martedì 13 maggio 2008

Il bullismo o la bolla linguistica

Di fronte agli atti violenti, per lo più dei più giovani, si continua a parlare di bullismo. Il termine deriva dall'inglese bullying e si riferisce all'atteggiamento che un gruppo di bulli può avere nei confronti dei più deboli. Leggendo questa definizione da enciclopedia o le pagine dei giornali che ad essa si adeguano, sembra di essere tornati agli anni di Marlon Brando. Dal loro canto, gli insegnanti di scuola, commentano, come spesso accade, il fenomeno della violenza giovanile con termini di trita sociologia. Il bullismo è un termine forte usato per parlare di un fenomeno debole. Questo scarto crea la bolla linguistica, l'embolo interpretativo, in cui ci si trova. Il bullismo ricorda la violenza portata consapevolemente e programmaticamente verso qualcosa o qualcuno. Al contrario la violenza di oggi, quella adolescenziale, non solo italiana, è violenza "gratuita". Spesso questa violenza è priva di forza, nel senso che non ha alcun scopo politico o programmatico; spesso questa violenza è portata verso se stessi. Si può arrivare ad un paradosso e dire che in realtà oggi non esiste violenza nella società occidentale.
Ogni legge, ogni forma di istituzione umana è fondata su una atto di forza. La legge democratica è fondata sulla violenza. La punizione di una colpa, la punizione di una trasgressore delle leggi è il modo di far rivivere pubblicamente (con atti pubblici) l'assunzione collettiva del corpo-delle-leggi. Ciò che sembra accadere oggi è invece la rimozione della violenza originaria su cui si fondano le leggi. Non c'è violenza proprio perchè non si avverte il carico di forza e di potenza che già sempre risiede in ogni atto umano. La parola stessa dell'uomo è un'istituzione nei confronti del nulla. La violenza odierna non è atro che il frutto di una rimozione della propria natura. L'animale non esce mai dal suo mondo, almeno non per una decisione di specie. L'uomo invece può uscire dal proprio mondo. Dimenticare il sangue, dimenticare la propria specie. Per questo ogni parola è per l'uomo il frutto di una scommessa radicale. Trasgredire la parola significa dimenticare il patto originario. Questo può avvenire in modo positivo con i poeti (in cerca di nuove parole o di nuove prospettive che le vecchie illuminino) e in modo negativo. Il modo negativo dell'uscita dalle parole è la violenza gratuita e autolesionistica. I giovani non sanno di commettere violenza e per questo non sono "bulli". I giovani violenti non fanno altro che assecondare quanto vedono, cioè il nulla. Il problema, piuttosto, è che non sanno dare forma a quel nulla. La loro energia è energia dispersa e autodistruttiva. Questa condizione la dice mirabilmnete Haneke nei suoi film. Forse l'unico che ha centrato con sensibilità aderente il fenomeno. Lo fa senza scorciatoie pop disegnando con la telecamera dinamiche complesse. Le sequenze di Benny's video , e del successivo Caschè , sono esemplari. Riprendono senza ambiguità il processo della rimozione. Sono film che inscenano il sangue e l'assenza di violenza nella nostra società. Benny, l'adolescente protagonista del lungometraggio di Haneke, è un filmaker che vede ossessivamente in video l'omicidio di un maiale. Alcuni uomini sparano alla bestia nella fronte con una pistola a pressione (la stessa che fanno usare i fratelli Cohen al killer di Non è un paese per vecchi). Il ragazzo non farà altro che ripetere quel gesto su una compagna di scuola. Entrambi i ragazzini sembrano d'accordo. Lo fanno a casa del ragazzo mentre si riprendono con una telecamera. Importante naturalemnte il filtro della realtà data dal video. Tutto è traslato, non percepito: il sangue non si vede, non si sente. La reazione spettacolare alla violenza è la ragione storica del nostro presente. Tutto nasce dopo la seconda guerra. Haneke è austriaco o la sa bene. Il lutto è stato coperto dall'inizio delle trasmissioni pubbliche delle tv di Stato. I genitori del ragazzo, scoperto l'omicidio non sapranno reagire. Non sanno cosa dire al figlio. Aspettano una punizione che non arriva.

