martedì 2 settembre 2008

Alesi Eros e il venticello atletico del febbraio 1970.

FRAMMENTI

Caro Papà.
Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei pascoli marini.
Tu che sei tra i pascoli umani. Tu che vibri nell’aria. Tu che ancora ami tuo figlio Alesi Eros.
Tu che hai pianto per tuo figlio. Tu che segui la sua vita con le tue vibrazioni passate e presenti.
Tu che sei amato da tuo figlio. Tu che solo eri in lui. Tu che sei chiamato morto, cenere, mondezza.
Tu che per me sei la mia ombra protettrice.
Tu che in questo momento amo e sento vicino più di ogni cosa.
Tu che sei e sarai la fotocopia della mia vita.

Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo Bello - forte - orgoglioso - sicuro - spavaldo rispettato e temuto dagli altri. che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo, che ti vedevo come l’orco che ti giudicavo un Bastardo perché picchiavi la mia mamma.
che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che vedevi di perdere il tuo ruolo.
che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo, del nuovo ruolo di mia madre.
che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente.
che vedevo che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri, rispettati e temuti dagli altri.
che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi. Che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo.
che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente.
che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa, che mia madre scappava di casa.
che tu hai voluto fare il Duro.
che non hai trattenuto nessuno.
che sei rimasto solo in una casa di due stanze più servizi.
che i litri di vino e le bottiglie di cognac continuavano ad aumentare.
che un giorno. che il giorno. in cui sei venuto a prendermi dalle camere di sicurezza di Milano ho visto che tu ti vedevi solo. che tu volevi o tua moglie o tuo figlio o tutti e due in quella casa da due stanze più servizi. che ho visto che tu hai visto che eri disposto a tutto pur di riavere questo.
che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di pace, di armistizio.
che ho visto che tu hai visto sulla tua mano uno sputo.
che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo.
che ho visto. che tu hai visto il desiderio di voler punire la tua vita.
che ho visto che tu hai visto il desiderio di non soffrire. che ho visto che tu hai visto i litri di vino e le bottiglie di cognac continuare ad aumentare.
che ho visto che hai visto in quel periodo la tua futura vita.
che ho saputo che hai saputo che tuo figlio era un tossicomane che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo (figlio che a te non ha voluto dare).
che ho visto che hai visto 3 anni passare. che ho visto che hai visto che il giorno 9-XII-69 non sei venuto a trovarmi al manicomio. perché eri morto.
che ora tu vedi che io vedo. che ora il 1° sei tu. che giochi questo tresette col morto facendo il morto.
Ma che giochi ugualmente, che ora vedi che io vedo che ti adoro che ti amo dal profondo dell’essere.
che ora vedi che io vedo che mia madre rimpiange. ALESI FELICE PADRE DI ALESI EROS
che vedi che io vedo che sono fuggito ancora una volta verso la solitudine.
che tu vedi che io vedo solo grande grandissimo nero lo stesso nero che io vedevo che tu vedevi.
che ora continuerai a vedere ciò che io vedo.

