ne “Il Foglio Clandestino“, in “Capoverso”, in “Poeti e Poesia”, nel quotidiano “Il Tempo” e nella rivista italo-newyorkese “Italian Poetry Review”, anno 2009, num. 4, (Columbia University, The Italian Academy for Advanced Studies in America and Fordham University). Un testo tradotto in spagnolo da Jesús Belotto è pubblicato nel num. 4 della rivista internazionale online “Poe +”. Dal 2010 fa parte della redazione del sito e progetto “I giovin/astri di Kolibris”. È presente nelle antologie poetiche “Il Fiore” 2008 (dall’omonimo premio letterario) ,“Corale per opera prima” (LietoColle, Faloppio 2010) e “Quattro giovin/astri” (Kolibris, Bologna 2010).“Secondi luce” (Faloppio, LietoColle 2009 – premio “Silvia Raimondo” 2009) è la sua opera prima.