domenica 7 settembre 2008

La Primavera...nulla sa di voi



La primavera

Per quanto opprima la mano del destino,
Per quanto angosci l’inganno umano,
Per quante rughe solchino la fronte,
E pieno di ferite sia il nostro cuore,
E per quanto dure siano le prove,
Tutte le prove che avete subito,
Che importa questo di fronte al respiro,
Al primo incontro con la primavera?

La primavera… Nulla sa di voi,
Di voi, o male, o dolore,
Il suo sguardo risplende immortale,
e non vi è ruga sul suo volto.
Obbediente solo alle sue leggi,
Nel tempo convenuto scende anche a voi,
Luminosa, beata, indifferente.
Come si conviene agli dei.

Copre di fiori tutta la terra,
E’ fresca, come la prima primavera;
Se ce ne fu un’altra prima di lei,
Di questa proprio nulla conosce.
Errano molte nubi nel cielo,
Ma queste sono le sue nubi,
Ed ella più non trova le orme
Delle sfiorite primavere dell’essere.

Non sospirano le rose il passato,
Né l’usignolo lo canta nella notte;
L’Aurora lacrime profumate
Non versa sul tempo che fu;
Né la paura dell’inevitabile fine
Spira dagli alberi e dalle foglie!
La loro vita, come un oceano senza rive,
E’ disciolta tutta nel presente.

Gioco e vittima della vita particolare!
Vieni, e respinto l’inganno dei sensi,
Immergiti, alacre, assoluto signore,
In questo vivificante, creativo oceano!
Vieni, e nella sua eterea corrente
Bagna il tuo petto che soffre,
E della vita divina e universale,
Sii, anche per un attimo, partecipe!

(1838, Fjodor I. Tjutcev)




All’Autunno


Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nocciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull’aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno di un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l’hai –
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

(1819, John Keats)



In questi giorni in cui le ore di luce diminuiscono e quel poco di natura che percepisco in città marcisce, ho pensato alla primavera, al furore del suo manifestarsi, all’inizio assoluto che ogni anno ci sorprende e sembra spezzare, per sempre, il ciclo delle stagioni e mi è tornata in mente la poesia Primavera di Tjutcev in cui l’esplodere della natura, appunto, è visto, avvertito, in maniera così potente da sentirsi soggiogati, forse solo come un russo può sentirlo.
Poi, però, ho ricordato l’ode All’Autunno di Keats in cui questa stagione non è vista, percepita, come la stagione del declino ma della pienezza, delle luci calde e profonde, di ciò che è maturo, così pieno di vita da donarla e poi congedarsi.
Alla fine ho pensato che entrambe le poesie nascono da sensazioni che, per noi, uomini contemporanei, sono non esperibili direttamente ma che nascono solo da una mediazione letteraria, e che con il passare dei secoli diventeranno ricordo ancestrale, della specie, come ora lo è per noi il passato dei nomadi raccoglitori e il terror panico con cui convivevano: un residuo irriducibile di un passato dimenticato dell’uomo tecnologico. C’è da chiedersi infine se già nell’ottocento queste esperienze poetiche erano delle “riserve” in un paesaggio storico che andava cambiando sempre più velocemente e forse proprio questa dimensione d’inattualità avvalora ancor di più la verità di questi versi.

Fjodor I. Tjutcev, Poesie, a cura di E. Bazzarelli, BUR
John Keats, Poesie, a cura di S.Sabbadini, Oscar Mondadori

1 commento:

VMF ha detto...

la parola come fattore tecnico primario dell'uomo ha in sé il compito dell'oblio. la parola è il primo espediente di fronte all'orrore del vuoto. tutto sta nel saper gestire questo mezzo, questo primo bastone per ciechi.
l'autunno è veramente tale solo quando per torppo tempo si è creduto nel perdurare dell'estate: la piena luce meridiana ( i demoni meridiani) non è valore assoluto perchè non si può soggiornare nella piena luce; la pienaluce dell'estate è evidenza della nostra natura prima (gli esseri esposti al vuoto) solo se fa i conti con l'ombra e quindi con le mutazioni stagionali, i percorsi dei raggi solari.....così l'autunno: noi non siamo mai veramente al tramonto, noi siamo tramontanti. La parola dei poeti non è mai parola naturale né naturalistica, le stagioni che raccontano i poeti riguardano il limite stesso del linguaggio. C'è un punto di contatto nei bellissimi versi di Tjutcev e quelli di Keats e credo che sia proprio il punto in cui si toccano due lembi estremi di visione, come capi di una coperta, che catturano il sole. Dimenticare le stagioni è di fatto una impoverimento. Come lo è il dimenticare la grammatica più propria di ogni fenomeno umano. Basta leggere Leopardi e capire come i suoi versi siano intimamente scanditi dalle stagioni che mutano, basta leggere Leopardi per capire come si può ingannare il naturalismo.