venerdì 20 gennaio 2012
martedì 17 gennaio 2012
Alla casa della Poesia di Milano. Il lungo respiro del verso, tre incontri sul poemetto italiano contemporaneo.





giovedì 16 febbraio 2012 21
Prima serata: Maurizio Cucchi e Franco Loi
serata a cura di Milo De Angelis
Ciclo di tre incontri sul poemetto italiano contemporaneo.
Introduzione di Milo De Angelis
Letture di Viviana Nicodemo
Testi della serata:
Maurizio Cucchi, Jeanne d'Arc
Franco Loi, L'Angel
martedì 13 marzo 2012 21
Seconda serata: Giancarlo Majorino e Roberto Mussapi
serata a cura di Milo De Angelis
Ciclo di tre incontri sul poemetto italiano contemporaneo.
Introduzione di Milo De Angelis
Letture di Viviana Nicodemo
Testi della serata:
Giancarlo Majorino, La capitale del nord
Roberto Mussapi, Antartide
martedì 17 aprile 2012 21
Terza serata: Michelangelo Coviello, Vincenzo Frungillo ed Elio Pagliarani
serata a cura di Milo De Angelis
Ciclo di tre incontri sul poemetto italiano contemporaneo.
Introduzione di Milo De Angelis
Letture di Viviana Nicodemo
Testi della serata:
Michelangelo Coviello, Casting
Vincenzo Frungillo, Ogni cinque bracciate
Elio Pagliarani, La ragazza Carla
mercoledì 11 gennaio 2012
Zamel di Franco Buffoni
“Di nuovo! Ti ricordo una felice
sintesi di Giovanni dall’Orto: “Omosessuali non si nasce né si diventa.
Omosessuali si è”. È la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da
replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento
in cui si chiede se si ‘nasce’ o si ‘diventa’ omosessuali (mancini) si
sottintende che ci sia una ‘causa’: come per le patologie, per le malattie. Se
si ‘è’, si smette di cercare ‘cause’ e ci si limita –al più- alla descrizione
dei fenomeni.” E
potremmo aggiungere il descrivere
fenomenologico come lasciar apparire
la “cosa”, il fenomeno, per quel che è, al massimo cercando di interpretarlo nei rimandi che esso
apre all’interno del mondo in cui si va ad inserire. Questo mi sembra il nucleo
concettuale e la proposta teorica-pratica di Zamel – “frocio” in arabo- romanzo, epistolario, saggio, dialogo filosofico
di Franco
Buffoni, Edizioni Marcos y Marcos,
2009 - libro sorprendente nello stile, nella struttura e nel contenuto. È
un testo che sembra parlare solo dell’omosessualità, dell’identità gay e della
sua storia, con riferimenti letterari cospicui e straordinari, ma che in realtà
affronta un questione che ne va al di là e che riguarda la radice dell’umano:
il rapporto tra sessualità, desiderio e identità.
