lunedì 20 giugno 2011

da Gli enervati di Jumièges, peQuod 2007 Roberta Bertozzi


(II. in utero)


«Se ti fermi devi ricominciare
dall’inizio… dai qua!»

Escoriazione – procurarsi da soli
sbrigativo per evitare arrivi
qualcosa di peggiore – forato buio popolato
di animelle cervicali
battere sul tempo e più boccettina adesso
e nicotina abboccare
per disinfettare l’orlo, per tirarlo a combacio

«mi sembra che oggi va meglio…»

poi ricominciamo – le scalfitture,
la pelle sottopelle più abrasiva
e spremere adagio dalla
l’umore spento, scuotere prima di ogni uso lisciarsi
colla lucida urina
e lento sbiancare in nuova, siberiana
sacca d’utero.



Per la safety first – assumere
i precetti per cui opera
la salubrificazione – mia, tua.
Metti il tampone, inghiotti
(la tua lingua fuoriuscire per altre dentellature vedo)

poi ad anni alterni il corpo fare duro di abbandono
e attendere pazienti, «sta fermo ti ho detto…
così…»
per la somministrazione del perdono.



L’alba, la stanza ossigenata
(cerchi un punto d’appoggio per lo sguardo
ti abbracci all’edificio): quando al blocco il contatore
ci rinumera nelle file
e il soprannumerario inciampa per la rampa
delle scale – non volendo
cosa gli va negli occhi, cosa gli fa – corpuscolo.

Poi solo lo scorrere – sostenerlo sul binario
come lievito.

Quieto panico nelle compagnie civili.
Le acque che le bagneranno
alla turnazione. Gli operosi allungano la bocca
alla dispensatrice madre ovaiola
perché essa provvede per tutti, tutti
slatta.

«Quando sognavo facevo quello che mi pare… ero
bello e fortissimo…
poi me ne sono accorto e ho avuto come paura…»
(allunghi una gamba o tenti
di scalciarla al fondo, mezzafuori).



Se al deposito precipitano fiacchi
sulla panca del lavoro, noi ne – sentiamo solo
il tonfo-morto di schianto
giù dalle scrivanie

all’assolo del marciapiede
dove qualcuno piange senza audio
e io sì, avrei dovuto
lasciare l’elemosina, un vulnerabile
sempre bisogna che qualcosa
dare che sublima la perfezione, al saldo
di una qualunque vetrina di sofferenza, quando lo sguardo
cade.

Dunque di nuovo al principio, all’innesto,
se ti fermi devi ricominciare
la tua creatura – di nuovo piegati verso
di me, di dentro noi, e più crescevamo e non
per il cappio della costola.



Sei un figlio di nuovo ficcato
nella nutrizione – il re del rock and roll
e riprendi a ovulare arrossato
dalle scosse dell’amore

un figlio, due, appesi al chiodo
trapassato della foto, da dove scappano
nella frizione generosa degli inizi e sei
chi lo svertebra questo dio minore

questo
per altra giustizia sommaria – immagino
rimettere nella cellula il suo generativo

sangue sillabico e altro nuovo
sangue e ancora procurarsi

scorte.



(IX. la notte)


È notte lirica, altissima.
Tutti i bravi borghesi di Baviera
hanno la mano placida sul membro.
Qualcosa ancora in stato di panico
ulcera la frontiera con le pinze, con
un piccolo coltello a serramanico.
Tutti i bravi borghesi di Baviera
hanno avuto il loro pane quotidiano
e il loro sangue si fa svelto – viola.
È notte lirica, danubiana.
E se il pazzo grida nel reparto è solo
per continuare il suo cantiere –
dare fiato al cadavere
del caro estinto Novecento.

È notte di grazia,
e la pastina è nel piatto del bambino
le labbra serrate della gente in pace
mentre una nuvola di borotalco
sbuffa dall’inceneritore
sottovoce.

