domenica 11 marzo 2012

Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni. Di Franco Buffoni


Mentre si attende l'uscita del suo ultimo lavoro in prosa, Il servo di Byron, possiamo leggere il nuovo Quaderno di traduzioni di Franco Buffoni, dal titolo Una piccola tabaccheria, edito dalla casa editrice Marcos y Marcos nel mese di Febbraio, 2012. Un quaderno che segue di tredici anni Songs of Spring, prima raccolta di traduzioni d'autore. Come lo stesso poeta ci ricorda e ci chiarisce nella premessa al testo, nel suo caso non si può parlare di sole traduzioni, ma di "imitazioni (certamen, aemulatio, imitatio)", perché, scrive Buffoni, "l'unico modo che conosco per rapportarmi a un altro poeta è quello di incontrarlo 'poieticamente' su un dato testo". Simile in questo a quanto diceva il filosofo e saggista tedesco Benjamin a proposito del compito del traduttore: "Perciò la sua lingua [del traduttore] può, anzi deve agire liberamente nei confronti del senso, per non riprodurre l'intentio di quello, ma come armonia, come integrazione alla lingua in cui quell'intentio si comunica, far risuonare il proprio genere di intentio". Infatti, per esprimere il suo tipo di relazione con gli autori tradotti, Buffoni usa il termine "lealtà" e non "fedeltà", perché "il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo tradimento. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l'ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poetico". E le poesie e le prose che Buffoni incontra in questo Quaderno sono tra le più varie: dagli amati poeti in lingua inglese, Shakespeare, Byron, Wilde, Kipling, Auden, Joyce, all'irlandese Heaney (bello e intenso il saggio di quest'ultimo dedicato ad Osip Mandelstam), dallo svedese Transtroemer (che Buffoni ha contribuito a far conoscere in Italia prima ancora che fosse insignito del Nobel per la letteratura nel 2011), ai francesi Rimbaud, Verlaine, dagli spagnoli Neruda e de Ibarbourou, al portoghese Saramago, fino all'arabo Hafez.

giovedì 8 marzo 2012

Addio Elio


Aldilà della fine

Dall'eroina alienata nei segni della metropoli del dopoguerra al corpo nero o alla variante assenza delle egloghe, fino ad arrivare alla perdita dei nomi nello squassante gioco in borsa de La ballata di Rudi, la poesia di Pagliarani sembra delineare e anticipare le ragioni di un salto antropologico. Se infatti un poeta come Pasolini poteva ancora riflettere sull'idea di Paese e sulle degenerazioni possibili del suo costume, è vero anche che un poeta come Pagliarani sembrava già parlare da un luogo che fosse oltre la fine: sembrava di già poetare in un paesaggio abitato da quelle che Giorgio Cesarano ha definito "le personalità dell'assenza":

«Ciascuno, nella cerchia, è parlato. Detto. Descritto. In presenza o in assenza. Sempre in un sotteso terrore. L'economia politica, trapassata corpo ed anima in psicologia politica, produce la personalità come la Cosa che è Detta, la rappresentazione coniata del valore creditizio, la carta di credito che torna, a ogni giro-girone circolatorio del giorno-ciclo, accresciuta di un profitto d'assenza. Essere nella cerchia: sussistere nella figura di sé, erogarvisi co-edificandola, questo prodotto collettivo che è la personalità dell'assenza» .

E l'economia politica ossia "l'amministrazione delle vite" nella loro sfera più intima è un fattore sopranazionale, è cioè un'idea che pervade le vite e cancella l'idea di Paese. Nessuna idea di Paese quindi ma solo un'assenza funzionale al mercato, un'assenza valida per tutti. Questa intuizione di Cesarano viene teorizzato oltralpe da Michel Foucault in una serie di interventi al College de France dove ad esempio lo scrittore e filosofo francese diceva nel 1976:

«Attraverso l'economia politica della popolazione si forma tutta una rete di osservazioni sul sesso. Nasce l'analisi dei comportamenti sessuali, delle loro determinazioni e dei loro effetti, al limite tra il biologico e l'economico.»