Romanzo del quale si conosce già il
finale nel primo capitolo, in cui è narrato l’omicidio di Aldo da parte del suo
amante tunisino. Questo inizio, però, non è estrinseco al nocciolo del testo ma
funzionale ad esso, perché evidenzia che i dialoghi, l’epistolario, ciò di cui
parlano Aldo ed Edo (che oltre ad essere i due personaggi sono l’uno l’alter
ego dell’altro), non è oggetto di una conversazione solamente amichevole ma è
un dialogo in cui ne va della vita e della morte, della possibilità di
un’identità o l’alternativa invece di non essere riconosciuti, anzi, di essere
cancellati non solo dal mondo esterno, ma dai propri sensi di colpa o di quelli
di chi ci è vicino. Edo, protagonista ed “eroe” intellettuale del libro, tornato a Tunisi per i funerali di Aldo e il processo al suo assassino, ripercorre la loro conoscenza, l'amicizia, i dialoghi, le
occasioni dei loro incontri avvenuti quattro mesi prima del delitto, a tal proposito, molto belle e significative sono
le parti in cui Edo cerca di ricordare e di conoscere meglio l’amico attraverso
gli oggetti e soprattutto i libri lasciati in casa. Il nucleo centrale del
testo è un lungo flash back, in cui viene ripreso il rapporto tra Aldo,
architetto cinquantenne che è andato a vivere in Tunisia alla ricerca di un paradiso
terrestre per gay, anzi per froci, parola che il personaggio declina al
femminile, quasi a sottolineare la propria condizione come uno sbaglio frutto
della mancata identità femminile, ed Edo, scrittore in vacanza in Tunisia, omosessuale, consapevole della propria
identità e della storia a cui appartiene, ma soprattutto portatore di una prospettiva
collettiva fatta di rivendicazioni, diritti e intelligenza (nel senso
etimologico come capacita di leggere il reale e di coglierne gli aspetti che ne
legano i vari ambiti) del desiderio. Ed è qui che va rintracciato il sottotesto
di questo scritto. Sottotesto che consiste, appunto, in una filosofia del
desiderio che, partendo da un punto di vista ben determinato, la cultura e l’identità
omosessuale, implicitamente allarga il discorso alla condizione umana in
rapporto all’eros e a ciò che si desidera. A ben vedere qui si contrappongono,
o per meglio dire, dialogano, due idee del desiderio: quella di Aldo dove il
desiderio è risolto, oserei dire ridotto, a funzione e bisogno da soddisfare,
in cui la ricerca del paradiso terrestre, che non riuscendo a cancellare il
senso di colpa per una condizione non accettata sino in fondo, si rovescia
nell’inferno della coazione a ripetere, nello sfogo immediato delle pulsioni; e
quella di Edo dove il desiderio è visto
come la condizione trascendentale dell’umano, l’apertura inesauribile entro cui
il fenomeno umano si dà, che non può essere ridotto a mera pulsione da
scaricare soltanto in sempre nuove avventure, ma deve essere coltivato e fruito
con razionalità e consapevolezza. Una filosofia del desiderio appunto, che
costruisca l’identità del singolo e della comunità, che poi, tale identità, può
essere declinata in senso omo ed etero, se mai queste categorie abbiano un
senso non strettamente “polemico” ma anche speculativo e, se lo hanno un senso,
è perché esse stesse sono costruzioni storiche, come lo stesso concetto di
“identità sessuale”, e come tali vanno analizzate. Da questo punto di vista è
significativo il passaggio in cui Edo sottolinea la differenza tra l’approccio
giudaico-cristiano e l’approccio greco-romano alla sessualità: “credo di poter affermare che – tra questi
tabù che il cristianesimo, principalmente attraverso San Paolo, assorbe
dall’ebraismo – vi è la prevalenza dell’oggetto rispetto alla pulsione. Mentre
in ambito greco e romano ciò che contava era la pulsione erotica – e l’oggetto:
uomo, donna o fanciullo aveva un’importanza relativa – in ambito giudaico –
cristiano è l’oggetto della pulsione che giustifica l’eros, conferendogli senso
all’interno di un ‘progetto’: la famiglia, i figli, il matrimonio
indissolubile. Con conseguente primato assoluto dell’amore eterosessuale e
monogamico.” Forse recuperare il senso greco-romano della sessualità, che dà prevalenza alla pulsione
rispetto all’oggetto, potrebbe permettere di riproporre determinate questioni
etiche, psicologiche, sociali e giuridiche importanti, trattandole con una
razionalità che non escluda ma che accolga il desiderio e non con la fobia del
peccato, del conseguente senso di colpa e della rimozione psicologica ad esso
legato, o con lo svuotamento nichilistico del desiderio nell’organizzazione
tecnica del mondo odierno. In altre parole un compito fondamentale che l’uomo
contemporaneo ha, e che la riduzione tecnologica-mercantile attuale della
sessualità rende ancora più impellente, è di “capire che con i
nostri desideri, attraverso i nostri desideri, si creano nuove forme di relazione,
nuove forme d’amore, nuove forme di creazione. Il sesso non è una fatalità; è
possibilità di una vita creativa” per dirla con Foucault, ossia che la
sessualità, come luogo eminente e originario ma non esclusivo del desiderio, è
la possibilità di attuare il tratto specifico dell’umano, cioè di vivere un’esistenza
che non sia mera coazione a ripetere che si consuma nel consumare tutto
(sesso, merci, informazioni, valori), ma che sia, invece, possibilità,
apertura, intelligente e creativa.