*

Che caro padre ti racconto il mio viaggio in India. Che sono sicuro, certo del tuo ascolto.
Che sono parecchi mesi di anfetamine. Che in un periodo le anfetamine erano introvabili nelle farmacie. Che il mercato nero vendeva a prezzi esosi. Che il mio viaggio per Napoli - biglietto andata e ritorno - che Napoli era un posto per le anfetamine quasi vergine. Che il biglietto di ritorno a Roma è finito in un cesso. Che un mese a Napoli, città che vuole vivere al passo dei tempi, pur conservando un innotabile tradizionalismo - che a Napoli Piazza Municipio, c’era Gionata Usi, Lorens e tanti altri. Che tutti i giorni due tre flaconi di Ritalin - Metredrina - Desoxyn - Psichergina - Tempodex. Che poi l’occasione di un furto di diecimila lire e la paranoia ossessiva mi portarono a Foggia - che fuga a Manfredonia - che l’unico capellone di Manfredonia mi dona la sua carta d’identità - che proseguo in autostop per Brindisi - che il tuo spirito, le tue parole, le tue molecole mi hanno aiutato. Che trovo cinquemila lire sufficienti per imbarcarmi alla volta di Gominizza - che poi padre nulla, nulla siringhe nulla endovene. Che ho solo viaggiato per la maggior parte a piedi, sui tornanti dei monti che sono la divisione di Salonicco. Che a Salonicco ho incontrato un francese maturo per una giusta ed ingiusta vendetta. Che caro papà era maturo per la dea e non dea morte. Che lui ritornò in Francia che io diretto a Istanbul.
Che caro padre Istanbul ci rammenta - mi rammenta un anno di galera. Che caro padre io ti amo e ti ho quasi sempre amato. Che non volevo la tua ansia, il tuo dolore. Che arrivo
Che l’essere viaggiava. Che l’essere era ridotto a stracci colorati. Che le campane suonavano. Che suonavano lentamente i 12 rintocchi. Che berrei volentieri un bicchiere di latte freddo.

*

Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina. Che tu solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità indispensabile per sopravvivere. Che tu mi hai dato una casa, un hotel, un ponte, un treno, un portone, io li ho accettati, che tu mi hai dato tutto l’universo amico. Che tu mi hai dato un ruolo sociale, che richiede e che dà. Che io a 15 anni ho accettato di vivere come essere umano "uomo" solo perché c’eri tu, che ti sei offerta a ricrearmi una seconda volta. Che tu mi hai insegnato a muovere i primi passi. Che ho imparato a dire le prime parole. Che ho provato le prime sofferenze della nuova vita.
Che ho provato i primi piaceri della nuova vita. Che ho imparato a vivere come ho sempre sognato di vivere. Che ho imparato a vivere sotto le innumerevoli cure, attenzioni di mamma morfina. Che non potrò mai rinnegare il mio passato con mamma morfina. Che mi ha dato tanto. Che mi ha salvato da un suicidio o una pazzia che avevano quasi del tutto distrutto il mio salvagente.
Che oggi 22-XII-1970 posso strillare ancora a me, agli altri, a tutto ciò che è forza nobile, che niente e nessuno mi ha dato quanto la mia benefattrice, adottatrice, mamma morfina. Che tu sei infinito amore infinita bontà. Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza le potenti vitamine di mamma morfina.

*

Che tu in tutte le strade e i vicoli del mondo, che io o in un manicomio o in una galera di una qualsiasi città del mondo.
Che due volte si è posta questa triste realtà e tutte e due le volte sono corso nella tua magica e misteriosa casa, l’oriente e tutte e due le volte ti ho riabbracciato con tutto l’amore che tu mi hai insegnato ad avere.
Che ora sono uscito da un manicomio per la terza volta, e da un terzo forzato distacco da te MAMMA MORFINA. Che sono sicuro, che sono quasi sicuro, che fra non molto potrò riabbracciarti.
Che ore due e mezzo del 23 dicembre 1970 gente che parla del mio discorso, discorso che solo io ho fatto che solo io e mamma morfina conosciamo, che solo io e lei abbiamo portato avanti nel discorso di verità nuove mie e per me come quella di amare Giorgio. Come quella di due che cercano nella camera di là qualcuno che impersonifichi lui.
Che ho sentito Giorgio.
Che ho sentito Ettore andare a terra e che non mi piace sentirmi solo vincitore che ho terrore di restare solo, in qualunque condizione. Ma che devo stare solo per divenire Budda.
Che alle 4,10 ho sentito chiaramente ed altamente la voce di Ettore che mi faceva complice del suo dolore. Che la voce di Giorgio segnava il vero.
Che alle 4,20 in piazza Bologna io e l’essenza, il ricordo, l’impressione di Giorgio, davamo agli altri uno scatarro solo. Perché non erano come noi. Che tra un periodo la famiglia Bonaventura troverà in un letto della casa di via Andrea Fulvio il caldino che cercava.
Che non voglio feriti.