Difficile quindi riscontrare un carattere nazionale, un'antropologia del tutto locale. Dal boom economico dell'Italia del dopoguerra alla volontà comune di giocare in borsa, tutti i personaggi del poema di Pagliarani cercano l'arricchimento personale assecondando un processo planetario che ha in se stesso lo svuotamento, la perdita: la preparazione del nostro attuale paesaggio.
Questa lettura viene incoraggiata nel 1968 con le egloghe di Lezioni di fisica e Fecaloro. Il testo che inaugura il libro è indirizzato a Franco Fortini, al poeta che più di tutti in quegli anni, ha analizzato gli istituti e gli strumenti poetico-letterari alla luce della società di massa e delle sue forme di potere. Il titolo dell'egloga è Concludendo un finale e forse il finale che continua è anche una risposta che ancora si deve al grande critico e poeta. Fortini proprio nel 1968 aveva pubblicato due saggi polemici nei confronti delle Nuove Avanguardie nei quali si rimprovera il gruppo di concepire la poesia come “negazione radicale” contro “il compromesso dell’incarnazione” o della “mediazione formale.” Fortini, prendendo di mira Perlini scriveva:

«Il paradosso dell’Avanguardia […] è quello di non accettare l’incarnazione (è peccato di spiritualismo, sempre…), di rifiutare quello che qui viene chiamato il “compromesso” (connotandolo come spregevole e ambiguo) e che è invece, molto semplicemente, l’opera nella sua oggettività.»

Con i suoi argomenti, Pagliarani risponde alle critiche di Fortini , ma allo stesso tempo ci dice qualcosa sul senso generale del fare poesia nella società italiani avviata al capitalismo pienamente compiuto. La questione estetica è la raffigurazione di un corpo in un contesto di alienazione radicale.
La propensione del poeta Pagliarani, anche se frustrata, resta realistica. Il poeta emiliano cerca di scrutare i motivi che portano alla scomparsa dell'esperienza. La lettere a Fortini rende ragione di questo. Scrive Pagliarani:

L’angoscia intellettuale della gioventù quando scopre insufficiente
L’intelletto, cioè la capacità della ragione di distinguere
Com’è lontana, Franco: era quella che chiamavamo
angoscia esistenziale?

La lettera comincia con una domanda retorica. Il poeta giunge subito in media re e sembra descrivere lo scenario sociale dell’inizio del ventunesimo secolo. Ciò che manca è l’angoscia esistenziale, la percezione della propria morte, della propria essenza finita. Questo il motivo della mancanza d’intelletto ossia la capacità di distinguere le cose, di salvarsi o difendersi dall'indifferenziato. Allora è chiaro che la perdita del corpo, ma ancora prima la perdita del dolore per quest'assenza, comporta l'incapacità di distinguere e quindi di individuare le identità. Infatti scrive il poeta emiliano che “ancora più grave” è la mancanza della “carnale scoperta dell’amore sintesi”:

[…]Perché è lontana anche la carnale
Scoperta dell’amore sintesi
E dell’insufficienza anche di questo
Sapendo perfino che cosa vuole di più
-Ma più capisci e più ami più pesa la tua parte d’Atlante
Lo so perché lo dirò ma in un certo contesto
Solo a dirlo mi sento grottesco
La forza. Senza forza
Amore e intelletto nemmeno servono
A definire se stessi, ma per quant’altro poco sappia della vita
Quanto attrito che brucia, assieme come sono stridenti!