Francesco Filia
venerdì 6 gennaio 2012
La Libellula. Rivista italianistica.

E' in rete il Terzo numero de La Libellula.
http://www.lalibellulaitalianistica.it
Questo il sommario:
Il mestiere perduto. Sul silenzio degli intellettuali e la rimozione storica dell’idea di cultura come valore politico-sociale
Barnaba Maj, L’estetica del Moderno. Pier Paolo Pasolini e la ‘grande trasformazione’ dell’Italia (pp. 3-13)
Ilaria de Seta, Borgese rivalutato da Sciascia. Un’ideale autobiografia nazionale (pp. 14-22)
Giancarlo Alfano, Fare cose con i testi (pp. 23-33)
Erminia Passannanti, La dissidenza poetica di Franco Fortini: una dialettica di forza e debolezza (pp. 34-41)
Paolo Febbraro, Dentro il mondo e fuori dalla realtà (pp. 42-47)
Renato Ventura, Gli intellettuali nell’Italia berlusconiana. Apocalittici o Integrati? (pp. 48-56)
Laura Ingallinella, «E che sarà del mio corpo?» Tabucchi e le implicazioni ideologiche del discorso sulla corporeità nel Racconto dell’uomo di carta (pp. 57-68)
Francesco Muzzioli, Tendenza Bertolt (pp. 69-96)
La Libellula Narrativa
Vincenzo Frungillo, da Il genio degli avanzi (pp. 97-103)
La Libellula Poesia
Vincenzo Bagnoli, da Poems to learn & sing (pp. 104-108)
Jonida Prifti, Dieci anni di campeggio a larga vista, dopo l’eclisse (pp. 108-112)
Piero Ristagno, da Pesi e misure (pp. 112-114)
La Libellula Cinema (a cura di Antonio Carlo Vitti)
Antonio Vitti, Incontro con Carlo Lizzani (pp. 115-121)
La Libellula Traduzioni
Henri Meschonnic À contretemps, da Hugo, la poésie contre le maintien de l’ordre (traduzione italiana di Emanuela Nanni) (pp. 122-127)
James Armstrong, da Monument in a Summer Hat (traduzione italiana di Mario Inglese) (pp. 127-132)
Arundhathi Subramaniam, Black Oestrus, Leapfrog, Lover Tongue, Swimming, Rutting (traduzione italiana di Serena Todesco) (pp. 132-142)
Il Diario del Traduttore (a cura di Marco Sonzogni)
Here and not somewhere else: The poetry of Pietro De Marchi (traduzione inglese di Marco Sonzogni) (pp. 143-149)
Rovena Troqe, La questione dell’espressività in traduttologia (pp. 150-166)
La Libellula Recensioni (a cura di Michelangelo Fino)
venerdì 30 dicembre 2011
Almanacco di un professore
Un atto d’amore. Questo ho
pensato leggendo il bel libro del Prof. Gennaro
Lubrano Di Diego, Almanacco di un professore – Delizie e
nequizie della scuola (Guida Edizioni, 2009),corredato da un’interessante prefazione di Paolo Mazzocchini. Un
atto d’amore verso l’insegnamento, verso gli alunni, verso la filosofia,
disciplina insegnata dall’autore. Un atto d’amore dunque, ma un amore a volte
amaro, venato da una malinconia profonda verso il disgregarsi dell’istituzione
scolastica e del ruolo centrale dell’insegnante. Le riflessioni che punteggiano
le pagine di diario, dell’almanacco appunto, di un anno scolastico, non sono
mai banali e tantomeno consolatorie o auto assolutorie per la categoria dei
docenti. Nelle annotazioni di Lubrano Di Diego c’è il coinvolgimento di chi è in medias res, ma anche la lucidità di
chi non perde mai il senso del lavoro e della vocazione che porta un uomo a
decidere di educare adolescenti, ossia persone gettate in quella fase della
vita dove prevale la negazione, la negazione dell’autorità e il suo
inconsapevole assumerla a modello polemico, negazione dovuta al non essere più
bambini, con il caldo rassicurante della famiglia, e il non essere ancora
adulti, con le sue forme ormai definite. Estremamente significativa a tal
proposito la pagina dell’almanacco in cui il Prof. sottolinea come da una
lezione sulla Fenomenologia dello spirito,
proprio attraverso la negazione e il riconoscimento delle autocoscienze si
possa entrare in relazione con il vissuto e la percezione di sé che gli