*

Che la Comune di via Andrea Fulvio ha contribuito a formare il mio esercito difensivo. Esercito che si deve difendere dal proprio stato.
Che la comune, comune il fatto di essere scacciato dall’India e come tanti altri mi hanno strillato che il nemico che io identificavo, e forse ancora identifico, negli altri esseri viventi non era altro che il mio essere. Che forse giunti a questo punto potrei anche dire che il mio fuggire che il mio insistere nel mio ruolo, il mio viaggio diventa nefasto allo stesso livello di quanto può essere propiziato da buoni auspici.
Che mi sono staccato dalla Comune di via A. Fulvio con la bocca amara.
Forse avrei dovuto dare al tempo il tempo di raddolcirmela.
Arrivati a questo punto non capisco più nulla, non so più. So che sono su un treno che va a Brindisi - che il resto appartiene al dopo, ai domani luminosi ed ai domani neri. Che scrivo, che ho scritto.

*

O cara. O padrona morte. O serenissima morte. O invocata morte. O paurosa morte. O indecifrabile morte. O strana morte. O viva la morte. O morte che è morte. Morte che mette un punto a questa saetta vibrante.

*

29 - 1 - 1971 Roma

Che erba verde, ombreggiata e fresca. Che appare il grande mare dalla grande rilassatezza. Che Roma, il venticello atletico del febbraio 1970, che il venticello del 6 febbraio ’70, copre con la sua sabbia opportunisticamente ed indifferentemente le mie verità. Chissà! Dopo quanto sangue coagulato dovrò cadere nella macchina distruggo-creativa dell’universo.


Pubblico di seguito il commento di Antonio Porta ai frammenti di Alesi, Poesia degli anni settanta, Feltrinelli editore 1979.

"Questi farmmenti sono datati 29 gennaio 1971 (Eros Alesi si è suicidato nello stesso anno) e sono usciti nell'Almanacco dello Specchio n. 2. Sembra un espediente retorico dire che c'è uno scarso margine per un commento iniziale, ma è vero. La tematica, sofferta interamente dal corpo dello scrittore, è così offerta e bruciante che rende subito muti. Si trattiene il fiato e si smette di pensare. L'invocazione alla morte un'invocazione alla gioia. Allora si ricomincia subito a pensaree ci si chiede a quale logica altra ci si trovi di fronte. "Morire ci piace/ lasciateci bucare in pace" ha scritto l'anno scorso un ragazzo su un muro (che è morto a 21 anni per un overdose). Non ci trovo nulla di patetico. E' una sorta di alternativa radicale alla vita: la morte non è più la morte che conosciamo ma non sappiamo ancora che cosa sia di diverso. Si rischia di tuffarsi in una mistica kitsch. Desidero solo osservare che nel caso di Alesi, come in molti altri, la poesia ha interagito con la nostra storia, senza diaframmi. Va detto che un tributo necessario al fare poesia lo paga sempre anche il corpo di chi scrive."

1 commento:

filìa ha detto...

(...) Io ho preso una grande decisione
voglio provare ad annullare la mia vita (...)

(...)Eroina, che tu sia la mia morte
eroina, è mia moglie, è la mia vita, ha ha
perché un ago nella mia vena
porta al centro del mio cervello
e sto meglio che se fossi morto
Perché quando la roba entra in circolo
non me ne frega più niente
di voi Tizi e Cai di questa città
e di tutti i politici che schiamazzano come pazzi
e di quelli che insultano tutti gli altri e
tutti i morti ammucchiati uno sull’altro (...)

Non so se Lou Reed facesse sul serio quando scriveva il testo di Heroin, a quanto pare Eros Alesi sì!

Si conferma l'inscindibilità senza mediazione di parola e carne. La prima senza la seconda è muta la seconda senza la prima è cieca.