Ciò che impedisce la Vermittung, è che non esiste un corpo, una presenza carnale. Con questo siamo fuori dalla Storia e nella pura pulsione. Il poeta, che ha cantato la fine del corpo ideale con la ragazza Carla, presenta uno scenario storico e letterario in cui la presenza del personaggio e dello spazio mondo che ad esso si riferisce non è garantito né dalla “progettualità esistenziale” (dall’angoscia di fronte alla morte), né dall’intelletto, né dall’amore. I corpi che mancano d’amore, angoscia ed intelletto non hanno figura, sono privi d’immagine. Questi versi spezzati ed ipermetropi riproducono lo spasimo dell’alienazione, il reiterarsi della dispersione. Questo passaggio rende chiaro, sotto una prospettiva microcosmica, quello che sembra essere la percezione comune dei nostri giorni: ciò che resta sono dinamiche di deterioramento più ampie e planetarie che preannunciano qualcosa d'altro, un mondo profondamente diverso nelle dinamiche di formazione dei sé. L’unico elemento che Pagliarani riconosce in quanto agente del reale e della stessa versificazione è "la forza". Ritorna la forza come centro della poesia. Pagliarani lascia scritto in un verso apodittico e sublime allo stesso tempo che “senza forza[,] amore e intelletto nemmeno servono a definire se stessi”. Per sostenere un mondo, “la tua parte di Atlante”, c’è bisogno di forza. Questa affermazione ricorda la matrice epica della poesia di Pagliarani. Nei suoi versi soggiace sempre la battaglia, il polemos. L'epica, ossia la grande narrazione in versi, parte proprio dalle ragioni che portano alla dispersione di un mondo, prima ancora che da una necessità di fondazione. La stessa versificazione è sempre consapevolezza della fine e insieme auspicio di qualcosa di nuovo.
La ballata di Rudi è il punto di snodo del lavoro d'osservazione fatto da Pagliarani nel corso degli anni sessanta e settanta. Qui il poeta mette in scena, come se si trattasse di una sceneggiatura cinematografica, personaggi destinati a perdersi nella nuova legge dell'economia mondiale. Sono personaggi italianissimi, ma hanno in sé qualcosa di universale.
Ciò che conta, scrive Pagliarani, non è "la verifica ma la falsificazione di una proposizione"; e se è vero che chi legge il poema può riconoscere personaggi e costumi attuali del nostro Paese, è anche vero che all'altezza del capitolo Adesso la Camilla gioca in borsa i vari Rudi, professionista dell'animazione, di feste e di distrazioni di massa come il nostro attuale capo di governo; la vicenda di Armando, lavoratore onesto tentato dal guadagno facile e illecito; il cardinale Ratzinger, futuro Papa dell'ingerenza nelle questioni etico politiche del mondo laico; la stessa Milano "Inverno e Milano e la mia dannazione è a suo agio", scompaiono per fare spazio a ragioni macroscopiche della perdita. Anche i luoghi svaniscono.
Si ripete la stessa struttura che abbiamo incontrato ne La ragazza Carla, che si conclude con un coro finale e con lo svanire del paesaggio.

Carla non lo sapeva che alle piazze
alle case ai palazzi periferici succede
lo stesso che alle scene di teatro: s’innalzano, s’allargano
scompaiono, ma non si sa chi tiri i fili o in ogni caso
non si vede […]

Lo spazio scompare e il motivo dello scomparire della scena non si vede. Quella stessa precisione geografica, manifestata dal poeta all’inizio del suo poemetto, viene ora spezzata. Si spezza il realismo della rappresentazione per far entrare in quello stesso spazio assenze che pesano. Ed è seguendo questo filo che il poeta ci dà l'ultima indicazione sul suo eroe:

Parlano di Rudi, ipotesi sul nostro? lui in ogni caso è morto
nei primi Sessanta, in Svizzera, durante una cura del sonno.
(Chi dice che era già stato segnato dalla guerra
per via di un paracadute che non si aprì nel lancio,
quindi morfina come cura prima, eccetera; chi dice che non ha retto
alla durezza dell'ultimo giochetto).

Come ne La ragazza Carla, in cui il poeta dichiara che l'ispirazione per il personaggio della sua eroina è venuta dal caso di una donna che si addormentava di sabato dopo aver preso delle pillole per poi risorgere il lunedì, annullandosi del tutto nel ciclo della macchina lavorativa, così ne La ballata di Rudi il personaggio principale scompare, non per morte tragica, ma per una cura del sonno. Svanisce come ennesima "personalità dell'assenza". Da questo punto in poi l'attenzione del poeta non è più di natura sociologica, o comunque il suo sguardo si sposta sulle ragioni della dispersione: la ragione totalizzante delle nuove tecnologie (Un computer come giudice), la scienza, l'economia. Succede una fantastica resa di poetica nel capitolo I problemi sociali:

[...] Ora non c'è ora non c'è spreco
[di luce di giorno che basta
se sospetto di luce provvisoria
voi con molta disciplina organizzate il vostro capitale detto storia
misura misurata ogni momento con metro impassibile dei ritmi
lunghi che segnano nel tempo
e io che me ne faccio? il tallone d'Achille ora è la gioia
è da qui che io entro.