adolescenti hanno: “mi sembra, se riesco ancora a leggere la grammatica delle
espressioni dei miei studenti, che essi vadano via contenti di aver capito
qualcosa e non tanto di Hegel ma, attraverso Hegel, dell’uomo e di se stessi”.
È su quest’attrito esistenziale, che i ragazzi esprimono, che il docente
interviene e lo deve fare con la massima preparazione possibile e soprattutto
con la massima sincerità e onestà intellettuale; quella che manca a molti che
si occupano di scuola o di coloro che parlano di scuola e addirittura pretendono
di riformarla senza coglierne il senso esistenziale e civile profondo, ma la
concepiscono come un apparato amministrativo e burocratico qualsiasi, da
aggravare con formule e procedure che
l’autore sintetizza bene nell’espressione “didatticume”, a cui fa da
contraltare speculare il tentativo di trasformare la scuola con modelli
aziendalisti del tutto fuori contesto, per rispondere, con un rimedio peggiore
del male, alla palese inadeguatezza della scuola pubblica rispetto ai compiti
che le sono assegnati dalla Costituzione. Altro punto critico che l’autore ha
sempre ben presente è il guasto procurato, a suo dire, dalla cosiddetta ideologia
sessantottina (da cui Lubrano Di Diego pur riconosce di provenire) e dal mal
inteso senso della democrazia (assemblearisitca) ad esso legata, che di fatto
ha causato una confusione di ruoli, in cui il discente non vede nel docente un
polo dialettico, ma una punto inconsistente svuotato di qualsiasi
autorevolezza, di cui si può in fondo fare a meno, perché le priorità della
vita sono altre. Naturalmente tutto ciò non può non essere anche legato allo sfaldarsi
del ruolo genitoriale e al proliferare di agenzie informative e mass mediatiche
che di fatto sostituiscono la scuola come agenzia formativa. A tal proposito
sono particolarmente significative le osservazioni che l’autore fa circa le
tesi del Professor Giorgio Israel e quelle di Don Giussani, discutibili, ma che
hanno il pregio di fornire un' “ipotesi di senso” su quello che dovrebbe essere
la scuola; “ipotesi di senso” che è poi quella che gli insegnanti dovrebbero
offrire agli allievi nella loro formazione.E questa “ipotesi di senso” ha
come caposaldo che lo studio è un mestiere che ha le sue regole, le sue durezze
e la sua disciplina e che ciò non può essere evitato se si vuole che gli
allievi divengano ciò che ancora non sono: formati, liberi e maturi. In una
parola: cittadini. Queste riflessioni sono inserite nella narrazione, ma meglio
sarebbe dire intrecciate, accanto ad
episodi di vita scolastica - in questo la città di Napoli, in cui l’autore vive
e insegna, con i suoi drammi e la sua “commedia umana”, funge da acceleratore
narrativo - a volte leggeri, a volte drammatici, dove l’autore mostra al lettore, con una scrittura
colta ma al tempo stesso estremamente coinvolgente, la “meraviglia”
dell’insegnare le sue delizie e nequizie, come recita il sottotitolo. E
forse l’amore è la chiave per interpretare il bel libro di Lubrano Di Diego,
ossia, per riprendere il concetto platonico di Eros, il filo rosso delle
annotazioni del libro è che si impara principalmente per via erotica e non per
via intellettuale e questa verità elementare e sconvolgente non può essere
rimossa o sostituita da nessun ideale dell’insegnamento neopositivistico o
tecnocratico. Insomma traducendo in chiave laica, secondo l’ipotesi formulata
da Umberto Galimberti, il monito paolino “Non
intratur in veritatem nisi per charitatem”, nessuno può entrare nella
verità se non attraverso l’amore, se non attraverso quella seduzione per il
sapere, che passa attraverso la persona del docente stesso, che ogni insegnante
deve offrire ai propri allievi.