È notte, ma torna
quel brusio, quella sgualcitura del silenzio,
la fiumana che si trascina la rotativa
nel respiro, nei muscoli che bruciano,
nel tubo di condotta che incula
un altro tubo,
quel bisogno di continuare a fabbricare – addizionare
adrenalina al laccio.

È notte ed è notte anche sui tuoi polsi,
sul tuo rimbalzo cardiovascolare
e io col compasso ti traccio la vena e coll’unghia
ti sottraggo – dai a me. E ancora. Ancora spinge
la mia pietà sulla vena
a farti più paralisi.

È notte alta, potentissima
e il mondiale infaticabile arsenale
mugola attraverso la parete carta-velina,
viene a rima.



“come un’ora del bisturi
Bambino, e questa lama è benefica”
ahi questa – lama che ti benedice
mentre ringhia notte sulle schiene flesse.
Pensi: se non spargeremo calce sul passato
i muri continueranno a sudare
la secrezione urticante dei lamenti

e l’odore dei forni
irreparabile
l’odore.

La rovina è inscritta di retro alle palpebre,
nella tenda oscurante delle palpebre
stampata la forma della carneficina

(sentinella serale io solo che lento provo
premendo bocca alla tua, io che adagio ti apro nel ventre)

mentre fa di tutto per piovere quest’acido
questa allegra amnesia
sui sopravvissuti, i – nati dopo.

Per cancellare ogni notte brancolando
l’amore digrigna contro gli spettri
il suo disgraziato caritare
come un cane.



«Togliti, lasciami stare…»
Sui fianchi addensa la via lattea dei tralicci.
Spanciare nel mezzo e non stringere il vento.
La luce che si spalma come colla,
un narcotico. La garza della luce.
Dalle rive, nelle stanze-contrafforti
hanno i corpi sgretolati di abbandono,
le teste a pioggia.

«Domani proseguiamo sulla stessa rotta
manca poco ormai…»
«Poco…»
«Pochissimo, credimi.»
«E dopo cosa facciamo?»
«Niente, dopo siamo arrivati.»

E il gas prenderà la giusta direzione.



(XIII. réponse)


Nella grande incubatrice sollevati e schiacciati
allo sterno e con punture il rilascio
è a piccole dosi – calcoli che si depositano e
circolano, impongono carcerazione ai polsi,
a tutti i più scelti arti mobili.

Nella grande incubatrice – «Non parli,
cos’hai?»
arrendiamo noi.

Noi crediamo di affaticarci all’opera
e sono solo gesta compiute
sull’almanacco dell’infanzia.

Ora per l’incavo di bocca
passa questa increspatura di petali e fogliame
che ci stende vinti alla bellezza,

«Non insistere…»

questa pestilenza di grazia
e come si svertebra tutto e tutto resta
controverso,

«Se hanno deciso così non puoi farci niente…»



Sotto il segno della costellazione di Orione
il territorio metropolitano scintilla
e libera esalazioni micidiali per i nostri sensi.
Il tempo si trascorre rasentando il bersaglio – il frontespizio
del mondo provvisorio. L’acqua, l’acqua si sfalda in ardesia!
(ti affidi all’argano, tenti di far durare, di
mirare alla punta del promontorio)
Uh, uh! Ah, ah!
L’intero delle acque miscelato,
le carte che lo duplicano sul dorso.

(fissi alla lettera una data in alto a destra,
metti in ordine la punteggiatura)
«…bisognerebbe smettere di pensarci, di pensare…»

«Bien, alors, ta rèponse?»



Sul cartello pubblicitario: picchia e fotti.
La volontà di un corpo tenuto in vita da una macchina
o dal volere di un altro corpo intercessore
che si fa corpo nel tuo. Cosa fa da leva a cosa.
Acrobazia di carni, del prendersi per ogni verso,
che la parola moltiplica.
Dove comincia il riassunto e dove cominciamo noi?
Dove si è arrotolata nella notte per fare più male,
dove – le sue larve?

