venerdì 14 ottobre 2011

Il margine di una città






Prefazione di Raffaele Piazza a Il margine di una città (Gallarate marzo 2004 – Napoli ottobre 2007) , Il Laboratorio, 2008.


Originale a livello formale e affascinante a livello di contenuti, questo poemetto di Francesco Filia, composto da cinquantacinque brevi frammenti ed un postscriptum finale. I segmenti di cui è composto il poemetto sono caratterizzati da una forte coesione e da un grande armonia nell’insieme, e possono essere letti simili a tessere di un mosaico ben articolato e strutturato nella sua concezione e fortemente unitario. Come dice lo stesso autore l’opera ha un andamento circolare e il p.s. finale è rivolto al Francesco che apre il primo verso del primo frammento. Del resto l’insieme è caratterizzato da un’architettura complessa e curata nei minimi particolari: non a caso il poeta ha lavorato alla composizione per più di tre anni ottenendo così il massimo della compiutezza, a dimostrazione di una matura coscienza letteraria. Il genere del poemetto, nella poesia italiana contemporanea, non è molto praticato: nella miriade di opere poetiche date alle stampe dai moltissimi poeti ci si trova davanti soprattutto a raccolte di poesia più che a poemetti; tuttavia non mancano autori illustri della poesia italiana postmoderna, che hanno scritto notevoli poemi e poemetti: per esempio Mario Luzi, con Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini, Maria Luisa Spaziani con Giovanna D’Arco, Franco Loi con L’Anghèl e Ottiero Ottieri con L’infermiera di Pisa. Ciò dimostra che il genere è ancora vivo e che può essere praticato con ottimi esiti anche da giovani autori come Filia.

Il filo rosso che lega tra loro le parti dell’opera è da individuare nella ricerca di un senso della vita nel tempo e nello spazio, vissuti con estrema tensione dall’Autore. Il contesto in cui l’io poetante (del tutto antilirico) si trova è quello urbano, ambiente che Filia osserva in modo capillare, cercando in tutti i modi di armonizzarsi con esso, interiorizzando la realtà che lo circonda, spazio materiale, fatto di strade, cemento, acciaio, vicoli, silos, lampioni, mentre poco spazio viene lasciato ad elementi naturalistici, tranne qualche squarcio di cielo. Come pure sono assai rare le figure di persone che s’inseriscono nel contesto, per usare una metafora teatrale, nello spazio scenico: viene menzionato nel primo frammento un migliore amico, ma, per il resto, l’io poetante è fortemente autocentrato nelle sue riflessioni. Lo stile del tessuto linguistico è molto rarefatto, in una scrittura complessa, fortemente densa a livello metaforico e semantico. Il poeta vive la sua tensione con ciò che lo circonda con un forte senso della corporeità: “…/Ogni cosa è già accaduta e le gambe hanno messo radici/ su questo muro. Ora non posso più scendere, posso/ solo spaccarmi.//” leggiamo nel terzo frammento. Tutto è in bilico tra gioia e dolore, e c’è salvezza proprio nel pronunciare la parola poetica. La scrittura è tesa, scattante e icastica e molto ben sorvegliata e c’è una consapevolezza dei limiti del cronotopo. Dal baratro del thanatos si riesce a emergere, fino alla luce con un felice esercizio di conoscenza: “/… eppure qualcosa regge nella voragine./ Ora ricordo tutto! L’intermezzo che ci vide/ nella stanza la luce che ci illuminò/ il libro sul tavolo la disciplina/ della notte: quello sfogliare le pagine/ e guardare dalla finestra esterrefatti./ L’attimo in cui fummo mortali.//” (IX frammento). Proprio la disciplina che il poeta nomina esprime che si può mettere ordine nella vita che qui coincide, in un felice connubio, con la poesia.

L’idea di margine nel poemetto è intesa come marginalità, ma anche come delimitazione, finitezza e compiutezza di un’esistenza che cerca e, talvolta, trova la sua forma; il margine è anche il territorio tra detto e non detto in uno scavo in se stesso, da parte dell’Autore, da cui sgorga la parola poetica. La salvezza si può trovare nonostante la precarietà della vita umana e il poeta, nel suo poiein, a volte riflette sulla parola stessa, in un gioco ben riuscito: “/Resta una retta che separa le parole da questo tempo/ e poi un altro tempo che le contenga. Ritorna/ come una fitta nelle tempie lo spezzarsi dei rami/ sotto la tempesta, l’esattezza di un soffio di vento/ che ci trapassa e ci rende felici/ finiti//” (XIX frammento). Il poeta interiorizza la città che è calata inevitabilmente nel tempo: “/Città perlustrata mese per mese, metro/ per metro, anno per anno/ tra sentinelle, pali della luce e orme/ disciolte al sole. S’incontrano/ pensieri e labbra, parole ripetute all’infinito./ Non avremo paura di scandire i nostri nomi.//”( XXXI frammento). E’ tutto un vagare, un viaggio percepito con i sensi ed interiorizzato dall’Autore che cerca di comunicare con se stesso e, a volte, con un tu presunto. Fondamentale e veramente alto il frammento non numerato che chiude il lavoro di Filia, il postscriptum: “/Non so se puoi ascoltarmi…/ ma la nettezza della luce su queste mura/ il respiro lento del giardino lo stacco/ del salto dopo la rincorsa danno i brividi. / E’ questo che volevo dirti da trent’anni o giù di lì/ ma poi le parole non sempre bastano a definire/ il margine di un’esistenza, il rigore/ del mio e del tuo nome pronunciato…//”. Qui il poeta si rivolge ad un “tu” non precisato in un’atmosfera di sospensione e malia e l’io poetante si chiede se il suo interlocutore potrà ascoltarlo in un’ambientazione di luci e brividi, di accensioni veramente notevoli.

Connessa con il testo è la serie a tecnica mista (collage e acrilico su carta) L’approdo del pittore Pasquale Coppola in cui, l’autore, prendendo spunto dal fenomeno delle migrazioni, esprime il senso angoscioso e irrisolto del viaggiare dell’uomo come metafora dell’esistenza. L’artista, come in precedenti opere, utilizza vari registri espressivi, arrivando a fonderli in un tutt’uno che mostra in maniera mirabile la condizione umana, il caos ad essa connaturato, con accenti di commosso lirismo.
I lavori bene s’intonano con il risultato finale dell’opera, pur essendone indipendenti. Essi muovono da una matrice espressionista e, al di là della figurazione, sono caratterizzati da un acceso cromatismo e da una costante sensibilità alla materia e al segno. L’elemento figurativo degli occhi che scrutano una realtà tragica di uomini, donne in balia degli eventi, realtà del resto guardata, contemplata anche dal poeta con la sua opera, lascia un’impronta fortemente drammatica ma nello stesso tempo esprime con forza la speranza della luce.

Raffaele Piazza

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Tre libri in qualche modo collegati questi ultimi tre che hai postato.
Vincenzo F

filìa ha detto...

Sì in effetti c'è un filo rosso che percorre l'infanzia l'adolescenza e il rapporto con i luoghi che ci hanno descritto per quel che siamo.