martedì 15 aprile 2008

Dalla parte dei cattivi: i libri di Jim Thompson




La riscoperta di uno scrittore a distanza di anni è un’operazione che ha i suoi rischi, perché può mostrare la sua lontananza dalla sensibilità attuale dei lettori e dei critici. Questo non è il caso di Jim Thompson (1908-1977), scrittore che ha attraversato almeno un trentennio della letteratura e del cinema americani, non salendo mai alla ribalta, ma lasciando alcune tracce significative, sia come cosceneggiatore di film - basti ricordare Orizzonti di gloria e Rapina a mano armata di Stanley Kubrick - sia come autore di romanzi noir. Alcuni di essi sono ricordati più per i film che ne sono stati tratti, su tutti Getaway di Peckinpah con Steve Mcqueen, The Grifters-Rischiose abitudini di Frears e Colpo di spugna di Tavernier, che per il loro indiscutibile valore. La casa editrice Fanucci da qualche anno sta pubblicando l’intera opera di Thompson (l’ultimo in ordine di tempo è Diavoli di donne), dando la possibilità al lettore anche più giovane di conoscere alcuni capolavori del genere noir, che ci restituiscono un’America attraversata da individui alienati, senza speranza, psicopatici, reietti che consumano la loro vita nell’alcol o sperano di riscattare la loro esistenza in un unico gesto, il più delle volte criminale. La grandezza di Thompson - che dichiarava di avere come libri ispiratori Il Capitale di Karl Marx e L’Edipo Re di Sofocle - è quella di narrare la storia, usando quasi sempre la prima persona, dal punto di vista di questi disperati che non ispirano nessuna pietà, anzi apparentemente respingono il lettore, ma che in fondo gli parlano, gli entrano dentro, perché ognuno di noi, in maniera più o meno consapevole, sa che, se le cose nella vita si fossero messe davvero male, sarebbe potuto o potrebbe ancora diventare come i protagonisti dei libri di Thompson: crudeli perché senza speranza. Quel che più inquieta nei profili dei personaggi è che sono al tempo stesso vittime e carnefici, sono precipitati in un abisso di male e però aspirano a un bene e a una tenerezza che sanno di aver perso per sempre. E’ difficile trovare dei paragoni letterari a Thompson; alcuni, come Goffredo Fofi, hanno fatto i nomi di Céline e di Faulkner. Thompson, a differenza loro però, come altri grandi scrittori, usava, per parlare della condizione umana, del suo lato oscuro, sempre presente, ma quasi sempre rimosso, un genere determinato, dichiaratamente commerciale, pulp addirittura: il noir. Il paragone che a me viene in mente è, invece, extraletterario, musicale, e sono le canzoni di Iggy Pop con The Stooges, in particolare quel viaggio senza ritorno nell’abisso dell’uomo contemporaneo che è Fun house. I feel alright grida beffardo Iggy, oppure gorgheggia disperato in L.A. Blues e sembra riecheggiare quei discorsi sul filo del delirio dei personaggi-narratori dei libri di Jim Thompson, che servono a giustificare gesti e azioni ingiustificabili. In Iggy c’è la consapevolezza che è solo rock ‘n’ roll, in Jim che è solo letteratura usa e getta, da lasciare sui sediolini della metro una volta consumata. Ed è proprio questo il bello, ciò che li rende vivi e attuali.
A parere di chi scrive, per chi abbia voglia di leggere qualcuno di questi piccoli gioielli dell’orrore psichico, l’esempio migliore della condizione umana delineata dalla scrittura di Thompson è L’assassino che è in me, forse il suo capolavoro, che, per dirla con Stephen King, vi farà entrare “nelle tenebre con un vero e proprio maniaco dei lati più nascosti dell’umanità”.

2 commenti:

frungillo vincenzo ha detto...

buono il pezzo..e bella la foto. leggerò il libro di thompson ch emi sugegrisci da tempo
enz

Palma ha detto...

Di Thompson ho già letto nell'ordine:
"Nulla più di un omicidio", "I truffatori" ed ho finito proprio qualche giorno fa "Notte selvaggia".In tutti mi sono sempre ritrovato a fare continui parallellismi con fatti di cronaca attuali.Leggerò anch'io il libro consigliato da Filia e colgo l'occasione (sfruttando il filone noir) per consigliarne uno di Bret Easton Ellis del 1991:American Psycho.
Vi lascio anche un piccolo ritaglio della trama(non vi consiglio di vedere l'omonimo film del 2000).

Patrick Bateman, giovane yuppie di Wall Street, è apparentemente il "ragazzo della porta accanto": ventisei anni, un lavoro da 140 mila dollari all'anno, una fidanzata ricca e attraente, una cerchia di amici come lui, folli notti trascorse nei locali più esclusivi di Manhattan, una vita all'insegna del sesso, della trasgressione e della droga.

Le luci, i colori, i suoni, le immagini patinate sono il ritratto dei reaganiani anni '80. Ma la vita del protagonista di American Psycho è scandita da ritmi incalzanti e deliranti, da folli ossessioni: riuscire a prenotare un tavolo al "Dorsia", il ristorante più in frequentato dal suo idolo Donald Trump, ad esempio. Saperne di più sul misterioso "Portafoglio Fisher" gestito dallo scaltro collega Paul Allen. Noleggiare in continuazione, in modo maniacale, la videocassetta del film Omicidio a luci rosse.

E di notte il "ragazzo della porta accanto" si trasforma in un mostro omicida, in un torturatore freddo, metodico e spietato. A tal punto che la routine quotidiana, la vita da favola e gli istinti e le pulsioni più terribili si fondono in un cocktail micidiale