Se tra terre e acque mette disarticolazione, se
rode gli argini con slogature e se smezza
non è in forza del nostro braccio se – la storia
lavora altrove le sue dune.
Luminosa la rosa del probabile – poi di nuovo un lungo coltello
e io, sì, avrei dovuto,
sempre bisogna che qualcosa
venga a recinto
equinoziale.

Il coltello della luce pratica un’escissione – scarifica
quel poco che teniamo in petto.



La tinta del mezzogiorno è un vaso
di separazione fra noi e le rive – esonerati
dalla palestra, dal farsi.

Intorno le altre zattere, la melma nella cupola
capovolta delle carene.
Alla sbarra, a sentirne i nomi
sale un armistizio in cuore
come legamento d’anima alle
loro lunghissime dita di stelo.
E forse stanno per chiedere un tocco – un sollievo
quando negli ascensori, alla luce insetticida
delle aule, dei sanatori, guardano senza guardare
chi viene, il prossimo.

Please catch them burning out of
the building. Catch them
– flying out.



Carità che dal fianco grida,
dalla costola del seme.


(XVIII. nella società dei fratelli)


Ho compreso – ti ho
(è lo stare come il cecchino
sul grilletto – immobile nell’alveo di Morfina
mentre correvano tutti
al loro destino di bersaglio.
E se fosse un imbuto, il viadotto
che all’uscita rilascia masticato il tempo
e come un cane io seguissi le tracce:

quello che perde ciascuno fra le pagine del libro
aggiunge) – allora tu:

inietta – provoca qui
appena la punta d’ago da cui attendo
la cura
oppure concedimi il nervo – per volta almeno
lo stadio dove non c’è scampo
con stampelle, mio compagno, al duello

posizionami.

«Cancella quello che non si deve dire,
prima però rileggi…» (rifai il corpo
alla statua del dovere, rialzi il capo):



Il nostro viaggio è nel fascicolo
della pietra, nella custodia della luce
dove il tempo viene meno

mentre è continuo
sfogliare durezze alla selce
ogni venatura esaminando
perché nulla vada trascurato,
padre.

Nel quaderno si spegne il gesto,
nell’album del male fanno le circostanze, ovunque
parole composte in batterie d’enunciato
si armano – in sigle si arrestano.



Hanno detto è tempo di spremitura, di rimagliare
l’archivio, di stare all’asciutto – tempo
di fare un figlio voi, un altro precipizio della carne;

in ritiro dai vostri polsi venire
al compromesso,
cambieremo i nostri discorsi, vi piegherete
come ogni Volksgenossen, vedrete sarà
bello…

Ma ogni cosa storna e
non-è-più-tempo e si resta così
di traverso,



come s’allunga l’orizzonte, come si rasserena
di luminarie, di torce elettriche a mazzi
come s’insera.
Sento un crepitio di fascette d’alloro
e di passi, di passi lo scalpitare
che pestano e s’ingrossano
come di cosa decisa, sulla pubblica, addominale
piazza s’impulsano, i passi incalzano a turni e più –
come stantuffano ora i ventricoli del mio cuore
sento
che è deciso ma non è esplicito
non riesce a fluire:

«Ci siamo quasi… sei pronto?»
«Se avessi il copione forse sì, ma così, adesso…»
«Forse basta fischiare, un richiamo…»
«… non sono sicuro che sia questo…»
«Appoggiati a me…»

L’acqua è il nostro specchio. Nella società dei fratelli
è la paura a fare carità. A fare tutto stretto in coro all’altro
nella spaventata fratellanza, nel rimedio,
padre:
io sono dell’ulivo,
raddoppio
e le radici si inarcano al fusto

e storpio.
Oh tu – abbi pietà.



«Sei pronto?»

Qui occorre spaccare, occorre
mancarla del tutto
la realtà.

1 commento:

filìa ha detto...

Leggendo questi testi ho pensato a "Somiglianze" e "Nel magma" frammenti di dialoghi scarni e drammatici...versi lancinanti...