Dove immagino la "gioia" come la necessità di inventare un nuovo linguaggio, un linguaggio altro dai codici della "disciplina del capitale". Perché la mancata mediazione formale obbliga a due strade: o l'arrendersi alle pulsioni carnali controllabili e direzionabili dalla pornocrazia mondiale (sua variante è il terrore), o accettare fino in fondo la fine, proseguire il finale. In quest'ultimo caso abbiamo un passaggio di livello: si è oltre ogni rappresentazione o nostalgia di rappresentazioni possibili, oltre la fine di ogni idea di Paese, ma dentro il midollo pulsante del linguaggio. Il poeta parla del compito stesso del fare poesie, dell'azione poetica. Bisogna agire con gioia, ossia accettare la fine nel corpo stesso del linguaggio. Non fare certo come Pasolini, diventare per tutti scandalo vivente del linguaggio in una rinnovata parabola cristologica, ma agire poeticamente, ricordando che la fine di ognuno, la nostra mortalità, la nostra struttura mobile di esseri senzienti, è scritta nel Dna di ogni locuzione. Solo in questo caso si evita il rischio di un'automutilazione del senso della fine, dell'angoscia, della tragedia, della morte che forma da sempre gli individui d'occidente. Bisogna stare nella fine e aspettare con gioia il nuovo.
In conclusione al poema La ballata di Rudi resta solo l'immagine del mare. Un'immagina già anticipata nel capitolo A spiaggia non ci sono colori. In questo capitolo leggiamo:

A spiaggia non ci sono colori
la luce quando è intensa uguaglia
la sua assenza
perciò ogni presenza è smemorata e senza trauma
acquista solitudine
Le parole hanno la sorte dei colori
disteso
sulla sabbia parla un altro
sulla sabbia supino con le mani
dietro la testa le parole vanno in alto
chi le insegue più
bocconi con le mani sotto il mento
le parole scendono rare
chi collega più
sembra meglio ascoltare
in due
il tuo corpo e tu
ma il suono senza intervento è magma è mare
non ha senso ascoltare
il mare è discreto il sole
non fa rumore
il mondo orizzontale
è senza qualità
La sostanza
è sostanza è sostanza indifferente
precede
la qualità disuguaglianza.

La prima immagine del mare è offerta come un miraggio, una rivelazione di ciò che sarà, una sospensione dal tempo della narrazione. Un cut up che spiazza, un momento di sospensione in cui le ragioni superiori prendono parola. Il protagonista è separato dal suo corpo, non è più in grado di ascoltare le parole, si perde nell'indistinto, perché il suono senza intervento (senza "forza") "è magma è mare". Forse non è un caso che il capitolo successivo inizi con questi versi:

In luglio
l'omino ha dei compiti fa
previsioni sulle
crisi cosmiche e guarda sorridendo Su alcuni tavoli
cilindri di legno grandi e piccoli [...]

Ma poi in finale di poema leggiamo la famosa chiosa:

Ma dobbiamo continuare
come se
non avesse senso pensare
che s'appassisca il mare.

Lì dove il mare era la sostanza orizzontale dell'assenza di qualità qui diventa il discrimine e il principio di speranza: ossia la possibilità che la marea che decide la storia possa ritornare a stendersi sulle vicende degli uomini; la speranza che non si appassisca il mare.