4 commenti:

filìa ha detto...

Caro enzo,
condivido quasi tutto della tua analisi, non sono del tutto persuaso che "Il bullismo ricorda la violenza portata consapevolemente e programmaticamente verso qualcosa o qualcuno". Invece penso che sia stato sempre qualcosa di inconsapevole, forse l'unico vero obiettivo del bullo è raggiungere uno status, ma in questo non fa che riprodurre in maniera primitiva e violenta quelle che sono delle dinamiche di tutti gli attori sociali, ma come vedi siamo ricaduti nel trito sociologismo. In fondo l'unica verità è il nulla che incombe sempre più su tutti noi...e più incombe e meno si ha la forza di affrontarlo, di dirlo, di dargli spazio per contenerlo e rifondare. ff

Anonimo ha detto...

in fondo come potrebbe andar peggio di cosi? solo se arrivasse l'inquisizione spagnola.
dan

frungillo ha detto...

Caro Francesco,
volevo solo dire un paio di cose: io non imputo agl'insegnanti nessuna colpa; primo perhè non ne ho il diritto proprio perchè non mi ritengo un moralista e quindi non mi occupo della loro funzione, che è sempre più moralistica; secondo non vorrei alimentare quel tritacoglioni di discussioni che si sentono in giro sulla responsabilità degli insegnanti nell'educazione mancata dei pargoli italiani; terzo perchè non voglio essere ipocrita e non voglio sparare sul più debole come fanno quei tritacoglioni di giornalisti e opinionisti che se la prendono con gl'insegnanti pur sapendo benissimo che la più potente "agenzia educativa" nel mondo contemporaneo non è più, da almeno 40 anni, la scuola. Detto questo io mi permetto di imputare agl'insegnanti la sola colpa di aver smesso di essere degli intellettuali, ma questo è dovuto, come noi due ben sappiamo, al consolidarsi della scuola come "centro di formazione di massa". La loro lettura del reale è "trita" proprio perchè si rifà a modelli della soicietà che non esistono più. Inoltre la loro arretratezza nella lettura del reale guistifica l'ipocrisia del potere e delle colpe che a loro s'imputano. In pratica giustificano sempre lo stato delle cose. Riguardo al "nulla", che può essere parola vuota e viatico per qulalunquismi di ogni genere, io ne parlo ricordando le lezioni di alcuni filosofi a noi particolarmente cari. Ma è inutile dircelo ancora. Mi sentirei tendenzialmente più vicino alla chiesa che al laicismo di vulgata, se solo la chiesa riuscisse a dimostrare che oggi non è l'uomo che vuole creare dio ma viceversa. Così come di fatto credevano gli uomini di fede in epoche non secolarizzate. Oggi il vuoto non è altro che il pieno a-materiale di ogni manifestazione umana. per me è questo, qualcosa che getta la sua luce sulle cose e sugli eventi nei profondi momenti di crisi. credo che siamo ad una svolta e non alla fine. Finisce sempre un mondo e non il mondo. Questo anche per interloquire con l'anonimo dan (ma che fai arti marziali?) sul ritorno dell'inquisizione.

filìa ha detto...

Caro enzo,
la mia non era una difesa d'ufficio degli insegnanti, pur facendo parte della categoria, infatti nel mio commento non li ho nominati, che la loro funzione sia moralistica è vero, ma perchè fa comodo a tutti, così sono da un lato resi inoffensivi e dall'altro fungono da capro espiatorio.
Per quel che riguarda la parola "nulla", dire che sia vuota, mi sembra pleonastico. Poi se vogliamo precisare dovremmo distinguere tra il nulla ontologico, come dimensione costitutiva dell'esserci, e il nulla etico, come crollo dei valori, o meglio come riduzione del mondo a valore/disvalore e poi cercare di comprendere quali possano essere gli spazi per un respiro ulteriore, un'apertura che dica senza nulla sottrarre al vero. ff

P.S. visto che abbiamo parlato dei bulli, perchè non parliamo anche delle pupe?