Francesco Filia
Francesco Filia
giovedì 22 dicembre 2011
Poesia e Teoria
Il greco "theorίa" significa "riflessione" ma anche "solenne ambasciata", "spettacolo". E forse non ci può essere grande poeta che non abbia
intuizioni teoriche su altri grandi poeti, che non li rappresenti sul palcoscenico
di una potenza concettuale. D’altronde è patetica la mitologia del poeta che –
privo di questa potenza – sa tuttavia "raccontare" o "sognare", come se il sogno fosse il paese dove si annebbia la
spina intelligente. Accade che devi versi svenino il proprio pensiero fino al
punto di non riconoscerlo. Ma questo serrante pensiero deve esserci stato: proprio allora i versi entreranno nella ragione
che esso non conosce! Se quei versi dubiteranno, se avranno il cruccio di non
aver pensato abbastanza… quanta ignobile poesie di idee è nata da questo
cruccio.. quanti inginocchiamenti ai filosofi… o quanti accantucciamenti nella
poesia d’impressioni. Nessuna sottomissione della teoria alla poesia, se sono
sorelle greche. E nessun confronto, perché queste due estranee si devono essere amate.
Da “Poesia e destino”, Milo De Angelis, Cappelli editore,
1982.
lunedì 19 dicembre 2011
La scrittura
L’unico modo per restare fedeli a
sé stessi, all’altro, allo sconosciuto che ci abita, è scrivere solo sotto
l’impeto glaciale della necessità. Quando non c’è, non bisogna mettere penna su carta,
pena l’insipienza.
Se non si ha chiaro quest’elemento essenziale, anche tutto il resto, tutto quello che si può dire sulla
scrittura e in particolare sulla scrittura poetica, rischia di essere distorto.
Cosa si deve intendere con
necessità? Ciò che non può essere diverso da ciò che è, secondo la definizione
classica. Ma per chi scrive cosa significa? Significa far emergere il nucleo
originario, mitico dell’esistenza che ci abita. È evidente che in quest’ottica
non tutto ciò che scriviamo è necessario.
La necessità nell’uomo ha, però,
un carattere paradossale, perché essa si dà come possibilità, cioè come
qualcosa che potrebbe anche non essere, la vita stessa dell’uomo in quanto
possibilità potrebbe non essere, il senso potrebbe essere definitivamente nascosto. Qui il poeta, come uomo che cerca
l’origine, gioca la sua scommessa
disperata: dire il necessario che, però, potrebbe anche non essere. In fondo
nessuno che scrive è convinto in maniera certa e indubitabile di essere un
poeta, perché altrimenti non scriverebbe più, c’è sempre la possibilità dell’inganno,
senza un qualcosa, un ente un logos che ci rassicuri definitivamente. Siamo
sempre sotto la spada di Damocle della nostra possibile idiozia, delle nostre
parole al vento. E’ questa la condizione di chi scrive.
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