venerdì 2 marzo 2012

Note a Millimetri di Milo De Angelis


Millimetri di Milo De Angelis – Einaudi, 1983 - è un libro su cui sono tornato decine di volte a distanza di anni - la prima lettura risale a tredici anni fa, in corrispondenza della pubblicazione di Biografia sommaria - e che ha continuato a parlarmi in maniera sempre violenta e dirompente. I primi corpo a corpo, concentrati nel giro di pochi giorni, furono un’esperienza frustrante e dolorosa, avevo la sensazione di arrampicarmi su di una parete ripidissima che non concedeva appigli. Anzi, ad ogni lettura, sentivo solo lo scivolare sanguinoso delle dita sulla roccia delle parole, dei versi, delle cose nominate in queste poesie; avvertivo il dolore mentale e fisico di una lettura disperata ed enigmatica. I versi apparivano indecifrabili e alieni, precipitati lì sulla pagina e dispostisi in una verticalità precisa e assoluta, come se si fossero slacciati da un altrove incombente e minaccioso (La testa cade a piombo/ e si slaccia/ nel pomeriggio strappato/ al pensiero) per conficcarsi nel foglio bianco nel modo più lancinante e preciso possibile. Ad aumentare lo sgomento c’era la nettezza di ogni andare a capo, necessario e secco come una rasoiata. Poi, alcune settimane dopo la prima lettura, l’appiglio si è presentato, ma è stato un appiglio vertiginoso e abissale: “In noi giungerà l’universo/ quel silenzio frontale dove eravamo/ già stati”. In questi versi riconoscevo e, a distanza di anni sempre più lo vedo chiaramente, una sapienza antica e sconvolgente, la sapienza di una Grecia pre-classica (C’è una mano che inchioda/ i suoi grammi/ nel cortile vicino alla grecia), la sapienza del primo frammento del pensiero occidentale, di Anassimandro (« ναξίµανδρος....ρχήν....ερηκε τν ντων τ πειρον....ξ ν δ γένεσίς στι τος οσι, κα τν φθορν ες τατα γίνεσθαι κατ τ χρεν διδόναι γρ ατ δίκην κα τίσιν λλήλοις τς δικίας κατ τν το χρόνου τάξιν » « Anassimandro....ha detto.... che principio degli esseri è l'infinito (ápeiron)....da dove infatti gli esseri hanno l'origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo. »). L’origine, l’ápeiron, il non-finito, il tutto avvolgente in cui ogni ente ritorna perché vi  è già stato, di cui parla Anassimandro, in De Angelis è l’universo, ciò che è raccolto in unità come l’ápeiron, ma questa unità è quel silenzio frontale, l’origine muta verso cui noi andiamo, contro il quale ogni ente finito si frantuma necessariamente (κατ τ χρεν). In noi giungerà, e qui il giungerà ha il valore della necessità, l’universo come silenzio frontale, ossia giungerà il nulla, da cui ogni cosa proviene (dove eravamo/già stati), di ogni ente (Così,/sollevandosi nel nulla, crescono/ soltanto alla radice.) e il nulla, quel silenzio frontale, giungerà secondo l’ordine del tempo (κατ τν το χρόνου τάξιν) (Giunge luglio per i morti/ che sentono nell’assedio/ di ogni fiore/ una giustizia remota.) e secondo una giustizia implacabile (γρ ατ δίκην κα τίσιν λλήλοις τς δικίας) (e ora il villaggio fa/ silenzio/ nella corte marziale.). Nelle ventinove poesie di Millimetri c’è al tempo stesso la sapienza originaria della nostra civiltà e la spaventosa contemporaneità dell’epoca in cui delle cose non ne è più niente (Ora c’è la disadorna/ e si compiono gli anni, a manciate). Ecco la poesia di Millimetri è, o meglio, è stata, una teoria, una visione, lucida e allucinata, un pensiero sul mondo e sulle cose e questo pensiero già da sempre è diventato poesia, ossia ha attraversato una regione in cui le parole non sono solo mezzi ma sono destino, sono le cose che dicono. E le parole di questo libro dicono l’essenza dell’esser cosa, ossia che tutto è tremendo, perché tutto è sacro, perché ogni singola cosa, ogni attimo, oscilla paurosamente tra l’essere e il niente (Mentre nuotano/ a delfino o si