lunedì 28 aprile 2008

Capro espiatorio

In uno dei suoi scritti G. Agamben spiega dove nasce il sintagma "capro espiatorio". Il capro è l'animale sacrificale che si usava nei riti antichi. L'uccisione della bestia (la capra)comportava l'espiazione dei mali di una determinata comunità. La bestia rappresentava tutti i mali e la sua uccisione, significava la sollevazione dei membri di una tribù dalle cose cattive che l'affliggevano. Nelle piccole tribù, dove la responsabilità personale basata sull'identità individuale non esisteva, l'animale fungeva da purificazione collettiva. Il capro espiatorio lo si trova sotto varie forme in diverse fasi della storia dell'umanità e della sua letteratura. Una forma moderna la troviamo nel racconto di Camus "Lo straniero" dove, nel finale, il condannato a morte gioisce tra la folla. Di fronte al patibolo colui che ha commesso il male gratuito riconosce il proprio ruolo e quello di chi gli sta intorno. Quell'uomo è il simbolo della purificazione. Quest'episodio è ambientato ad Algeri. Qui esiste la giustizia degli uomini civili ma lo scrittore ricorre a quella primitiva delle prime tribù. Wittgenstein ci ricorda che i vecchi riti resistono immutati tra le pieghe del notro mondo. Quando i riti tornano in superficie viene messa in gioco la tenuta delle conquiste umane. Quantomeno la pretesa dell'illumiinismo di dare ragione del corpo individuale e dei diritti e dei doveri che ad esso si riferiscono. Cosa regola una società moderna: il rito del sacrificio o il diritto ed il dovere individuale di ognuno di fronte alle proprie colpe?
In una recente trasmissione televisiva (quella di Santoro) un cantante napoletano canta un brano propiziatoria di morte di fronte allo scrittore Saviano, posizionato al centro dello studio. Lo scrittore è distante da tutti gli altri ospiti. Santoro alla fine dell'esibizione dichiara di aver avuto i brividi. Qualche spirito aleggia negli studi di Rai Due. Si parla tutto il tempo di sangue e terra, potremmo dire sangue e suolo, si fa riferimento alla morte.
Non sono riuscito a reperire il video ma credo che l'ultima puntata di "Anno zero" sia da analizzare in ogni suo particolare. Meriterebbe un'analisi logica a parte. Lì si può osservare la messa in atto di un ritorno ai riti primordiali, quelli incivili che spiano con occhi rossi quelli civili della responsabilità personale. Il teatro televisivo ha reso manifesto che il Paese è ridotto a tribù primordiale. L'ostaggio del sangue, il testimone dei delitti, l'uomo sotto scorta, è ora esposto sotto gli occhi di tutti, e tutti aspettano che il rito si compia. L'ha voluto lo scrittore, l'ha voluto il popolo, lo vuole chi ha commesso il male. Non c'è più distinzione. Solo la morte e la purificazione potranno restituire ad ognuno il proprio ruolo. L'indignazione del sangue creerà un confine tra i giusti e gl'ingiusti. Proprio come avviene nel finale di un grande film nel quale ancora una volta è ripreso il rito del capro espiatorio: il capitano Kurtz, abbassa la testa rasata sotto il macete del soldato che si è spinto fino alla fine del fiume per rimettere le cose a posto. La sequenza della decapitazione si alterna con quella della macellazione di una bestia sacrificale. Il film s'intitola, tradotto in italiano, l'apocalisse ora.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Enzo, sono perfettamente d'accordo con te. Ti segnalo, poi, che da Santoro eravamo stati invitati anch'io e Franco Boschi, ma alla fine la produzione ha deciso di fare a meno di noi per "evitare confusione". Insomma siamo stati discriminati ancora una volta. Un caro saluto. Michele Saviani

filìa ha detto...

Non entro nel merito della trasmissione, perchè non l'ho vista, però, per approfondire il tema del capo espiatorio suggerisco di leggere almeno una di queste tre opere di Renè Girard, tutte edite da Adelphi: La violenza e il sacro, il Capro espiatorio, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.

filìa ha detto...

ERRATA CORRIGE: intendevo capro non capo.