alzano verso il nulla). In questi versi le cose si presentano nella loro gratuità, durezza e imperscrutabilità, senza il filtro di nessun racconto, di nessuna biografia, di nessun dramma psicologico che le possa addomesticare (guardateli quando/ scavano questa gola:/ scendi, pavimento.). La gola della voce poetica, offerta alla spaventosità del nulla, non è altro che il luogo oggettivamente folle, perché folle e gioiosamente, di una gioia lancinante e mozzafiato, tragica è la radice ultima di ogni accadere (Nati sulla terra/ che rimane/ siamo stati quel giubilo mozzafiato/ appena le menti giunsero), del dire poetico (e io parlo alla terra/ a una candela;/ di te e di noi, di noi soli, creati.) il cui dettato, severo ed estraneo, comanda di ricordare ogni cosa e per far ciò pretende un rigore estremo, che è la suprema e unica forma di bellezza concessa (Noi fermiamo lì una guerra/ con navi serene e gelide.), in cui ogni singola parola deve essere quella precisa parola e non un’altra, perché se così non fosse, tutto, e noi cose tra le cose, crollerebbe, prima del tempo dovuto, nel vortice dell’oblio definitivo (Ecco la pagina di quarzo/ nell’agenda, quando/ ogni uomo viene raso al suolo/ e ricorda.). Nella pagina di quarzo, nell’ora tragica dell’impatto dell’esistenza con il muro della necessità, l’uomo non può scegliere ma è comunque giudicato, perché deve ascoltare e ubbidire alla voce ancestrale che già da sempre gli parla, anzi la sua unica libertà è nell’ubbidire. La sua libertà consiste nell’esser raso al suolo, nel decidere l’impossibile adesione tragica al destino, alle parole che già da sempre lo hanno descritto, nominato, a quel vedere che lo ha accecato (Se un urlo ha visto/ la sua prima sfera/ con l’occhio estraneo dei naselli). L’esser mortale è un’ubbidienza ad una sapienza antica ed enigmatica (Chi genera il tempo/ ha il volto arato e con pazienza ripete/ che noi ubbidiamo.), ma cristallina nella sua spietata disciplina, e in questa ubbidienza non c’è premio, non c’è salvezza, solo silenzio che dice la sacralità - ossia, etimologicamente, qualcosa di sancito una volta e per sempre - di ogni attimo, lo scontro vertiginoso tra l’ordine necessario del cosmo (moscerini/ nella macchia di un immenso/ vetro.) e l’arbitrarietà, a sua volta necessaria nella sua gracilità, del singolo destino (voi giungete/ menti colme di luce/ con il rombo di un’estrazione a sorte/ ogni paradiso ha un capogiro/ di figli falciati e certi). È nello scontro tra il singolo e l’ordine del mondo che va inteso il senso del titolo del libro; ciò che rende radicalmente tragica l’esistenza dell’uomo è l’impossibilità di chiudere il cerchio del destino, l’impossibilità del ritorno al principio (fino al nudo principio/ premuto sopra le tempie). La chiusura del circolo per i mortali è un silenzio frontale, un niente in cui ci annientiamo. Nelle poesie di De Angelis, il cerchio per i mortali, a differenza che nel frammento anassimandreo, non è chiuso, ma rimane tragicamente aperto di pochi millimetri, che necessariamente non potranno mai essere colmati, ma solo evocati in quei millimetri di avvistamento e avvicinamento alla visione finale che ci divorerà, che sono i versi di questo libro. È la stessa lontananza abissale che proviamo quando tocchiamo qualcosa: c’è un millimetro, materiale e mentale, che ci separa e quel millimetro è un abisso di tempo e di spazio, è quell’esclusione decisiva che è il nostro esser finiti (con una bocca/ in guerra e una bocca perfetta, vicinissime/ al pane). Dove, in ultimo, anche la poesia se è vera poesia, cioè destino dei mortali, non può saltare fuori dalla propria ombra, non può percorrere quel millimetro che la separa dalla cosa ultima. La morte ha la parola definitiva e quella parola non potrà mai essere nostra (La mela/ è morta.).


Francesco Filia

venerdì 24 febbraio 2012

Figli di Vincenzo D'Alessio



“Dove sono le mani/ di mio figlio seppellite/ dentro madre terra/ tradita da tossici residui/ rintanati sotto nuda terra.” In questi versi è racchiuso gran parte del mondo poetico di Figli – Edizioni G.C. “F. Guarini”, 2009 – di Vincenzo D’Alessio - poeta e critico letterario di consolidata fama- : il rapporto ancestrale con la terra e il relativo tradimento da parte dell’uomo civilizzato e soprattutto Il senso del dolore, non di un dolore qualsiasi ma di quel dolore totale, perché avvertito come innaturale nell’ordine delle cose, che è la perdita di una persona cara, della più cara delle persone, il figlio. Come si può e si deve sopravvivere a questo lutto lancinante e come lo si può nominare senza tradirlo, ma cercando di custodirlo nella sua indicibilità radicale? Tutte le poesie della prima sezione del libro si muovono sullo sfondo di questo dramma. E la loro peculiarità sta nel racchiudere in pochi versi, limpidi e cristallini, il dialogo con le ombre che, nell’animo di chi scrive, sono vive nella loro irriducibile lontananza: “Dove dormi angelo ferito/ tuo padre ti cerca/ nelle acque del cielo/nelle corde infinite/ di un contrabbasso antico/”. Un dialogo che è un domandare incessante, un’inesausta richiesta di senso: “dove guardano i tuoi occhi/ quali mari toccheranno/ i tuoi fianchi dopo il lutto/ che ci ha colpiti nel seno?” Ed è questa richiesta di senso che rende il discorso, non solo un dialogo intimo con la persona cara, ma un parlare all’umanità intera, al senso del suo stare al mondo, come fa notare in maniera precisa Emilia Dente nella sua prefazione: “Il dramma personale dell’uomo D’Alessio scivola poi, come rivolo sottile e profondo, nel fiume della sofferenza collettiva, la sofferenza dell’umanità umiliata ed offesa dal male, nel coro mesto di quella “gente di creta/ (che) si spegne tutta ignuda / gridando di cancro in ospedale” gridando forte che “la morte la respiriamo nei fili d’erba nera/ nelle macchie malate dei castagni”.
In questi versi si fondono il dolore privato con quello per l’umanità sofferente, oltre che lo sgomento per la radicale perdita di senso del rapporto dell’uomo con la sua casa (oikos), con l’ambiente e con la natura, madre che ci accudisce a cui noi rispondiamo con la devastazione del territorio e quindi, inconsapevolmente, di noi stessi. Tale contesto di relazioni emerge soprattutto nella seconda parte del libro, La mia terra, poesie 1996, dove nel rapporto d’amore con la sua terra, l’Irpinia, l’Autore manifesta l’alternarsi dei due poli della passione, l’amore per i luoghi che hanno descritto la sua esistenza, ma anche l’odio per ciò che la sua terra è diventata, in cui si manifesta sia lo slancio passionale ma anche la rabbia “Terra/ (continui a chiamare)/ non voglio tornare!/ Seguo/ capre/ sulle sponde dell’esodo./ Non appartengo/ a questa ingrata terra.”  Il rapporto “carnale” con la propria terra diventa il paradigma di un approccio alla natura tutto volto ad un recupero delle autentiche radici della comunità, perse invece nello spaesamento in cui è caduta l’Irpinia, come gran parte del Sud. In questo la poesia di D’Alessio ha una forte connotazione “ecologica” ed etica, nel senso che la vita dell’uomo non può essere slegata dal rapporto con la terra e dall’ethos che da questo rapporto scaturisce: “Qui/ dove riposa il vento/ sento la tua anima./ Il mondo/ vende panico e rammarico erba verde/ recisa alle radici./ Porto il nome che ripetevo allora./ Torna/ pietoso il suono/ a ricordarmi uomo.”  Ed è forse solo qui la salvezza (anche per chi è andato via, costretto ad emigrare al Nord), in questo senso di appartenenza ad un destino comune, dove può essere, infine, anche recuperata la dimensione del dolore, sia individuale che collettivo. Può essere ritrovata una speranza anche nel silenzio del sepolcro: un luogo dove il padre e il figlio tornino ad abbracciarsi sotto lo sguardo compassionevole di un Dio, che renda il vivere e il morire meno assurdi: “La neve tornerà ed io/ con lei a baciare il marmo/ candido delle forme/ figlio scomparso al sorgere/ del sole raganella impazzita/ nel pantano Ci sarò a darti/ l’alito di fuoco che il freddo/ ti ha tolto dalla fronte/ gli occhi chiari all’odore/ del vento Ci sarò/ per perdermi in rivoli sottili/ poi mi fermerò sotto la coltre/ sperando che un Dio/ ci sveli l’ora dell’infinito.”

Francesco Filia

venerdì 10 febbraio 2012

Neve



Correvamo con la neve in tasca per paura che svanisse, come un sogno appena sognato, tra bassi e negozi ancora chiusi, inseguendo il nostro fiato gelato. Durante la notte si era depositata a terra fra marciapiedi e strade, sui palazzi, come un miracolo. Il cielo era marmo, bianco e compatto. Nessuno di noi aveva mai visto nevicare, qualche volta si vedeva il cono innevato del Vesuvio, ma tra i vicoli del Centro o della Sanità nessuno se la ricordava. Arrivati all’angolo tra via Forìa e i Miracoli aspettavamo che suonasse la campanella per entrare a scuola. Ormai la neve stava diventando ghiaccio sporco, nero. Raffaele Quattromani la appallottolò per lanciarla contro qualsiasi persona o cosa capitasse a tiro. Il primo a essere colpito fu il finestrino di un pullman alla fermata, poi Rosario fece una palla grandissima e la lanciò verso me e Luigi, la palla mi sfiorò all’altezza del braccio, Luigi invece si scansò e la palla di neve andò a finire dritta sulla nuca di una signora che era appena uscita da messa, che ci bestemmiò tutti i santi del paradiso.
“Guagliù e’ prete!!!” Arrivò Pasquale A’ Briosc , con la sua solita giacca a vento bianco ghiaccio, quella che la settimana prima, a carnevale, mentre ci tiravamo le uova per strada, ne aveva fatta rimbalzare una senza che si rompesse; da allora quella giacca per Pasquale era diventata una specie d’armatura. Ci indicò il cantiere abbandonato sul marciapiede di fronte, dove c’era un mucchio di sampietrini coperti di neve. A’Briosc e Quattromani con Rosario e Luigi, andarono a prenderne qualcuno, stavo per seguirli anch’io quando incrociai lo sguardo di Loredana, l’unica compagna di classe che giocava con noi maschi, fino ad allora anche lei aveva lanciato palle a tutta forza. Il solo guardarla, gli occhi scuri e severi che emergevano da un ciuffo di capelli che dal cappuccio di lana rosa arrivava alle schiocche delle guance, mi fece passare la voglia di seguire gli altri. Non mi disse niente. Non ce n’era bisogno.
Il primo dei nuovi proiettili colpì un palo della luce. Fu Pasquale a lanciarlo, calatosi subito nel ruolo di capobanda, la neve si disintegrò all’impatto mentre il sampietrino rimbalzò sul lampione, facendolo vibrare, poi sbalzò, come quelle palle pazze che usavamo per giocare da piccoli, contro il bidone dell’immondizia e la ringhiera che circondava la statua di Padre Pio. Infine cadde a terra su una pozzanghera gelata infrangendola, come un specchio rotto. Alcuni dei genitori che accompagnavano i ragazzi più piccoli iniziarono a protestare, ma senza troppa convinzione, temendo la reazione di qualcuno di noi. Poi passò la professoressa Navarra senza fermarsi. Alcuni, quelli più timorosi, si nascosero dietro le auto in sosta, altri continuarono il lancio senza preoccuparsi di niente. Quando riemersi da dietro l’auto, alzai lo sguardo verso il cielo e vidi  che cadeva dal cielo qualcosa. Stava nevicando di nuovo, erano fiocchi larghi, leggeri e sembrava che non dovessero mai posarsi a terra. Rimasi a guardarli incantato, per un attimo di troppo, quando mi girai di nuovo verso i miei compagni, non la vidi arrivare, né sentii il sibilo nell’aria e neanche l’impatto della pietra nascosta sotto la neve che mi colpì tra lo zigomo e l’occhio. “Fra..Attento!” Mi urlò Loredana, quando però ero già stato colpito. Barcollando vidi la pietra ricadere a terra con una scia di nevischio e poi, in una successione vivida e allucinata, le facce dei miei compagni tra il divertito e lo spaventato, Loredana che mi correva incontro, poi delle bacche rosse che fiorivano dalla neve una dopo l‘altra, un liquido caldo che mi scorreva dal viso sulle mani, poi il rosso profondo del sangue che si estendeva sul bianco imperfetto della neve, poi più nulla.

sabato 4 febbraio 2012

Presentazione XI QUADERNO DI POESIA CONTEMPORANEA



25 febbraio 2012
ore 21

Galleria Gomma Bicromata
via Berzantina, 12
Castel di Casio (Bo)

letture di
yari bernasconi azzurra d'agostino fabio donalisio vincenzo frungillo
eleonora pinzuti marco simonelli mariagiorgia ulbar

coordina franco buffoni

«Non si va a privilegiare particolari "scuole" o conventicole. Si cerca di dare il
quadro il più completo possibile di quanto di meglio propone la giovane
poesia italiana. Una scelta ardua, condotta su parametri di esclusiva
valutazione estetica, qualitativa.» f. buffoni

«C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da
Franco Buffoni: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma
ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza
velleità generazionali.» n. scaffai

ingresso libero

venerdì 3 febbraio 2012

Cambio programma alla Casa della Poesia di Milano


giovedì 17 maggio 2012 21
Il lungo respiro del verso...
Quarta serata: Vincenzo Frungillo e Stefano Raimondi
serata a cura di Milo de Angelis
Ciclo di quattro incontri sul poemetto italiano contemporaneo.

Introduzione di Milo De Angelis

Letture di Viviana Nicodemo



Testi della serata:



Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate)

Stefano Raimondi (La città dell'orto)